A sentire la virologa Capua, le donne potrebbero prendersi il futuro dell’umanità sulle spalle, traghettandoci fuori da questa pandemia

Nel mio piccolo aggiungo che le donne potrebbero sollevare anche il mondo della musica, ormai sempre più in caduta libera

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Photo by ilfoglio.it

So che esprimere mancanza di fiducia in chi, in questi giorni di disperata emergenza, sta lavorando per porre fine a questi giorni di disperata emergenza può suonare intempestivo quanto di dubbio gusto. Ma siamo tutti umani, e ripeto, non so se questa sia un’attenuante o una aggravante, direi che è normale dubitare nel momento in cui le certezze vacillano e la comunicazione che quelle certezze dovrebbe veicolare è così fatta a cazzo di cane proprio da parte di coloro che dovrebbero risultare fari nella tempesta, non certo i moggi sopra il lume di evangelica memoria.

Per questo, lo confesso pubblicamente, la mia fiducia in buona parte dei virologi, parlo dei virologi che conosco, quindi, non conoscendone nessuno di persona, parlo dei virologi da tempo diventate star della tv, più presenti in talk show e programmi di approfondimento che in laboratorio, direi, così a occhio, e iniziando quindi a esprimere tra le righe parte del mio dissenso, perché sottintendere che i virologi siano più affascinati dalle luci della ribalta che dai neon dei laboratori, sempre che nei laboratori ci siano in effetti i neon, come si vede in certi film, quasi sempre catastrofici, la cui visione sconsiglio sentitamente in questi giorni di di disperata emergenza, sottintendere che i virologi siano più affascinati dalle luci della ribalta che dai neon dei laboratori, in effetti, è esprimere un giudizio tranchant che non lascia spazio a repliche, perché uno pretenderebbe, così, magari senza diritti, un loro rimboccarsi le maniche che con lo stare costantemente in tv poco ha a che fare, anzi, nulla, anche perché, spesso, di qui buona parte della mia totale sfiducia, quel loro stare in tv, sotto le luci della ribalta, non porta certo a veicolare nozioni utili, ognuno ha la sua personale visione del caso, spesso in contraddizione con quella dei colleghi, e sicuramente non ci regala serenità o speranza, perché il sapere che ognuno ha la sua visione del caso contribuisce più a proiettarci in un futuro prossimo di sfilacciamenti e ulteriori incertezze, più che in uno rassicurante e squadrato, Dio solo sa quanto le linee e gli angoli retti ci potrebbero dare rassicurazioni in questi giorni di grafici e di parabole, la mia fiducia in buona parte dei virologi da tempo diventate vere star della tv è pari a zero, venditori di fumo e affamati di narcisismo più che scienziati in grado di darci illuminanti e illuministiche risposte. Ma la mia sfiducia, usiamo le parole corrette, nei confronti dei virologi non è certo data dal narcisismo, dal troppo narcisismo manifestato, sono a mia volta un narcisista, anche se il mio è sicuramente un narcisismo meno dannoso e pericoloso, parlo di musica, mica di vita o di morte, quanto più dal fatto che, a guardare indietro invece che in avanti, è palese che nessuno di questi virologi avesse neanche vagamente intuito a cosa stavamo andando incontro.

Uno potrà dire, o potrebbe dire, che anche i virologi non hanno la palla di cristallo, e su questo penso di poter essere d’accordo con questo ipotetico uno, ma è evidente che dire che siamo in una pandemia non fa dei virologi gli scienziati sicuri e competenti che ci immagineremmo, perché affermare che piove non fa di me un metereologo, ma uno che si è affacciato alla finestra e ha visto la pioggia, come constatare che un vulcano si è svegliato non fa di me un vulcanologo, ma uno che, cazzo, ha visto la lava e il fumo e i lapilli, da un virologo mi aspetterei una previsione di un contagio, specie una diffusione così spaventosa e veloce, oltre che esponenziale, più che un dire che siamo in piena pandemia, e grazie al cazzo, questo lo so pure io che sono un critico musicale, dai virologi mi aspetterei proposte e strategie, piuttosto che questo loro continuo cambiare idea, mascherina sì, mascherina no, il virus è nell’aria, il virus passa solo dalle goccioline di saliva, gli asintomatici sono infettivi, gli asintomatici non sono infettivi, il farmaco X serve a bloccare il virus, il farmaco X non ha alcuna rilevanza nella lotta al virus, e potrei andare avanti per pagine e pagine.

Non ho fiducia nei nostri virologi, e lo so che nel dire questo, oggi, mi pongo in una situazione sinistra, perché potrebbe accadere, e mentre lo scrivo sto come al solito digitando sui tasti come il Daniel Day Lewis de Il Mio Piede Sinistro, le mani a coppa sulle palle, potrei anche io avere bisogno di detti virologi, ma credo che fingere una fiducia che non ho non mi aiuterebbe a gestire il mio rapporto complicato con la lucidità mentale, e siccome questo diario ha sì lo scopo di documentare un momento storico senza precedenti, dal mio personale punto di vista di scrittore e di critico musicale, ottocentomila battute di diario in quarantatré giorni, suppergiù, non sono esattamente una documentazione da poco, me lo dico da solo, ma sono anche un mio tentativo, tentativo dichiarato, di mantenere la lucidità, di non snaturarmi troppo, di rimanere, in sostanza, il ghepardo di sempre, direi che tirare fuori quel che ho dentro mi sia vitale, se non siete dell’idea andatevi a leggere le cronache della finale di Amici scritta da parte di chi a Sanremo ha dato delle merde ai concorrenti dei talent, relegandoli all’ultimo posto della classifica, salvo poi esser lì, in collegamento casalingo, sulle solite quattro zampe al cospetto di Maria De Filippi, e sia messo agli atti che, pur non avendo seguito io neanche un minuto del programma, la foto che ho visto sui social di lei, Maria De Filippi che tende le braccia, i palmi delle mani aperti, verso a Gaia, la vincitrice di Amici, anche lei le braccia tese e i palmi delle mani sollevati, come a voler simulare un abbraccio a distanza, beh, quella immagine mi ha commosso, per quanto sia possibile commuoversi per me parlando di un talent, cioè davvero poco, in altri tempi sicuramente niente.

Non ho fiducia nei virologi, e vorrei che, a parte la Capua, che mi sembra sempre contenuta nei suoi giudizi, saggia, direi, e che sta provando a dire cose di buon senso, non a caso a distanza da noi, allontanata dalle nostre istituzioni, istituzioni che prima o poi dovranno rispondere della propria inadeguatezza, altro che i virologi, i virologi iniziassero a parlare di meno e a fare di più, provando a mettere una pezza a una situazione che sembra giorno dopo giorno sempre più dura e lunga, di queste ore l’ipotesi che il lock down prosegua fino a metà maggio, stando alle dichiarazioni anche quelle fatte a cazzo di chi guida la protezione civile e il governo.

La Capua, dicevo, lei sembra una scienziata che, in quanto scienziata, dice quello che sa, non si lascia andare al proprio ego per scontrarsi coi colleghi, il righello in mano per sancire chi ce l’ha più lungo, forse perché donna e in quanto donna sprovvista di cazzo, l’arroganza, quella dei colleghi uomini, non supportata dai fatti di chi pensa di essere stocazzo ma uno stocazzo che in fondo sta facendo cronaca, invece che provare a cambiare il corso del destino, che racconta l’ovvio invece che provare a fermare quello che agli occhi spauriti dei più sembra ormai l’inevitabile.

La Capua ha affermato, lo ha fatto nelle ultime ore, negli ultimi giorni, che per provare a ragionare su una fase 2, quella cioè di progressiva ripresa della attività, parlo di lavoro, di uscita di casa, magari anche di ripresa delle attività scolastiche, chissà, toccherà non solo fare i conti con il virus in sé, ma anche con le reazioni al virus dimostrate statisticamente. Non lo ha detto così, non sono uno scienziato e questo non è un articolo scientifico, è solo il quarantatreesimo capitolo del mio diario del contagio, del mio personale Decameron, non pretendete questo tipo di linguaggio appropriato da me, non lo avrete, ma ha in sostanza detto, dopo aver manifestato un po’ di apprensione perché la sua ipotesi che il virus si depotenziasse nel tempo, magari col caldo, anche in virtù di questa diffusione esponenziale è in parte stata messa in crisi dai fatti, che il virus si indebolisca, al momento, non vi è evidenza, ha detto che si dovrà iniziare a ragionare sull’uscire a scaglioni, lasciando che resti in casa chi si è dimostrato più debole, isolando quindi non tanto i contagiati, quanto quelli che da un contagio avrebbero la meglio.

Ipotesi, per dire, messa in atto da alcuni stati, penso a Israele, che ha isolato gli anziani, appunto, o alla Svezia.

Ha quindi sostenuto, andando in parte a proporre ipotesi percorribili alla politica, che proprio questo tipo di ipotesi dovrebbe vagliare, se solo avessimo alla guida politici e non improvvisati peracottari, che si dovrebbe cominciare a ragionare su chi potrebbe per primo tornare alla vita sociale, soprattutto a quella lavorativa, perché l’ipotesi che si resti tutti in casa per mesi e mesi ci troverebbe sì non attaccati dal virus, ma probabilmente attaccati alla canna del gas, vuoi per i danni psicologici di stare in casa, e già dire casa in alcuni casi non ha senso, magari anche da soli, o con persone con cui non vorremmo stare in casa, sia per la crisi economica, che rischia davvero di rendere questo post-pandemia peggiore di un dopoguerra. In questo scenario, quindi, lei, la Capua, virologa, ripeto, allontanata dalla nostra politica, ha ipotizzato che le prime a poter uscire siano le donne, specie le donne sotto i quarantacinque anni, perché le donne sono statisticamente meno colpite dal virus, e perché le donne più giovani lo sono ancora di più.

Il tutto, ovvio, con le grandissime lacune di tamponi e screening sierologici che l’Italia, soprattutto la Lombardia, che da sola ha quasi gli stessi casi e decessi del resto d’Italia, ha messo in campo, ma suppongo che la Capua, la professoressa Ilaria Capua, fatemi essere almeno un secondo formale, che sta in America, a capo dell’One Health Center of Exellence dell’Università della Florida, stia facendo un ragionamento sul piano mondiale, non certo  relativo alla sola Italia.

Le donne, e le donne giovani, quindi, potrebbero prendersi il futuro dell’umanità sulle spalle e provare a traghettarci fuori da una pandemia che si è dimostrata di portata epocale, al pari della seconda guerra mondiale, se non per numero di morti, e qui mi ritocco le palle, quantomeno per effetti sull’economia e sulla socialità.

Ora, non credo sia necessario star qui a sottolineare come la cosa mi colpisca nel profondo, non sono un virologo in cerca di luci della ribalta, le ho già quelle luci, mi state leggendo, sono una cazzo di rockstar delle parole scritte, non ho mica bisogno di trovare pubblico o lettori, la cosa mi colpisce perché, nel mio campo, quello della critica musicale, sono dieci anni che provo a indicare non solo come qualcosa di non troppo diverso da una pandemia si sarebbe portato via una buona fetta del mercato e del sistema musica, fatto che puntualmente si sta svolgendo sotto gli occhi di tutti, andatevi a leggere le dichiarazioni di discografici, editori, artisti, maestranze, promoter, se non vi fidate di me, brutte merde, Cassandra che diceva “occhio che morirete presto” col tempo diventato Plinio il Giovane che diceva “Pompei è finita sotto la lava e la cenere”, ma al tempo stesso sono circa dieci anni che mi ritrovo a indicare proprio nel femminile, le cantautrici nello specifico, il solo spiraglio di salvezza, il momento in cui Bruce Willis si congiunge carnalmente con Mila Jovovich nel finale de Il Quinto Elemento di Luc Besson, non solo perché le donne, tagliate fuori proprio da quel mercato e sistema musica che in questi anni si incamminava a larghe falcate verso l’apocalisse, stavano sviluppando una sorta di libertà d’azione e di sperimentazione che ora appare come una sorta di boccata d’aria fresca, e dire aria fresca nel momento in cui il mondo è attanagliato dal terrore di morire soffocato dal Coronavirus, converrete, è una metafora bella potente, incredibilmente potente, ma anche perché, non dovendo fare i conti con canoni precedenti, non dovendo correre sui binari precostituiti dall’azienda di telecomunicazioni che si sposta verso Ovest, quella che Francesco De Gregori cantava in Buffalo Bill, esaltando le doti del bufalo che può appunto scartare di lato e cadere, sono proprio le donne, oggi, a avere la possibilità di disincagliarsi dal fondo, senza catene e zavorre, e tornare a nuotare, che si tratti di andare al largo o tornare a riva poco conta.

Perché ho coscienza, e ho coscienza da uomo di cinquant’anni, quaranta quando ho iniziato a esternare queste mie teorie e convincimenti, uomo che vive in casa, al momento, parlo di questi anni, ma nello specifico anche di questi giorni in cui si vive solo in casa, senza una vita fuori di casa, con altre quattro donne, mia moglie Marina, con la quale condivido la vita da trentadue anni, le nostre figlie Lucia, diciotto anni, e Chiara, otto anni, oltre che mia suocera Franca, ma soprattutto perché, da vero anarchico quale sono, ho coscienza che il mondo guidato dagli uomini, penso a quello capitalistico, certo, ma anche a tutte le variazioni sul tema dittatoriale cui abbiamo assistito nel Novecento, e non solo nel Novecento, si siano dimostrate profondamente fallate, anche in virtù del fatto che a guidarle fossero uomini, gente che ragiona col cazzo, novanta volte su cento, questo a voler esser stringati e pragmatici, senza voler quindi tirare in ballo tutte le brutture che il vivere in un paese che non ha mai avuto una guida politica femminile, penso ai premier come ai presidenti della repubblica, oltre che un paese in cui i maschi siano sempre in clamoroso vantaggio, professionale e sociale, nei confronti delle donne, non abbia portato a nulla di buono. Per non dire del mondo della musica, e so che passare dalla virologia e dalle ipotesi messi in campo dalla professoressa Capua al mondo delle canzonette è azzardato, oltre che forse avvilente, ma io sono un critico musicale e in teoria è di musica che parlo, spesso, se non sempre, per altro, provando a usare la musica e anche il mio stare dentro il sistema musica come mirino per inquadrare la figura più grande, mirare al corpo, la società nella quale viviamo, la vita.

Per questo, per provare a dar seguito a questa ipotesi, ma anche perché sono fermamente convinto che in un momento di dolore e distruzione, di impero del male e del brutto,di morte, in poche parole, e paura, come quello che stiamo vivendo, la ricerca della bellezza e della vita, sia la sola ancora di salvezza, l’asse della nave cui aggrapparci mentre il Titanic va a fondo, scaldandoci i cuori a vicenda, pur sapendo che al momento tocca scaldarci a distanza di sicurezza, le mascherine a coprirci il viso, ho deciso, venerdì scorso, di dar vita a una Quarantena Edition del Festivalino di Anatomia Femminile.

Sapete tutti di cosa si tratta, immagino e spero, perché ne parlo spesso, molto spesso, e perché, dovendo ipotizzare cosa resterà di me dopo questo transito terrestre, auspico il più in là possibile, mentre il mio cuore sarà seppellito sul Monte Conero, come ricordavo giusto due giorni fa, credo che il Festivalino di Anatomia Femminile occuperà una buona porzione dei miei ricordi a futura memoria, il che, confesso, mi scalda ulteriormente il cuore, narciso sì, ma un narciso esteta.

Si tratta di questo progetto che ruota attorno al cantautorato femminile, nato ormai una decina di anni fa, Anatomia Femminile, inizialmente pensata come raccolta antologica atta a raccontare il corpo femminile, tre antologie nel corso di quattro anni, oltre settanta canzoni per settanta artiste, poi, dal 2017, una rassegna social di video in cui le cantautrici eseguono un proprio brano dal vivo, dove, come e con chi vogliono, purché sia dal vivo e sia una loro canzone, una rassegna che ha già avuto tre edizioni, 2017, 2018 e 2019, con oltre trecentotrenta artiste coinvolte, una edizione live al MEI-Meeting delle Edizioni Indipendenti di Faenza, nel 2018, due a Attico Monina a Sanremo, nel 2019 e 2020, in questi casi con oltre una cinquantina di artiste coinvolte, una deriva romana presso Officina Pasolini, nel progetto Femminile Plurale, ideato da Tosca e da me, con trentatré artiste sul palco, una edizione, sempre social, chiamata Festivalino Off, con l’artista Adel Tirant che ha pubblicato sessanta video in sessanta giorni, e, venerdì scorso, appunto, il Festivalino di Anatomia Femminile Quarantena Edition.

Sessantanove artiste, all’ultimo purtroppo un paio sono saltate per questioni tecniche, sessantanove artiste, tante si sono esibite a partire dalle ventuno, con un pubblico in diretta di oltre ottomila persone, un numero impressionante di persone, per un venerdì sera, seppur un venerdì sera di clausura, se si considera che la mia pagina che lo ospitava e che da sempre ospita le varie edizioni del Festivalino conta neanche diciottomila followers. Una diretta durata oltre tre ore e mezzo, per la regia del mio socio Mattia Toccaceli, lo stesso che sta condividendo con me un po’ tutte le esperienze video e social degli ultimi quattro anni, compresi Attico Monina e #IoRestoACasaMonina, il format che va di scena dal lunedì al venerdì dalle 16 in questi giorni di clausura su Optimagazine.

Sessantanove artiste, tante hanno aderito alla mia idea, per settanta canzoni eseguite ognuna a casa propria, e finite in una lunga diretta, settanta artiste, ora ve le presento in ordine di apparizione in video, La Rappresentante di Lista, Nina Zilli, Serena Brancale, La Tarma, LAF, Lamine, Laura Lala, Lavinia Mancusi, Lilith Primavera, Maddalena Conni, Manu Puma, Marian Trapassi, Martina Maggi, Naelia, Pellagatta, Rita Zingariello, Sarah Stride, Serena Abrami, Nicole Stella,  Serena Ganci, Silvia Conti, Silvia Oddi, Simona Severini, Sue, Valentina Gautier, Valentina Guallace, Veronica Marchi, Volosumarte,  Alessandra Salerno, Alteria, Anita De Luca, Anna e L’appartamento, Argento, Azzurra, Cassandra Raffaele, Chiara Patronella, Chiara White, ChiaraBlue, Cinzia Gargano, Claudia Cantisani, Crania, Deborah Bontempi, Diana Tejera, Dejelem Do Mar, Dolche, Elena Sanchi, Eleonora Betti, Eleonora Toscani, Eleviole?, Elisa Bonomo, Erica Boschiero, ErikaLei, Francesca Perrons, Francesca Sarasso, Frey, Giorgia D’Artizio, Giorgia Del Mese, Giorgieness, Giua, Giulia Mei, Giulia Pratelli, Giulia Ventisette, Glomarì, Gloria Galassi, H.E.R., Irene Bruzzolo, Jenni Gandolfi, Katres.

Ecco, a seguire la diretta, l’altra sera, e a rivedermela l’indomani, questo il bello di fare dirette sui social, restano a futura memoria, lo confesso, mi sono commosso, perché nonostante le tante stronzate del “distanti ma vicini” e dell’ “andrà tutto” bene, è davvero un dato di fatto che l’arte, la musica nello specifico, e la bellezza riescono a scaldarci il cuore anche in periodi come questo, in cui la notte sembra scura e senza luna e stelle, la luna c’è, nei fatti, sto metaforizzando.

Non ricordo come la professoressa Capua ha chiamato questa ipotetica controrivoluzione al femminile, questo rinascita al femminile, e chi se non le donne potrebbe portare avanti una nascita, vedere due delle settanta cantautrici col pancione, vederne una col bambino appena nato in braccio, dai, che spettacolo nello spettacolo, non ricordo come la professoressa Capua ha chiamato questa ipotetica controrivoluzione al femminile, questo rinascita al femminile, questa rinascita, le giovani donne fuori di casa a rimettersi il paese sulle spalle, a permettere il nostro risollevarci, qualcosa che ha a che fare coi fiori, comunque, quello che nel mio piccolo posso dire è che Anatomia Femminile, progetto di cui io sono solo ideatore, non certo protagonista, con tutto il suo carico di sperimentazione e di libertà, di talento e di competenze, di bravura e di bellezza, potrebbe davvero diventare una leva con la quale sollevare un mondo della musica in caduta libera, ascoltare per credere.

Volessimo dare un nome a questa rivoluzione femminile, me lo suggeriva involontariamente proprio Elisa Bonomo, una delle protagoniste del progetto Anatomia Femminile, dovremmo chiamarlo Rumore Rosa, non fosse altro perché è esattamente la negazione del fastidio che il Rumore Bianco provoca in chi lo ascolta, e non cagatemi il cazzo con la faccenda del rosa e del gendrismo, Rumore Rosa suona benissimo.

La bellezza ci salverà, tocca ripetersi, o quantomeno ci terrà compagnia mentre proviamo a capire come diavolo mai faremo a salvarci davvero.

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