Domani è Pasqua. In qualche modo la festeggeremo. Alla peggio faremo una gita in balcone

Domani e dopodomani si gioca la partita decisiva per quel che riguarda il lockdown

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Photo by adkronos.com

Alzi la mano a chi non manca la normalità del nostro vivere prima del Coronavirus. Anche chi, non parlo per me, che sono una fottuta rockstar, lo sapete, prima del Coronavirus viveva una vita di merda, inutile, noiosissima, penso a tanti miei colleghi, tanto per focalizzarmi su dei visi e dei corpi.

Alzi cioè la mano chi non firmerebbe una cambiale in bianco, adesso, per tornare indietro a un paio di mesi fa, toh, magari anche a tre mesi fa, perché la querelle Bugo vs Morgan aveva rotto i coglioni già all’epoca, quando al massimo avevamo problemi come “come arriverò a fine mese?” o “chissà quando uscirà La Casa di Carta 4?”, e so che nell’accostare queste due frasi vi avrò fatto accapponare la pelle, ma era esattamente il mio intento, perché prima del Coronavirus, come durante il Coronavirus, e a occhio ancora di più dopo il Coronavirus, se ci sarà un dopo il Coronavirus, la gente si fa inculare la vita da faccende diverse, non è certo necessario sia io a spiegarvelo ora.

La routine. Quella roba che ci faceva dire, mentre uscivamo quando volevamo, facevamo la nostra vita incontrando gente, anche gente che ci stava sul cazzo, intendiamoci, che al limite potevamo sempre cambiare strada o tirare il telefono fuori dalla tasca e fingerci impelagati in una qualche telefonata, lavoravamo, si divertivamo, andavamo a portare e prendere i figli a scuola, portavamo a pisciare il cane, ah, no, quello lo si può ancora fare, insomma, andavamo al cinema, ai concerti, a fare sport, a vedere lo sport, le partite di calcio, che adesso manco quelle possiamo vedere, come sempre seduti sul nostro divano, maledetta Sky che non abbassa le tariffe nonostante non offra più un cazzo da vedere, pagavamo le bollette, ci incazzavamo coi vicini che rompevano i coglioni, protestavamo con l’amministratore del condominio per le spese troppo alte, cambiavamo operatore telefonico perché ci fotteva i soldi con funzioni che manco sapevamo esistessero, leggevamo libri bellissimi, i miei, lasciavamo sul comodino per anni libri di merda, quelli di altri, ci innamoravamo, ci mandavamo a cagare, insomma, la vita di tutti i giorni, la roba di tutti i giorni che, prima del Coronavirus, se la vita di tutti i giorni, quella vita di tutti i giorni lì ci sembrava monotona, ci faceva dire, pensare, scrivere sui social, “mi sembra di essere dentro il film Il Giorno Della Marmotta, mi sveglio e mi succedono tutti i giorni le medesime cose”, pensa te adesso cosa dovremmo star lì a dire, pensare e scrivere.

Ecco, il Giorno Della Marmotta.

Non intendo dire che stiamo vivendo come nel Giorno Della Marmotta, perché, cazzo, sto scrivendo un diario da quarantotto giorni che ha praticamente superato le novecentomila battute, per intendersi, fosse un libro sarebbe un libro di quasi cinquecento pagine, figuriamoci se mi metto a dire una cosa così banale adesso, per il sabato prima di Pasqua, sabato prima di Pasqua, cui seguirà la Pasqua, cui seguirà la Pasquetta, tutti passati in casa, a fare le stesse cose del Venerdì Santo, e del Giovedì Santo, ma anche del 25 aprile, temo, e del Primo Maggio, e via discorrendo, tutto uguale a se stesso, tutto immutabile, come nel giorno della marmotta, come fossimo tutti dei cazzo di Bill Murray, solo con la faccia meno espressiva, anche se forse con un po’ più di rughe, parlo per me, il fatto è che stiamo in effetti vivendo tutti incastrati in quel loop lì, ci svegliamo, sempre che riusciamo a dormire, cosa che mi par di capire da quel che leggo sui social succede sempre più a fatica, e in orari sempre meno consoni, e ci succedono sempre le solite cose.

Non le solite cose di prima, perché buona parte delle situazioni tipiche che ho descritto sopra non le possiamo rivivere, siamo murati in casa e le nostre variabili alla routine, sempre che non si sia costretti a uscire per andare al lavoro, e allora in bocca al lupo, e lo si legga come un in bocca al lupo serissimo, intendiamoci, per niente ironico, sono uno stronzo ma non quel tipo di stronzo, siamo murati in casa e le nostre variabili alla routine, parlo per me facendo di me una sorta di personaggio universale cui potete applicare la vostra faccia, a piacimento, è quella di andare a fare la spesa ogni tot di giorni, ben sapendo che non troverete il lievito, per altro, nel mio caso una volta alla settimana, il martedì, tanto per dare un nome alla mia routine, e il lievito me lo sono fatto in casa, viva la Biga, grazie al Geometra Mangoni e a Eleonora, poi stasera facciamo la pizza e vi dico se era buona o meno.

Ci alziamo, mettiamola così, che è meglio, facciamo le nostre pratiche mattutine, e ci troviamo di fronte a una giornata in cui staremo in casa, a fare ognuno le cose che deve fare, nel mio caso specifico fare i compiti, tanti, troppi, scrivere, tanto, troppo, fare il mio programma #IoRestoACasaMonina, e in tre settimane ho portato nel programma un fottio di gente, nello specifico, fatemi vantare, routine che si ricollega e mi ricollega al me stesso di prima, la fottuta rockstar di cui sopra, Gianni Togni, Simona Molinari, Renzo Rubino, i ragazzi del Team Mirò, Mileven, Crania, Simone Tuccio, Chiarae e Bellitto, Gigi D’Alessio, Enrico Nigiotti, Silvia Salemi, Tosca, Paolo Belli, Paola Iezzi, Marco Masini, Mietta, Dolcenera, Federico Zampaglione dei Tiromancino, Nesli, Brando, Carlo Marrale, Ilaria Porceddu, Francesco Baccini, Piotta, Anna Tatangelo, La Scapigliatura, Red Canzian, Serena Brancale, Francesco Gabbani, Luca Madonia, Serena Ganci, Francesco Renga, Mario Venuti, Baby K, trenta centimetri, di valore artistico, gestire faccende di casa, calmare o giustiziare sommariamente uno dei miei figli che fa casino, progettare cose da fare in futuro, cose che un tempo, di questo periodo, sarebbero state presumibilmente le prossime vacanze estive, ora, invece, si orienta più sul “che serie guarderò dopo aver finito Ozark?”, controllare la mail, dove arriva sempre meno posta e sempre meno posta interessante, vagliare le poche proposte lavorative che continuano fortunatamente a arrivare, perché il futuro è sempre lì, meglio provare a immaginarcelo con noi dentro, prendersela con quei maledetti di Amazon che ancora fanno casini per la faccenda dei resi degli smarpthone acquistati e mai arrivati.

Ecco, mi fermo.

Faccio un uso privato di una pagina pubblica, che poi pubblica un cazzo, la scrivo io, la firmo io, cosa dovrebbe mai avere di pubblico una pagina in cui, per altro, vi ho detto cose talmente intime, tipo che una volta ho cagato di notte a due passi dalla piazza principale della mia città natale, Ancona, roba talmente intima che, una volta che tutto questo sarà finito, se tutto questo sarà finito, dovrò venirvi a cercare uno a uno e, come in una scena di Ozark, appunto, dovrò eliminarvi uno a uno, come si fa coi testimoni scomodi, seppur involontari?

Mi fermo.

Faccio un uso privato di una pagina privata.

Amazon, dicevo.

Vi ho raccontato di come un bel giorno, proprio mentre finalmente la didattica a distanza diventava più di un paio di parole assemblate a cazzo insieme dalla Azzolina, cominciava a diventare qualcosa di concreto, per merito esclusivo degli insegnanti, lì a ingegnarsi, e degli studenti, flessibili come giunchi nel prendere la forma di ogni singolo insegnante e delle app che il singolo insegnante riteneva le più idonee alla propria didattica a distanza, di volta in volta, Azzolina sei una capra,  a mia figlia Lucia si è rotto di colpo lo smartphone. O meglio, non si è rotto di colpo, gli sono comparse sul video delle macchioline viola che, Aranzulla glielo aveva sostanzialmente sentenziato sul suo sito, di lì a poco avrebbero mangiato tutto il medesimo schermo, rendendo l’idea di touch screen futuribile come quella della auto volanti o del teletrasporto in certi buffi libri di fantascienza.

Tragedia greca.

Lei, mia figlia, diciotto anni e un senso del tragico che Diamanda Galas levate, lì a urlare, Diamanda Galas suca, io a salmodiare, perché in tempi di non guadagno comprare al volo uno smartphone nuovo è una spesa imprevista e gravosa, e perché in tempi di isolamento, quindi di impossibilità a recarsi in un negozio, comprare uno smartphone nuovo è una incognita.

Ma c’è Amazon, che uso abitualmente, lo dico agli amici librai, faccio una vita di merda, non ho tempo per farmi la barba, figuriamoci di venirvi a trovare come facevo quando non avevo quattro figli, quotidianamente.

Vado quindi su Amazon, e compro uno smartphone, al volo, consegna prevista di lì a cinque giorni.

Bene, le dico, provando a farmi sentire mentre lei urla e strepita, come un John Paul Jones che fatica a andare a tempo, mentre tiro fuori un vecchio smartphone dismesso dicendole di arrangiarsi nel mentre con quello.

Miracolo, il giorno dopo suona il citofono, e nessuno suona il citofono in questi giorni, e è il tipo di Amazon che consegna lo smartphone. Miracolo. O meglio, dovrebbe consegnare lo smartphone, perché il tipo, che ovviamente lascia il prodotto nell’androne, col cazzo che vuole vedere la gente, e ha pure ragione, nei fatti lascia un pacco con su scritto “contiene batterie al litio, attenzione pericolo”, ma che ha dentro un tubo di crema Dove Derma Spa, dorato, di quelli che si usa per fare scrub, sprovvisto, quindi, credo, a occhio, di pericolosissime batterie a litio.

Mi incazzo, salgo, faccio tutte le pratiche di lavaggio che ho appreso dai tutorial di Barbara D’Urso, lo dico a mia figlia, mia figlia che comincia a urlare ancora più forte del giorno prima, Bruce Dickinson levate, la riporto alla realtà specificandole come magari in questo momento ci siano tragedie vere, non abbocca, siamo in territorio Napalm Death, credo, come nella scena di Ozark in cui Marty Byrde è stato rapito da Navarro e Navarro usa la musica deaht metal per farlo impazzire, solo che il mio Navarro è mia figlia, sangue del mio sangue, vado su Amazon e comincio le pratiche per il reso, a fatica, perché in questi giorni oscuri non c’è modo di parlarci al telefono, sia come sia ci riesco e poi, siccome lei, mia figlia, continua a urlare, e in effetti ha la didattica a distanza da fare, ne ordino un secondo.

Così, con un click.

Due smartphone in due giorni, uno smartphone al prezzo di due, fossimo in uno spot, spot che non potrebbe avere che Les Claypool con la sua ironia sghemba e lisergica come colonna sonora, maledetti.

Nel mentre mi arriva conferma che il ritiro del tubo di crema avverrà nei primi giorni della prossima settimana, mi arrivano le etichette da applicare al pacchetto, mi arriva anche una mail di scuse da parte di Amazon, nella quale mi dicono che hanno compreso che rendo il prodotto perché mi hanno spedito un prodotto errato, quindi non si aspettano di ricevere come reso uno smartphone, roba non difficile da comprendere.

Bene.

Anzi, male, malissimo, perché questo smartphone è a sua volta previsto tra cinque giorni, e nel mentre fare telelezione con vecchio è impossibile. Amen, nessuno morirà se salta delle lezioni, neanche possono segnarla assente, e comunque ha avvisato del problema, problema che riguarda molti, non di Amazon che fa consegne a cazzo, anche se leggerò nei giorni successivi che è successo a molti, ma dell’essere impossibilitati a fare telelezione, vuoi per la connessione assente, per i giga finiti, per i device che non si hanno.

Invece, miracolo, ecco che la mattina dell’indomani arriva di nuovo il citofono che suona, di nuovo il tipo di Amazon in anticipo sui tempi.

Gli dico perentorio di aspettarmi, stavolta, perché ho avuto casini.

Mi infilo le scarpe, quelle con cui esco, contaminate, infilo la mascherina, ho ancora solo quella da skater di mio figlio Tommaso, scendo i sette piani in ascensore, ma quando arrivo non c’è nessuno, il pacchetto è buttato in terra. Mi incazzo, anche perché appena lo sollevo mi è chiaro che non è uno smartphone, suona come fanno le scatole di Tic Tac se le muoviamo a ritmo, tipo maracas, sì io uso le scatole delle Tic Tac per tenere il tempo come si fa con le maracas, che cazzo volete?, e è pure leggerissimo, come una scatola che contenga una confezione di Tic Tac, appunto, non uno smartphone. Corro verso la porta di ingresso del palazzo, incurante del Coronavirus, esco, ma non c’è nessuno. Lo apro, dentro c’è una scatoletta, tipo Tic Tac, però sono integratori, leggo, maledetti.

Mi viene da ridere, pensando che Amazon non consegna più libri perché ritenuti non beni di prima necessità, ma consegni per errore scatolette di integratori e creme per lo scrub, editoria suca.

Rido meno se penso che li ho pagati manco li avesse inscatolati col buco del culo direttamente Remi Lacroix (avrei voluto mettere di nuovo Valentina Nappi, perché non è che sia ferratissimo del settore, ma immagino che Valentina Nappi saprebbe farlo, poi però sembrerebbe una roba ossessiva, e da una veloce ricerca mi è saltato fuori il nome di una che, se non ho capito male, potrebbe inscatolare Tic Tac usando il culo al posto delle mani, approfondirò, tanto tempo ne abbiamo), una per una.

Torno su. Mi sfilo le scarpe, fuori di casa.

Faccio tutte le pratiche di lavaggio che ho appreso dai tutorial di Barbara D’Urso, lo dico a mia figlia, la quale ora è la perfetta incarnazione di John Zorn mentre accompagna col suo sax i Cannibal Corpse, però con le casse sputtanate, per cui gracchia pure, accendo una seconda pratica per i resi di Amazon, scrivendo anche una mail di fuoco, in cui lascio intendere che forse stavolta è stato il tipo che consegna a incularmi, perché così credo sia andata, mi rispondono implorando pietà, credo di essere uno dei maggiori azionisti di Amazon in Italia, e mi regalano un buono di dieci euro, se li ficcassero in culo uno a uno in monetine da due euro, le più grandi, come Remi Lacroix, aggiungo.

Anche questo reso avverrà lo stesso giorno dell’altro, mi avvisano di lì a poco. Mi arrivano le etichette e tutto.

A quel punto, disperato, anche perché nel mentre mia figlia sembra la tipa vestita di nero di quei fumetti emo degli anni zero, di quando esisteva la musica dei Tokyo Hotel, voi che vi lamentate della trap, maledetti, perché non potrà più fare lezione, non potrà più fare le lunghissime videochiamate col fidanzatino, aggiungerei io, potessi parlare, ma siamo in territorio degli ultrasuoni, lo capisco dai latrati dei cani giù in piazza, maledetti pisciatori di cani, a quel punto, quindi, grazie a Google Maps, che Vodafone ha deciso di rendere a giga illimitati come regalo per questi giorni di clausura, qualcuno dia un Oscar alla comicità a chi pensa queste offerte, regalare un navigatore in una operazione che ha come titolo #IoRestoACasa è davvero divertentissimo, scopro che proprio a cento metri da casa mia, lì attaccata alla piazza che sta sotto il mio balcone, ma occultata da un angolo che mi impedisce di vederlo, c’è un negozietto che ospita i vari operatori telefonici, mi vesto come per andare a Fukushima e ci vado, un quarto d’ora prima che chiuda.

Non c’è ovviamente nessuno, e chi cazzo dovrebbe andarci?, per cui mi servono subito e mi servono subito uno smartphone che ha prezzi altissimi, roba da passamontagna più che da mascherina, smartphone che compro, il terzo in due giorni, il terzo in due giorni in cui si guadagna meno, maledetti, e si dovrebbe provare a contenere le spese, stramaledetti, smartphone che però compro lo stesso, perché preferisco morire di fame più che sentire ancora mia figlia che urla, uno scienziato trovi un nome a questi urli indicibili, non per affetto parterno, ma per salvaguardia dei miei coglioni, attenzione, e torno a casa.

Tutto risolto, in apparenza, manca solo di rendere i due pacchi e riprendere i soldi.

Quando deve arrivare il ritiro dei resi, giorni dopo, scendo seguendo la solita routine della vestizione di Domenguin, vita da torero 2.0, ma il tipo me ne ritira solo uno. Dice che così risulta. Poi mi dice che passerà poi a ritirare l’altro. Mi fido, più per stanchezza che per fiducia negli esseri umani, non ne avevo prima, figuriamoci ora.

Il giorno dopo Amazon mi dice che è partito il rimborso. Bene.

Ancora un giorno e passano a ritirare il secondo pacco, tutto fila liscio.

Poi arriva qualcosa che mi proietta, che bello, e lo si legga senza ironia, in una tipica bega pre-Coronavirus, mi arriva una mail di Amazon che dice che hanno ricevuto il reso, ma non è lo smartphone che ho comprato e che avrei dovuto rendere, quindi dicono che distruggeranno il prodotto ricevuto, non corrispondente allo smartphone, e che appena renderò lo smartphone mi ridaranno i soldi.

Una faccenda che, non fossero miei i soldi, farebbe ridere.

Rendo un pacco perché il contenuto non corrisponde a quello che ho comprato, te lo dico, mi dici che hai capito, e poi mi dici che non hai ricevuto quello che ho comprato, quello che ho restituito perché non corrispondeva a quello che ho comprato, quindi non mi vuoi rimborsare.

Da questo momento inizia il tipico ping-pong burocratico, con gente a cazzo che ti scrive, dandoti del tu, ma chi cazzo ti conosce?, dicendo che devi scrivere a qualcun altro, al quale scrivi, ma che ti dice, sempre dandoti del tu, la faccenda del prodotto che non corrisponde, al quale allora tu rispondi allegando scambio di mail, e a quel punto di dicono che devi scrivere a un altro indirizzo, e via da capo.

Un buon modo per passare il tempo, non fosse che non hai un secondo di tempo libero, maledetti compiti da seguire, in giorni in cui siamo murati vivi impossibilitati a uscire, un modo che ci ricorda anche i bei tempi andati, perché tutti siamo incappati, prima o poi, nell’ottusità di certa burocrazia, non fosse che un tempo li potevi mandare a fare in culo a voce, Pasolini si fotta da morto, perché è vero che quelli del call center non hanno colpe, che stanno lì a fare appunto da filtro tra i padroni cattivi e i clienti incazzati, Pennac si fotta da vivo, ma è anche vero che se nel mio lavoro, ormai, maledetti, è compreso che io riceva gli insulti degli hater, dei fan dei cantanti di cui dico che mi ricordano un cavallo che affoga dal buco del culo, Biagio spero tu stia bene, lo dico sinceramente, nel lavoro di chi sta al call center è previsto che si becchino i vaffanculo di chi non riesce a far capire loro l’ottusità della macchina, oggi, invece, no, non è possibile parlarci al telefono, il Coronavirus ha fatto chiudere giustamente i call center, quindi ti devi limitarti a mandarli a fare in culo per iscritto, ma non è la stessa cosa, lo dice uno che scrive e che, vedi sopra la faccenda degli hater, manda a fanculo una quantità ingente di persone tutti i giorni, da anni.

Una variazione sul giorno della marmotta, quindi, che è però a sua volta un giorno della marmotta dentro un giorno della marmotta, perché le risposte ottuse che ricevo, ciclicamente, sono sempre le stesse, ottuse e formali, maledetti, e i miei soldi sono ancora lì, da qualche parte nel conto di Jeff Bezos, Jeff Bezos che, come i ragazzi o ragazze, o anziani, vallo a sapere, sono solo nomi dentro mail, che mi rispondono in questa maniera falsamente gentile, in realtà ottusa, ripetendo sempre le stesse frasi inutili, capaci di mandare ai nervi un santo, e io non sono un santo e sono anche nervoso, ve lo dicevo per bocca di mia moglie giorni fa, e so che aver citato mia moglie in questa frase è un errore, ma pazienza, Jeff Bezos che, come chiunque mi stia scrivendo per conto di Amazon in questi giorni mi auguro passi le giornate prossime, quelle di Pasqua e affini, a raccogliere Tic Tac col culo e a infilarle in scatolette come quelle della Tic Tac, sempre che non procuri loro piacere, perché nella mia idea questa è una maledizione tipo quella di Prometeo, non un premio, senza neanche aver seguito i tutorial di Remi Lacroix, sempre che ne esistano davvero.

Le cose non stanno procedendo benissimo, quindi, lo dico al quarantottesimo giorno di clausura, quarantena o quella roba lì. E non è che io dica che le cose non stanno procedendo benissimo per la faccenda di Amazon, figuriamoci, quella è una rottura di coglioni, niente di insanabile, alla peggio li andrò a cercare con la solita mazza da baseball, magari ordinerò un prodotto e giustizierò un loro addetto alle consegne, così, a caso, colpirne uno per educarne cento, come monito futuro, no, dico che le cose non stanno procedendo benissimo perché i giorni passano e la fine di tutto questo non sembra arrivare, e questo rende le nostre giornate non solo oscure, ma interminabili, slabbrate, e anche cariche di nervosismi inutili, di stress che faticheremo a toglierci di dosso, di incertezze che ci minano la psiche, oltre che il fegato.

Ho usato questa faccenda di Amazon, spero anche rubandovi un sorriso, se non una risata, per provare a fermare sulla pagina, sempre che si possa fermare qualcosa su una pagina web, che per sua natura scorre, si muove, per fermare metaforicamente sulla pagina questo nervosismo, per specificare a uso futuro, anche mio, figuriamoci se tra anni mi ricorderò di Amazon che mi ha mandato una scatoletta di Tic Tac al posto di uno smartphone, chissà se ci sarà più che altro un “tra anni”, questo momento incredibilmente spaesante, per il quale, più che l’esempio del Bill Murray de Il Giorno Della Marmotta, avremmo tutti bisogno del Manuale delle Giovani Marmotte, pagine semplici, con tanto di fumetti, che ci spieghino cosa fare, come farlo, e soprattutto che a un certo punto finiscano, lasciando spazio alla copertina.

Manca un manuale che ci spieghi cosa fare, e invece è troppo presente questa forma di irascibilità, quella che ho infilato nelle mie parole, che magari infilo sempre nelle mie parole, ma in quel caso è perché mi ritrovo spesso a parlare di cose che ritengo dannose, si tratti di parlare di certi passaggi minati del sistema musica o di certa musica demmerda che il sistema spaccia e spaccia come bella musica, degna di nota, stavolta è la cristallizzazione di un determinato sentire, il mio e immagino quello di un po’ tutti, coi nostri sbalzi d’umore, le nostre incertezze, le nostre paure, la nostra rabbia, ecco, soprattutto la rabbia.

Lo avrete notato, se state leggendo tutti i capitoli di questo anomalo Decameron che trova spazio laddove un tempo si trovavano i miei articoli che parlavano di musica, e che stanno raccontando la mia clausura, la mia e quella della mia famiglia, che si ritrova a vivere questa anomala clausura con me, lo avrete notato, se state leggendo tutti i capitoli di questo anomalo Decameron, e se non lo state leggendo e dopo aver capito, magari siete capitati qui oggi per sbaglio, che questo è il quarantottesimo capitolo di un diario che va avanti, quindi da quarantotto giorni, e non vi siete incuriositi e non siete corsi a leggervi tutti gli altri capitoli, tanto di tempo ne avete, immagino, e se non ne avete sfruttate il fatto che non dormite, se però non li avete letti sapendolo prima o non li avete letti e non intendete farlo ora che lo sapete, che dire, andate a fare in culo, capre che non siete altri, comunque, lo avrete notato e se non lo avete notato fidatevi di me che ve lo sto provando a dire, questi sono i giorni della rabbia. Parlo per me, ovviamente, sono io che scrivo, ma è una rabbia che leggo in giro, sui social, mista a disincanto e disillusione, più che a speranza e, magari, a serena rassegnazione.

Nel mio caso, credo sia pleonastico sottolinearlo, e se ho scritto pleonastico è solo perché oltre che una fottuta rockstar, diciamolo, sono anche un uomo dotato di un buon vocabolario, la rabbia sfocia spesso in una sorta di odio contro il sistema, si tratti di quello musicale, la mia routine prima del Coronavirus, ora il sistema musicale non esiste più, caro estinto, o quel capitalismo fallimentare che, non credo di dire nulla di così sconvolgente, proprio in questo momento di emergenza sta mostrando la propria debolezza, la propria inconsistenza, la propria fragilità (e a tal proposito mi chiedo perché, al pari delle altre ideologie, penso al comunismo, per dire, il capitalismo, fallimentare nel momento in cui si passa dalla teoria economica alla pratica, non venga appunto considerato un grande sconfitto del Novecento, e venga definitivamente archiviato, magari portando a processo i colpevoli, penso a Norimberga come a Ceausescu, non credo abbia fatto meno vittime, anzi, e sì, sto vedendo La Casa di Carta, ripeto, ma ho anche letto Bakunin da giovane).

È il sabato prima di Pasqua, la Pasqua citata a sproposito da Conte, non perché sia sbagliato il messaggio di speranza e di redenzione che la Pasqua porta, per chi crede ma anche per chi non crede, perché la cultura cattolica può anche essere semplicemente interpretata come una cultura, appunto, e i messaggi che una cultura veicola sono lì, non è che vadano presi necessariamente come un dogma, li si può semplicemente leggere e decifrare, e la Pasqua è speranza e redenzione, per tutti, è il sabato di Pasqua, domani e dopodomani si gioca la partita decisiva per quel che riguarda il lockdown, perché siamo italiani, e anche quelli che non credono, vedi sopra, hanno fatto proprio il detto “Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi”, e mai come oggi il “con i tuoi” risulterà per molti una condanna, o quantomeno risulterà una condanna l’associare quel “con i tuoi” con “a casa tua”.

Niente gite fuoriporta, baby, niente grigliate all’aperto, baby, niente sole da prendere all’Idroscalo, al lago o anche solo in parco Sempione, baby.

È il sabato di Pasqua e nessuno di noi ha una versione aggiornata al Coronavirus del Manuale delle Giovani Marmotte, men che meno un Georges Perec che ci indichi una sua versione aggiornata di Vita, istruzioni per l’uso in tempi di Coronavirus.

Viviamo alla giornata, si dice in questi casi, e il nostro vivere alla giornata consiste nell’essere incastrati in un costante loop, i loop non possono che essere costanti, del resto, e viviamo abbastanza di merda, seppur in salute, parlo per noi ma mi auguro anche per tutti voi. Domani è Pasqua. In qualche modo la festeggeremo. Alla peggio faremo una gita in balcone.

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