L’8 aprile 1994 il corpo di Kurt Cobain fu ritrovato senza vita

Il leader dei Nirvana giaceva esanime da 3 giorni

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Ciò che sembrava uno stato di sonno di una persona qualsiasi era il corpo di Kurt Cobain senza vita. Era l’8 aprile 1994 e la storia del rock riceveva un colpo basso da un artista che su quel livello aveva deciso di ritornare. Nella sua testa tanti pensieri, tante voci distorte come il suo big muff e tanto disordine che decuplicava l’ordinato e necessario caos della scena grunge di Seattle. Era morto il cantante dei Nirvana. Un suono stridente, un’esplosione, un boato assordante lo avevano ucciso cancellando quel volto dalla faccia dalla Terra.

Il ritrovamento del corpo

A Seattle alle 8:40 del mattino c’era il sole. Gary Smith era un elettricista dell’azienda Veca Electric e si era recato presso casa Cobain, nei pressi del lago Washington, per installare l’illuminazione di sicurezza. Dalla serra accanto al garage dell’abitazione Smith vide il corpo di un uomo che sembrava semplicemente addormentato, ma quando vi si avvicinò notò il volto sfigurato, il sangue accanto alla testa, il fucile e una lettera conficcata nel terriccio.

Alle 9:40 Gary Smith chiamò la polizia. Quell’uomo era Kurt Cobain, leader dei Nirvana. Aveva 27 anni e il suo corpo giaceva senza vita da tre giorni. Era il 5 aprile 1994, infatti, quando il cantautore statunitense, la voce generazionale di Smells Like Teen Spirit aveva rivolto contro di sé un colpo di fucile. La polizia rinvenne il fucile a pompa Remington M-11 calibro 20 accanto al cadavere.

La prima fuga di notizie

Intanto la notizia sfuggì di mano. Il telefono di Marty Riemer, DJ della stazione radio KXRX di Seattle, squillò. Dall’altra parte uno sconosciuto si presentò come un impiegato della Veca Electrics e gli disse: “Ho una notizia da un milione di dollari”. Pochi minuti tutta la città seppe della morte di Kurt Cobain.

Proprio dalla radio Kim Cobain, sorella di Kurt, ricevette la terribile notizia e la comunicò alla madre Wendy Elizabeth Fradenberg.

Kurt Cobain viveva insieme a sua moglie Courtney Love, leader delle Hole, e la piccola Frances Bean che in quel tempo aveva appena due anni. Fu l’avvocato dei Cobain, Rosemary Carroll, a telefonare alla moglie che in quel momento si trovava a Los Angeles per disintossicarsi. “Come?”, domandò Courtney, consapevole che quanto il marito aveva tentato di fare più volte in quel giorno avesse trovato compimento.

La notizia rimbalzò e al numero 171 di Lake Washington Boulevard Est iniziò a radunarsi una folla di fan, curiosi e giornalisti. Un fotografo del Seattle Times, Tom Reese, si arrampicò sulla collinetta di fianco alla villa e scattò una foto. Il braccio, il pugno chiuso, la gamba distesa e un uomo accovacciato accanto al corpo nell’atto di annotare i dettagli. La morte di Kurt Cobain divenne dominio di tutto il mondo.

In Italia fu toccante il servizio di Claudio De Tommasi mandato in onda sull’emittente VideoMusic: “”‘Il successo mi ucciderà’, diceva Kurt, e Kurt si è sparato in faccia per distruggere il suo viso. Quel viso che lo ossessionava, lo fissava dalle copertine dei giornali, dallo schermo della TV”.

La lettera d’addio

“Non posso sopportare l’idea che Frances diventi una miserabile, autodistruttiva rocker come me. Mi è andata bene, molto bene durante questi anni, e ne sono grato, ma è dall’età di sette anni che sono avverso al genere umano. Solo perché a tutti sembra così facile tirare avanti ed essere empatici. Penso sia solo perché io amo troppo e mi rammarico troppo per la gente”.

Nella lunga lettera che Kurt fissò con una biro al terriccio, pugnalandola come per sfogare un ultimo schianto di rabbia e dolore, c’era tutto l’amore che un padre, una rockstar, un uomo sofferente e un cuore soffocato avevano ancora da dimostrare. Courtney ne lesse alcuni versi durante la grande veglia funebre del 9 aprile, al Seattle Center, commentando ogni frase.

La spirale discendente di Kurt Cobain

Il 4 marzo 1994 Kurt Cobain tentò di uccidersi mentre si trovava all’Hotel Excelsior di Roma, ma una corsa disperata al Policlinico Umberto I scongiurò il peggio. Kurt era svuotato e ossessionato dalla voglia di morire. La sua dipendenza da eroina aveva raggiunto livelli inumani e i litigi con Courtney Love erano all’ordine dell’ora.

Per questo il 25 marzo il manager Danny Goldberg fece visita a Kurt nella sua villa di Seattle e lo obbligò ad entrare in una clinica per disintossicarsi. Il 30 marzo Kurt entrò al centro di recupero Exodus di Marina del Rey. Courtney lo seguì e si sottopose allo stesso trattamento, ma Kurt il 1° aprile fuggì e non lasciò notizie di sé.

Quell’8 aprile 1994 Courtney arrivò nella sua villa e chiese ai poliziotti di consegnarle la giacca di velluto del marito ancora intrisa di sangue. Li convinse, gliela consegnarono e la indossò. Il corpo di Kurt Cobain fu rimosso e sul pavimento rimase il suo sangue. Courtney, si narra, vi immerse le mani e rivolse lo sguardo al cielo. “Perché?”, gridò.

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