Breakfast Club, arriva su Netflix il classico di John Hughes. Perché è il miglior teen movie di sempre?

Cinque studenti, diversissimi tra loro, passano per punizione un sabato a scuola insieme. E imparano a conoscersi. Un classico generazionale degli anni Ottanta, firmato dal cantore dell'adolescenza John Hughes. Dal 10 aprile sulla piattaforma

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Breakfast Club da oggi sbarca su Netflix. Quando uscì nel 1985 i produttori, rivelò anni dopo il regista John Hughes, erano molto dubbiosi del risultato: “Ai ragazzi non piacerà, non c’è azione, non ci sono feste né scene di nudo”, dicevano. Risultato? Non solo il film incassò 46 milioni di dollari in patria, ne era costato soltanto uno, ma divenne un classico generazionale e fece breccia, pur con qualche distinguo, nel cuore dei critici. Al punto che nel 2018 il film è entrato nel prestigioso catalogo d’autore della Criterion, con un’edizione in dvd che comprende 50 minuti di sequenze inedite e altri materiali. Il che fu possibile anche perché John Hughes nei 32 giorni di riprese girò 300mila metri di pellicola, una quantità inusuale per un semisconosciuto regista alle prese con quella che, sulla carta, era un’operina giovanilista destinata a un pubblico di ragazzini. Qual è dunque la storia di Breakfast Club?

John Hughes, il cantore dell’adolescenza

La vicenda parte dal suo autore, John Hughes, nato nel 1950, generazione dei baby boomers, nato nel Michigan e cresciuto nell’Illinois, diventato dopo i vent’anni – intanto si era già sposato – un pubblicitario di successo alla Leo Burnett, prestigiosa agenzia pubblicitaria di Chicago, firmando campagne celebri come quella della schiuma da barba Edge. Era uno scrittore bulimico, con l’abitudine di riempire di idee, spunti e disegni dei quaderni di piccolo formato con la sua grafia fitta e minuta. Alla sua morte – Hughes è scomparso per un infarto nel 2009 a 59 anni, aveva abbandonato da tempo il cinema dopo successi di cassetta come Mamma, Ho perso L’Aereo (1990), che produsse soltanto, e qualche ultima mediocre regia – i figli trovarono circa 300 agende.

La passione per la scrittura lo portò a gravitare intorno alla National Lampoon, la rivista satirica da cui fiorì tutta la comicità politicamente scorretta di radio tv e cinema degli anni Settanta, compreso il Saturday Night Live e il film Animal House con John Belushi (che in originale infatti s’intitola National Lampoon’s Animal House). Hughes cominciò a collaborare con la testata e intanto un paio di suoi soggetti divennero dei film, Mister Mamma (1982) e National Lampoon’s Vacation (1983).

Il passaggio alla regia fu solo un fatto di (poco) tempo. Hughes aveva nel cassetto una sceneggiatura, il cui titolo provvisorio era Detention, che ruotava intorno a un gruppo di studenti delle superiori costretti a passare un sabato a scuola per punizione, sotto lo sguardo severo del preside. I ragazzi dopo le prime schermaglie superano l’ostacolo delle loro profonde diversità caratteriali e anche di classe – un dato da non sottovalutare – e cominciano a farsi confessioni reciproche, comprendendo di essere accomunati dalle medesime paure. Era nato Breakfast Club.

Criterion Collection: Breakfast Club (2 Dvd) [Edizione: Stati Uniti]
  • Emilio Estevez, Judd Nelson, Molly Ringwald (Actors)
  • John Hughes (Director)

Anche se poi, forse perché i produttori erano intimoriti da un esordio alla regia con un racconto da camera d’impianto teatrale, Hughes fu stimolato a scrivere qualcos’altro, uscendosene con una storia imbastita in due giorni – oltre che bulimico era anche rapidissimo, col difetto talvolta di non riscrivere abbastanza – che divenne il suo primo film, Sixteen Candles (1984). Un’altra storia di adolescenti, ma più prevedibile, con le feste, le scorribande e gli sbalzi ormonali, che certo non vale Breakfast Club, ma che comunque gli consentì di affinare le sue doti di regista e soprattutto di direttore degli attori. Fu in quel film che trovò i suoi interpreti ideali, Anthony Michael Hall e Molly Ringwald, che parteciparono anche al progetto successivo.

Allo spettatore di oggi questi nomi, più quelli degli altri tre protagonisti di Breakfast Club, Ally Sheedy, Judd Nelson, Emilio Estevez (figlio di Martin Sheen e fratello di Charlie), non diranno molto. All’epoca divennero tutti dei quasi divi, in particolare la Ringwald, una delle icone giovanili del tempo, che si conquistò persino la copertina di Time. Nell’ambito dei teen movie non si era ancora visto niente di simile. Si era abituati nel caso migliore ad Animal House, nel peggiore a Porky’s: ma erano sempre racconti goliardici e maschilisti su giovani che spiano le ragazze dal buco della serratura (o dalla finestra, come fa anche Belushi nel classico di John Landis). L’unica eccezione di una qualche profondità era Fuori Di Testa (1982), protagonista un giovanissimo Sean Penn, diretto da una donna, Amy Heckerling e scritto da un esordiente Cameron Crowe.

Breakfast Club
Molly Ringwald sulla copertina di Time nel 1986

Breakfast Club, Shermer Illinois

John Hughes era mosso da un disegno piuttosto ambizioso. Come ha detto un attore a lui molto legato, Matthew Broderick, che diresse in Una Pazza Giornata Di Vacanza, il regista “amava i vasti affreschi, non gli interessava raccontare delle tranches de vie”. Per questo delineò uno spazio fittizio in cui ambientò gran parte dei suoi film, Shermer – Shermerville si era chiamata fino al 1923 la cittadina in cui Hughes era cresciuto, Northbrook –, la quintessenza della provincia americana, il luogo qualunque abitato da qualunque adolescente. Un simbolo, come la Springfield dei Simpson, un cartoon che dal cinema di Hughes trae atmosfere e personaggi (le schermaglie tra Bart e il direttore Skinner ricordano molto quelle tra studenti e presidi sia in Breakfast Club che in Una Pazza Giornata Di Vacanza).

All’ombra di questa città ideale, la storia dei cinque ragazzi di Breakfast Club assume i toni di un racconto generazionale valido per chiunque. Importante la location: per ottenere il massimo effetto di realismo, la Shermer High venne ricreata alla Maine North High School, un istituto dei sobborghi di Chicago chiuso tre anni prima, con la biblioteca, set principale della storia, costruita ad hoc all’interno della palestra. Poi ci sono i personaggi. È vero, sono molto tipizzati: il bullo di basso ceto (Nelson), l’atleta (Estevez), il nerd (Hall), la reginetta della scuola (Ringwald), la disadattata (Sheedy, che non parla per la prima mezz’ora del film). Il grande critico Pauline Kael disse che erano “un gruppo di stereotipi che si lamentano del fatto di essere trattati come stereotipi”. Ma a leggerla in maniera diversa si potrebbe anche dire che si tratta di ragazzi che si nascondono dietro lo stereotipo per mascherare la loro fragilità.

Soprattutto, questa è una qualità riconosciuta anche dai più critici, il film ha la freschezza dell’autenticità e il sapore di un racconto dal punto di vista dei ragazzi. John Hughes, che con i suoi primi tre film è passato alla storia come il “cantore dell’adolescenza, nei suoi momenti migliori ha la capacità di immedesimarsi con le loro angosce e insicurezze, aderendovi e lasciandole fluire per quello che sono, senza eccessivi filtri. Infatti sul set diede molta fiducia ai suoi giovani protagonisti, che andavano dai 16 anni di Hall e Ringwald ai 25 di Nelson, lasciando ampio spazio all’improvvisazione.

E se ci sono parti che risentono palesemente dell’usura del tempo – il numero di ballo alla Footloose, che col senno di poi Hughes si rammaricò di avere inserito –, altre cose reggono bene. A partire dai titoli di testa, che mostrano la scuola in un veloce montaggio di piani fissi su dettagli che restituiscono un’idea non rasserenante: armadietti in disordine, sale agghindate per la festa mestamente deserte, quaderni scarabocchiati con richieste d’aiuto. C’è anche la foto dello “studente dell’anno del 1969”, che poi scopriremo essere diventato il bidello della scuola (John Kapelos), l’unico altro personaggio adulto insieme al preside (Paul Gleason): segno che il decantato ascensore sociale americano non funziona sempre. E poi, volendo limitarsi a citare solo l’essenziale, c’è la lunga sequenza delle confessioni: venti minuti di discussione in cui, dopo essersi stuzzicati per un’ora buona, i ragazzi si raccontano reciprocamente, con la camera che registra con discrezione ogni loro sussulto, senza che la tensione cali praticamente mai.

Breakfast Club
John Hughes insieme al quintetto di protagonisti

L’adolescenza, l’età più seria

Breakfast Club snocciola i temi dell’adolescenza: il rapporto conflittuale coi genitori, l’ossessione per la competizione (la principessa deve essere perfetta, il nerd deve prendere i voti più alti, l’atleta deve vincere sempre), la sessualità (le ragazze che non hanno diritto all’espressione del desiderio, ingabbiate nel codice culturale binario che le vuole o verginelle o poco di buono). Tutto è vissuto con la drammaticità e gli eccessi dell’età, come nella battuta di Ally Sheedy secondo cui “quando cresci il tuo cuore muore”. È un’esagerazione, naturalmente: ma come amava dire Hughes, quella è la fase della vita in cui ogni cosa è vissuta con adesione totale, in cui “è appagante sentirsi male come sentirsi bene”. Perciò il film può risultare persino tedioso, perché si prende estremamente sul serio. Ma è un dato dell’adolescenza, che si ribalta in difetto solo se non lo si colloca nella giusta prospettiva e lo si guarda senza empatia.

Per chi poi, a uno sguardo retrospettivo, lamentasse il fatto che i protagonisti di Breakfast Club sono cinque ragazzi bianchi puliti e troppo carini, valga quanto disse John Singleton, all’epoca un diciassettenne di colore che scriveva recensioni per il giornale della scuola poi divenuto un influente regista, purtroppo scomparso l’anno scorso. “Quello che ho apprezzato di più del film è che i vari personaggi erano degli archetipi dell’adolescenza, ma attingevano alla radice di problemi autenticamente umani. Non mi sono sentito estraneo per il fatto che fossero tutti ragazzi bianchi. Erano solo degli adolescenti che cercavano una strada per arrivare all’età adulta, proprio come me”.

O anche la testimonianza, riportata dalla Ringwald in un suo articolo del 2018 che rilegge il cinema di John Hughes alla luce del Me Too, di Emil Wilbekin, giornalista gay di colore che l’aveva ringraziata perché quel film “gli aveva salvato la vita”. Breakfast Club, ha detto, gli aveva mostrato “che c’erano altre persone come lui che combattevano con la propria identità, sentendosi fuori posto nei costrutti sociali del liceo e sfidando le aspettative e le pressioni familiari“. E non era stato disturbato dalla mancanza di diversità, “perché i personaggi e gli accadimenti erano così meravigliosamente umani, perfettamente imperfetti”.

Breakfast Club
Lo scatto di Annie Leibovitz che fu usato per il poster del film

Ormai, passati trentacinque anni, possiamo dire che Breakfast Club ha retto all’urto del tempo. Non sembra mirare a ribaltare i valori e i codici culturali che pure analizza criticamente. Il delinquente troppo sexy e la bella della scuola alla fine se la intendono, e la disadattata, con il giusto trucco, rivela di essere carina e appetibile, rispondendo al modello che a parole rifiuta. Ma va sottolineato che, prima di giungere alla conclusione, i ragazzi si chiedono con franchezza se il lunedì successivo, dopo questo momento di autocoscienza collettiva, si saluteranno da amici o si ignoreranno, tornando nel guscio protettivo delle tribù d’appartenenza.

Così il film delinea, è vero, un processo di normalizzazione e accettazione dello status quo, lasciando però un interrogativo su quanto si tratti di qualcosa di desiderato o soltanto d’ineluttabile, perché non si ha la forza per contrastare individualmente certe regole sociali. E non inganni il finale trionfalistico che forse, a ben vedere, lo è solo all’apparenza, come la canzone dei Simple Minds, Don’t You (Forget About Me), enfatica nella melodia ma assai meno nel testo. Senza dimenticare che la prima versione del film di due ore e mezza, poi ridotta a 100 minuti scarsi, contemplava una sequenza in cui il bidello prevedeva il futuro da adulti, non lieto, dei cinque protagonisti. Guardatelo o riguardatelo questo film, e vedete l’effetto che vi fa. E se siete ex adolescenti degli anni Ottanta come il sottoscritto, non fatevi incatenare dall’effetto nostalgia. Perché Breakfast Club avrà i suoi difetti, ma è tutto tranne che un film nostalgico.