Come allontano lo stress da Coronavirus? Imito con la voce l’assolo di Slash in Sweet Child O’ Mine

In questo periodo di clausura e convivenza forzata è importante trovare un modo per rilassarsi e mantenere la calma

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Photo by Rex

Ho letto un articolo, credo de La Stampa, che prendendo come esempio Torino, ipotizza un serio problema psicologico, addirittura psichiatrico, cui si dovrà far fronte già a partire da domani, figuriamoci nei tanti giorni che mi sembra di capire dovremo continuare a passare reclusi in casa, non certo pochi come qualcuno aveva azzardato.

Vado a memoria, non è un articolo scientifico, questo, non è neanche un articolo, piuttosto il capitolo del mio personale diario del contagio, mi posso permettere un po’ di sciatta imprecisione, nell’articolo di cui sopra, vado a memoria, si diceva che la media dei ricorsi al TSO nella città di Torino è, fonte Instat, di 200 casi l’anno, dove per TSO si intende ovviamente il Trattamento Sanitario Obbligatorio, ricovero coatto, ma che negli ultimi giorni, parlo di questi giorni qui, di emergenza pandemica, il ricorso al TSO è nella media di 9 al giorno, con evidenti ipotesi di crescita all’orizzonte, crescita esponenziale.

In effetti, senza voler tirare in ballo il TSO che è ovviamente una cosa molto seria, anche guardando semplicemente al microcosmo della mia casa, sette persone rinchiuse in casa da tempo, certo una casa accogliente, lungi da me lamentarmi, sette persone rinchiuse in casa da tempo, quarantaquattro giorni, con picchi di cinquanta, i gemelli, a casa da una settimana prima della chiusura delle scuole, proprio a causa di una brutta influenza, e con me che mi azzardo a uscire una volta alla settimana per la spesa, è evidente che tutto questo lascerà tracce sulla nostra psiche. Non dico cicatrici, intendiamoci, resto ottimista, ma sicuramente tracce che impiegheremo un po’ di tempo a cancellare, sempre che ci si riesca.

Ho più volte scritto, in questi giorni, che in casa abbiamo questa sana abitudine di non sbroccare tutti insieme. Sarebbe una bolgia, converrete, o qualcosa di simile a una rissa da bar dello stadio. Ma nei fatti più passano i giorni più questa sana abitudine comincia a vacillare, con il nervosismo che sale e che, anche noi adulti, fatichiamo a tenere sotto controllo.

Prendo proprio noi adulti come esempio, non per cazzate come la privacy dei più piccoli, ma perché mi risulta più facile parametrarmi con la mia vita di tutti i giorni prima del Coronavirus, quella che ho indossato per cinquant’anni, calzata a pennello su me stesso, aderente come un guanto, anche di quelli monouso che in questi giorni non si trovano (grazie Giovanni che me ne hai spedito generosamente una scatola, e grazie Alberto che mi hai spedito generosamente delle mascherine, non vi conosco di persone, ma sapere che in giro ci sono persone come voi, capaci di questi gesti, rincuora e non poco, grazie davvero).

È vero, continuiamo a far finta che tutto sia come prima, non avendo per scelta cambiato orari e abitudini, fatta eccezione, appunto, che per l’uscire di casa, ovviamente, ma questo quadretto perfetto ha delle crepe che cominciano a essere profonde, dalle quali invece che trapelare luce, come dovrebbe essere, si intravede una oscurità fitta, notturna ma di quelle notti senza stelle e luna.

Io, per dire, mi alzo alla solita ora, intorno alle sette, giusto qualche minuto dopo il solito, perché in effetti c’è stato un lieve slittamento negli orari, preparo la colazione per me e mia moglie Marina, tutta la casa in silenzio, finalmente, anche nel fare questi semplici gesti proseguo i miei riti, sempre gli stessi, entro in cucina, tiro su la serranda della portafinestra che da sul balcone, accendo la caffettiera grande, ciondolo in attesa che il caffè venga su, spostando la biscottiera, cambiando la tazza che mia moglie la sera ha predisposto per la colazione, perché tra le tante tazze che abbiamo non azzecca mai le mie preferite, preferite sia per questioni legate all’estetica, tra queste sicuramente la tazza dei Simpsons, col culo di Bart, quella presa al Castello di Dracula, in Romania, sia per una questione di grandezza, la mattina prendo sempre il corrispettivo di tre tazzine di caffè con poco latte, mentre le altre tazze vorrebbero più latte per essere riempite, e a me la tazza piace piena fino all’orlo, anche se piccola, lo so che sembro un serial killer, lo so bene, ma pensate che queste sono le mie ossessioni in tempo di pace, figuriamoci ora che siamo sotto stress, comunque preparo la colazione, restando in piedi, e quando il caffè viene su nella moka, quella grande da sei, riempio sempre prima la tazzina di Marina, fino all’orlo, poi la mia tazza, lasciando sempre un minimo di caffè nella moka, quella grande da sei, nel caso che Marina volesse un po’ di bis, poi mi siedo e passo alla mia colazione, la faccio, mangiando due biscotti e bevendo il caffè con un goccio di latte, freddo, anche di inverno, poi vado a farmi la doccia, il resto della casa che dorme, iter che cambia giusto il sabato, perché di sabato la sveglia è spostata di un paio di ore, Marina non deve lavorare, ma i ragazzi grandi hanno a volte telescuola, sabato per dire l’aveva Tommaso, quindi io mi alzo prima che suoni la sveglia, tanto non dormo un cazzo, per essere sicuro che sia sveglio in tempo, esattamente come in passato facevo con entrambi, Tommaso e Lucia, giusto per controllare che uscissero in tempo per non arrivare in ritardo a scuola, poi di nuovo a letto, a volte, senza riuscire a riaddormentarmi, giusto per stare un po’ accovacciato accanto a Marina, o magari in studio, a fare la mia rubrica a RTL 102,5, parlo sempre di tempi di pace, quando appunto lavoravo a RTL 102,5, non di questi tempi, comunque finita colazione vado a farmi la doccia, tutti che dormono, anche qui ci sono i miei riti, prima di andare vado in camera, prendo gli occhiali, li pulisco partendo dalla lente sinistra, poi passo alla destra, me li appoggio sulla fronte, prendo lo smartphone, lasciando il caricatore attaccato alla presa dietro il comodino, Greta perdonami, in genere non leggo più in bagno, da che ci sono i social, figuriamoci in questi giorni noiosi nei quali la lettura mi ha davvero stancato, letti troppi libri nei primi giorni di clausura, quando in effetti non ero ancora così provato dalla clausura stessa, vado in bagno, cago, leggendo lo smartphone, quindi sappiate che spesso vi mando a cagare sui social mentre in effetti sto cagando, in una sorta di metanarrativa che si attorciglia in un loop, e sappiate anche che spesso i post che vi inducono a mettere le centinaia di cuoricini, perché ho detto cose toccanti, commoventi, romantiche, li ho scritti tutti così, seduto sulla tazza del cesso, mentre cagavo, vediamo se continuerete a metterli, poi appoggio occhiali e smartphone sul piano del lavandino, prendo accappatoio e asciugamano, faccio la doccia, esco, infilando l’accappatoio e poi asciugandomi prima il piede sinistro e poi il destro, andando a infilarli nelle ciabatte, vado verso il lavandino, inizio a lavarmi il viso, le orecchie, i denti, tutto in un rito che si ripete tutti i giorni, anche in questi di clausura forzata, oggi sono quarantaquattro giorni, poi torno in camera, e mi vesto, accendendo l’abat-jour, per non svegliare in maniera brusca Marina, che in realtà è in dormiveglia, perché la sveglia è sua, sul suo smartphone, lei si alza, con calma, carbura più lentamente di me, e mentre lei va a fare colazione io mi vesto e poi tiro su la serranda, affacciandomi fisicamente a quel mondo al quale mi sono già affacciato virtualmente mentre cagavo, sui social.

Dopo di che vado in sala, tiro su le serrande della sala, esco sul balcone, anche di inverno, per capire quanto fa freddo o caldo, per vedere il traffico nella strada sottostante, strada che in questi giorni non è trafficata, giusto chi ancora deve andare a lavorare, durante le ore di punta, e quell’agghiacciante via vai di ambulanze e carri funebri durante il resto del giorno, poi rientro, insomma, tutto ha un suo rituale, giorno dopo giorno, rituale che, per dire, prevede che io passi parte delle giornate al telefono, un tempo prevalentemente per lavoro, in questi giorni più telefonate tra amici, per sapere come stiamo, lontani ma vicini, per usare un brutto claim, rituale che prevede che io passi parte delle giornate al telefono, sempre passeggiando per casa, in studio, non in questi giorni che mi è stato depredato da Marina, fissa alla sua scrivania a parlare in teleconferenza, fatto che mi rende impossibile lavorare da lì, in camera mia, guardando le montagne dalla porta finestra del balcone, in sala, cammino e parlo, parlo e cammino, al punto che, alla fine della giornata, parlo delle giornate in tempo di pace, capita che io abbia percorso in casa anche una decina di chilometri, anche nei giorni in cui non posso permettermi di camminare in giro, come ormai è mia abitudine fare, sono a dieta da ormai sedici mesi, e la mia dieta prevede che io faccia almeno dieci chilometri al giorno, oltre che non mangi quel che mangiavo prima, non è di cosa mangio che voglio parlarvi, né di cosa non mangio, porco cazzo, faccio dieci chilometri anche in casa, parlando al telefono, a volte, questo mi dice il conta passi, fatto, questo, che in tempo di emergenza si è in parte fermato, perché parlo meno e parlo spesso dalla camera da letto, seduto davanti alla porta finestra, come uno dei vecchi della canzone di Baglioni, anche se è raro che, anche in questi giorni di clausura forzata, oggi sono quarantaquattro, io abbia percorso meno di tre chilometri e mezzo, a volte anche quattro, vedi cosa significa avere forza di volontà.

Tutto ha un suo rituale che, però, in questi giorni a volte si inceppa.

Perché se è vero come è vero che nel nuovo rituale da tempo di guerra, quello che stiamo vivendo ora, sono entrati di forza i gemelli coi loro compiti, perché alle elementari l’e-learning, e converrete che associare la parola e-learging al Ministro Azzolina farebbe piuttosto ridere, se ci fosse ancora qualcosa da ridere, come associarun qualsiasi termine istituzionale a quelle facce lì, un commercialista a capo della protezione civile, un avvocato a capo del governo, amatorialità innalzata all’ennesimo grado, e-learning che prevede che ci sia un genitore sempre presente, lì a scaricare file audio, a far vedere video, a stampare pagine con su schede, e fortuna che Amazon contempla tra i beni di prima necessità le stampanti e che ce le siamo potute permettere, le stampanti, come la connessione e i device che l’e-learning, penso anche a quello che stanno autonomamente portando avanti i due ragazzi, Lucia e Tommaso, prevedono e in qualche modo pretendono, paese di peracottari che non siamo altro, nessuno che abbia obbligato gli operatori telefonici a regalare i giga di navigazione, come nessuno che abbia chiesto alle banche di rinunciare ai propri fatturati bloccando i muti a famiglie e aziende, ricordiamoce al momento opportuno, pagherete tutto e pagherete caro, tutte azioni, lo scaricare come il seguire passo passo i gemelli durante i compiti, che portano via tempo, tempo prezioso anche in questi giorni di emergenza, perché poi uno deve pur continuare a lavorare, ché non è che sia previsto che ci si possa o debba fermare, ma vaglielo a spiegare al ministro Azzolina e un po’ anche alle maestre, e quindi i gemelli, terza elementare, entrambi terza elementare, doppi compiti da seguire, video da far vedere, file audio da far ascoltare, questo quello che faccio io, perché essere scrittore e critico musicale prevede tempi flessibili, e salvo la diretta #IoRestoACasaMonina, posso gestire i miei tempi abbastanza bene, salvo poi dovermi mettere davanti al PC la mattina presto, mentre Marina fa colazione e gli altri ancora dormono, o dopocena, mentre Marina sta a tavola a chiacchierare con sua madre, prima di rassettare, e io in genere mi isolo per studiare, parlo dei tempi di pace, e per studiare intendo navigare, leggere, guardare serie tv, film, quel genere di cose che farebbero storcere il naso a chiunque, specie se associate al fatto che ho appena scritto che dopo aver chiacchierato con la madre, a tavola, saranno loro, prevalentemente Marina, a dire il vero, a rassettare, amici col ditino alzato pronti a accusarmi di sessismo, pazientate, non prima di esservi ficcati il ditino alzato in culo, in casa ci siamo spartiti le mansioni, e a Marina è toccata quella, mentre io, per dire, mi occupo di fare le spesone, che in questi giorni di emergenza, converrete, è faccenda anche piuttosto rischiosa, sia fisicamente, vai a capire come si trasmette il Coronavirus, visto che anche l’OMS ogni giorno cambia indicazione, mascherine per tutti, mascherine solo per chi è malato, mascherine per nessuno, non servono a niente, come dei lavori di casa, quelli fisici, alla Manny Tuttofare, aggiusta un rubinetto, una tapparella, una presa che si è sputtanata perché qualcuno, non certo io, ci ha infilato dentro una presa tedesca mentre era una presa normale, quella roba lì, oltre che, appunto, di seguire i gemelli, che significa portarli a scuola, quando a scuola ci potevano andare, andarli a prendere, nei momenti in cui non è da noi nostra suocera, che ci dà una grande mano in tal senso, stare con loro se sono ammalati in casa, seguire i compiti dei gemelli, appunto, o andare ai colloqui coi professori dei grandi, parlo di quando si poteva uscire e andare a scuola, quindi, amici col ditino alzato, al momento ditino nel culo, fate i bravi, che qui non c’è nessun sessista, solo una normale famiglia che si è divisa i compiti, per altro in maniera non ferrea, per cui, servisse, potremmo anche alternarci, non fosse che io, per dire, non so stirare, non a caso non porto camicie, e Marina non sa aggiustare rubinetti, a ognuno le proprie competenze, anche competenze extralavorative, tornando quindi ai gemelli e alle loro lezioni in remoto, da casa, che nello specifico significa compiti da svolgere con qualcuno, un genitore, io nello specifico, che li segua passo passo, anche se i compiti, a livello logistico li gestisce Marina, lei li riceve, io sono fuori dalle famose chat dei genitori, lei li suddivide per giorni, lei li manda alle maestre e tiene i rapporti con loro, poi però li seguo io, lei la mente io il braccio, non solo e non tanto perché loro non possano farli normalmente da soli, ma perché se devono scaricare file audio, vedere video su Youtube, stampare schede, è ovvio che ci deve essere un adulto, io nello specifico, io che posso gestire i miei tempi abbastanza bene, salvo poi dovermi mettere davanti al PC la mattina presto, mentre Marina fa colazione e gli altri ancora dormono, o dopocena, mentre Marina sta a tavola a chiacchierare con sua madre, prima di rassettare, e io in genere mi isolo per studiare, parlo dei tempi di pace, e per studiare intendo navigare, leggere, guardare serie tv, film, quel genere di cose che farebbero storcere il naso a chiunque, ma se volevate fare il lavoro che faccio io, voi col ditino in culo, forse dovevate rinunciare a quel posto fisso che vi garantisce stipendio in tempo di guerra, oltre che in tempo di pace, che vi garantisce tutele come la malattia pagata, le ferie pagate, la pensione sicura, certo, avreste anche dovuto avere il talento spropositato che ho io, e per quello, mi spiace, a poco serve la volontà, oltre che un pizzico di spericolatezza, ma non credo sia il caso ora di affrontare un simile discorso, non è di lotte sociali che voglio parlare oggi, ma di rituali e routine che si incrinano, di stress psicologici, di ossessioni che si acuiscono, lo avrete già capito, e ve lo dico mentre scrivo queste mie parole in tarda serata, quando voi con buone probabilità ve ne state stravaccati sul divano a guardare la quarta stagione de La Casa di Carta, anche se stare seduti sul divano con un dito in culo, immagino, non sia comodissimo.

Comunque, vatti a ricordare come siamo arrivati a questa immagine non gradevolissima, parlo anche solo di una mera questione estetica, di uno che sta a guardare La Casa di Carta, quarta stagione, con un dito ficcato in culo, che poi, io compio tutti i giorni le medesime azioni, è venuto fuori, come un potenziale serial killer di quelli che abbiamo visto animare tutte le stagioni di Criminal Minds, serie finita proprio in piena emergenza, maledetti, ci sarà pure chi passa le serate a guardare serie tv con un dito in culo, ognuno ha i suoi riti e le sue ossessioni, non sta certo a me farne una classifica o lanciare dubbi giudizi morali, non sono né bigotto né uno sceriffo, io.

Ecco, ci siamo, sono tornato su e ho trovato il punto in cui mi ero perso.

Ho più volte scritto, in questi giorni, che in casa abbiamo questa sana abitudine di non sbroccare tutti insieme. Sarebbe una bolgia, converrete, o qualcosa di simile a una rissa da bar dello stadio. Ma nei fatti più passano i giorni più questa sana abitudine comincia a vacillare, con il nervosismo che sale e che, anche noi adulti, fatichiamo a tenere sotto controllo.

Le giornate che io e Marina stiamo passando sono piuttosto impegnative, inutile fingere che non sia così, perché ognuno di noi ha i suoi cazzi al lavoro, e grazie a Dio che lavoriamo, anche se nel mio caso molti lavori sono andati a puttane, alcuni semplicemente spostati a data da destinarsi, altri morti per sempre. E oltre a questo abbiamo una famiglia da gestire, coi figli, tutti e quattro, che pur sbroccando a turni sbroccano, e essendo quattro è un continuo sbroccare di uno a turno. Coi compiti da seguire. Con i conti da fare. Con le nuove abitudini da far diventare tali, nuove abitudini, si tratti di visitare musei online, per non perdere il senso del bello, o di fare lezioni di fitness, per non uscire di casa, quando finalmente usciremo di casa, vai a capire quando, per non uscire di casa grassi come il tizio che suonava l’ukulele cantando Over the Rainbow che un paio di giorni fa, forse tre, ho paragonato alla mia amica Eleonora, anche se io mi rifiuto categoricamente di fare fitness guardando video in tv, mi rifiuto perché ho un mio senso della dignità, e perché sono contrario da sempre a ogni forma di attività fisica che non comprenda lo scontro fisico, amante del calcio inglese, da Roy Keane a Tony Banks, passando per Eric Cantona, al limite, ma proprio con sforzo, assecondo la volontà di Marina di farci sette piani di scale, abitiamo al settimo piano, dopo aver portato giù l’immondizia, una volta ogni tre giorni circa, scendiamo in ascensore e risaliamo a piedi, ma è più che altro per non farla salire da sola, perché credo che salire le scale sia atto contro natura.

In tutto questo, io e Marina, cerchiamo di rimanere lucidi, tenendo a bada come possiamo il nostro nervosismo.

Per dire, l’altra sera, dopo una giornata particolarmente impegnativa per tutti e due, le ferie obbligatorie che hanno in qualche modo incrinato il nostro classico ottimismo, noi che durante la prima settimana di clausura avevamo provato a buttare giù un planning per le prossime vacanze, più per autoconvincermi che sarebbe finito tutto bene che per una reale fiducia nel futuro prossimo, perché già è dura sapersi in casa, ma sapersi in casa comunque anche in agosto, sperando che nel mentre tutto questo sia finito, non è affatto piacevole, tant’è, il lavoro che non accenna comunque a diminuire, pur nella stravaganza di farlo da casa, in ciabatte, parlo per lei, non certo per me che in ciabatte ci vivo, le riunioni tramite Webex, con le task force aziendali in cui si accenna cautamente a scenari non esattamente esaltanti, dati analizzati con coscienza e senza il bisogno di essere imbonitori, come invece par di capire stiano facendo coloro che ci guidano, capaci giusto di spostare più in là l’orizzonte, settimana dopo settimana, i gemelli che occupano sempre più tempo, gli altri che occupano sempre più tempo, Lucia che manifesta incredulità di fronte all’ipotesi di mesi estivi passati in casa, Tommaso che manifesta terrore all’idea, prima o poi, di dover uscire, per dire, l’altra sera, dopo una giornata particolarmente impegnativa per tutti e due, non sentendola parlare al telefono, nel mentre stavo guardando Ozark su Netflix, e sappiate che anche quello per me è lavoro, mi ripeto, e non sentendola in generale muoversi per casa, mi sono affacciato in studio, preoccupato.

Entro, aprendo con cautela la porta, non sia mai che sia proprio lì dietro, e la trovo stesa in terra. Per un piccolo frangente di tempo, parlo di particelle temporali talmente piccole da non essere state ancora identificate con un nome proprio, credo, ho pensato a qualcosa di brutto. Siccome, però, siamo ormai abbastanza abituati al brutto, al male, e siccome vivo in casa con quattro figli, e sono quindi abituato a una lucida decifrazione del reale in frazioni temporali  talmente piccole da non essere state ancora identificate con un nome proprio, perché se qualcuno si fa male in casa devi saperlo subito, prima di subito, comprendo immediatamente che Marina non è svenuta, del resto avrei sentito il rumore di lei che cade, non perché io pensi che in effetti sia stato vano il suo fare fitness guardando video in tv o il suo ostinarsi a fare e costringermi a fare con lei i sette piani di casa, intendiamoci, non le sto dando della sovrappeso, continuo a pensare di lei che sia la donna più bella che mi è mai capitato di vedere, e non sto scrivendo queste parole sedute sul cesso, non riuscirei a farlo comodamente tenendo il PC sulle gambe, quella pratica la lascio a quando scrivo commenti o post sui social con lo smartphone, è esattamente quello che penso, lo dico perché se un adulto cade, è ovvio, fa un rumore, un botto a suo modo, e io non ho sentito nessun botto.

Sento invece, una volta entrato, musica discutibile, new age, ma new age brutta, non tipo quella di Brian Eno, per capirsi, accompagnata da una voce lagnosa che dice comandi rassicuranti in inglese.

Marina sta facendo yoga, lì stesa in terra.

La guardo, la amo quindi posso permettermi di guardarla con biasimo misto a sarcastico scherno.

Lei guarda me, dal basso verso l’alto, è stesa in terra, le gambe tirate su in una posa non naturalissima, sempre che lo yoga preveda qualcosa di naturale, e mi dice: “Devo fare qualcosa per allontanare la tensione”. Frase, questa, che sottende la meno yoghesca “Vedi di non rompere i coglioni e di toglierti dalla faccia quel sorrisetto sarcastico, coglione”, per altro tutte parole condivisibili.

Faccio per andarmene, chiudendomi la porta dello studio alle spalle, giusto il tempo di fermarmi, come di solito faceva il Tenente Colombo quando stava per porre al colpevole la domanda che lo avrebbe incastrato, lui lì col suo impermeabile sporco, l’aria acciaccata, che se ne va, poi si ferma, torna indietro e lo inchioda ai suoi crimini, giusto il tempo di fermarmi e sorriderle, così, sena aggiungere altro, io so, lei sa.

La lascio al suo yoga, altro non posso fare, e vado a fare in sala il mio, di yoga antistress, che consiste nel mettere su Youtube il video di Sweet Child O’ Mine dei Guns ‘N Roses al massimo volume, o almeno al massimo volume che lo yoga di Marina, a pochi metri da me, consente, premere Play e mettersi a mimare con la voce ogni singola nota di Slash, e Dio solo sa se al mondo esiste qualcosa altrettanto capace di allontanare lo stress che imitare quell’assolo di chitarra con la voce.

Andrà tutto bene, si dice continuamente in questi giorni, non è uno scenario sul quale punterei qualche euro, ma a credere alle favole non ha mai fatto male a nessuno.

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