La paura della pagina bianca e il tempo che non passa

In questi giorni non ho poi questa grande voglia di scrivere, non ne ho proprio voglia. Ma lo faccio, perché siete lì a leggermi

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Non so cosa sia il panico da pagina bianca.

Fermi tutti, neanche ho cominciato, e che cavoli, e già alzate il ditino?

Lo so che parlare di panico da pagine bianche in tempo di emergenza sanitaria può sembrare come scegliere di usare la parola tragedia per chi ha la ricrescita e non può andare dal parrucchiere o non riesce a trovare le dosi di botox e si trova la faccia che casca, ma se un diario della quarantena deve essere, giunto al quarantunesimo giorno, superate le settecentodiecimila battute, superate le centoventimila parole, direi che mi posso permettere di affrontare anche gli aspetti professionali di questa clausura forzata, di questo fermo forzato, fatemi usare le parole più idonee al tema che stavo appunto introducendo.

E per chi scrive, in genere, la paura, il panico, addirittura, da pagina bianca è qualcosa di importante, fondamentale.

Cambio strada.

Anni fa ho visto al Forum di Assago uno show di Pio e Amedeo. Molto divertente, davvero dal piegarsi dalle risate. Una comicità corrosiva, la loro, che a Milano ha anche preso una forma diversa dal solito, si è adeguata al contesto, per dire, una sola battuta sugli omosessuali, accolta tiepidamente, poi più niente, ché visto l’uditorio accorso non era il caso di procedere in quella direzione.

A un certo punto, Amedeo, quello coi baffi, il più cattivo dei due, nel senso che dei due è quello che ricopre il ruolo del più cattivo, perché nei fatti i due in questione sono assai meno triviali di come si vendono, e ci mancherebbe pure altro, sono anche molto più colti di come si vendono, e anche qui, ci mancherebbe altro, e so che a dirlo faccio loro torto, non vogliatemene, ragazzi, sono un filo stancino, a un certo punto Amedeo si è lanciato in un divertentissimo monologo, con gli inframezzi di Pio, sulle erezioni. Una gag da piegarsi in due, che ovviamente non intendo riportare su queste pagine, non fosse altro perché non c’è niente di peggio di chi prova a raccontare qualcuno che dice qualcosa che fa ridere, senza poter usufruire della mimica, della cadenza, dei tempi comici, certo, potendo usufruire delle capacità narrative, e ci mancherebbe pure altro, ma questa è la sua gag, non la mia. Parlando di erezioni, comunque, per altro tirando ovviamente in ballo la moglie, e non la si legga come una battuta sulla moglie di Amedeo, che non conosco, fatto che ovviamente non avrebbe certo indotto Amedeo a non fare battute su mia moglie, immagino, il politicamente scorretto non fa prigionieri e non deve farne, ma semplicemente come notazione a margine di chi, pratica che ben conosco e attuo, lo avrete notato, non fa altro che mettersi al centro della propria narrazione e mettendosi al centro della propria narrazione con l’intento di smontare costumi e ipocrisie di chi lo circonda, facendo in sostanza di sé un piede di porco per scassinare la saracinesca del politicamente corretto, non può che coinvolgere i propri cari, dalla moglie, appunto, ai figli, arrivando alla mamma, a un certo punto entrambe le mamme dei due, Pio e Amedeo, sono state chiamate sul palco, parlando quindi di erezioni, comunque, per altro tirando ovviamente in ballo la moglie, e non la si legga come una battuta sulla moglie, Amedeo si ha messo in atto una scena di ordinaria quotidianità per chiunque sia maschio e magari sia anche un maschio che abbia superato l’adolescenza, cioè quell’età in cui gli ormoni sono ancora liberi di galoppare per le praterie estese di quel Far West chiamato vita, e se dico “ordinaria quotidianità”, ovviamente, è perché penso a voi, non a me.

In sostanza, e qui smetto di provare in qualche modo a tirarla per le lunghe e prendo serenamente atto che quel che sto per scrivere non farà affatto ridere come la gag di Amedeo e Pio, è lui che tirava le fila in questo caso, e vado dritto al punto, per poi tornare a dove ero partito io, ché questa di Pio e Amedeo e il discorso di Amedeo sull’erezione è una deviazione dalla strada principale, moglie compresa, in sostanza, quindi, Amedeo ha raccontato di come a volte capiti nella vita di avere delle defaillance.

Senza dirla difficile, non è che stiamo parlando di filosofia né di astrofisica, anche se la fisica in qualche modo c’entra, quantomeno l’idraulica, a volte a noi uomini capita di non avere erezioni nel momento in cui dovremmo averle. A tutti. Immagino anche a Rocco Siffredi, per dire, ma non voglio immaginarlo, mi rimangio quel che ho detto, mi infastidisce anche averlo citato, in questo contesto.

A volte capita di avere delle defaillance, torno a dirla così, e pensare di poter avere delle defaillance, questa era la spina dorsale del discorso di Amedeo, non solo non aiuta, ma rende la defaillance certa, irreparabile.

Non è una questione di assenza di desiderio, non voglio diventare il Dottor Rossi, il tizio che su MTV faceva lezioni di sesso, mi sembra con Camila Raznovich, né l’oscuro redattore che rispondeva alle lettere di Cioè, lettere con le quali, immagino, siamo cresciuti un po’ tutti nei primi anni Ottanta, tutti quelli che erano adolescenti nei primi anni Ottanta, intendo, ovviamente, o almeno tutti quelli che avevano nei pressi una ragazza, sorella, amica, vicina, compagna di classe, che leggesse Cioè, no, niente approfondimenti psicologici, parlo proprio di esperienza sul campo, e se uso Amedeo è perché parlare delle sue defaillance è più semplice, ovviamente, che parlare delle mie, come quando si chiede qualcosa “per un amico”, pratica che da che esistono i social e si è iniziata a usare la frase “chiedo per un amico” è diventata non solo odiosa, ma credo e spero punibile con la castrazione chimica. 

Non è una questione di assenza di desiderio, quindi, ma proprio una mera reazione causa-effetto, hai un problema da basso, ci pensi, il problema diventa insormontabile.

Nel racconto di Amedeo, se e quando usciremo da tutto questo andateli a vedere dal vivo, sono fenomenali, il tutto avveniva per gradi, come appunto a chiunque è capitato, seppur con parole e modi diversi, non tutti siamo Amedeo o l’Amedeo personaggio che sale sul palco e usa se stesso e Pio come piede di porco per scassinare la saracinesca del politicamente corretto.

Il succo è, pensare di avere un problema, quando si deve essere performativi, spesso porta a far sì che quel problema diventi un problema che non si può risolvere. Un cazzo che non si alza non si alzerà certo se cominciamo a temere che non si alzerà, è un dato di fatto. Anzi, è facile che un cazzo alzato, se uno ipotizza che si potrebbe ammosciare, si ammoscerà. Come in una sorta di cane di Pavlov arrazzato.

Poi, è chiaro, non c’è certo bisogno che ci sia io a dirlo, esiste tutta un’epica, penso a quella sportiva, che vuole che di fronte a un problema insormontabile scatti appunto la voglia di superarsi, la performatività, la cazzimma, chiamatela come volte, ma non nel caso di un cazzo che non si alza.

Perché sto parlando di cazzi che non si alzano, e lo sto facendo anche col piacere bambinesco del bambino, appunto, che ripete una parola che sa che non dovrebbe ripetere, ricordo diversi pranzi e cene d’estate, in Ancona, con la mia famiglia e i nostri nipoti da parte di Marina, i figli di sua sorella, con Tommaso, nostro figlio di quattordici anni, e Jacopo, nostro nipote di dodici, dodici compiuti in quarantena, nei giorni scorsi, lì a ripetere ossessivamente “pasta alla puttanesca”, sapendo che non stavano dicendo una parolaccia, “pasta alla puttanesca”, “pasta alla puttanesca”, “pasta alla puttanesca”, ma al tempo stesso ridendo come pazzi per quell’idea geniale di poter dire parole che sembrano parolacce ma rientrano nel comune vocabolario (pensa se avessero conosciuto espressioni marinare come “cazza la randa”, per dire), perché sto parlando di cazzi che non si alzano, e lo sto facendo anche col piacere bambinesco del bambino?

Semplice, perché volevo che fosse chiaro a tutti, specie ai maschi, immagino, ma suppongo che l’immagine che ho usato, complici Pio e Amedeo, sia piuttosto facile da decifrare anche per le donne, donne che magari si sono trovate a avere a che fare coi suddetti cazzi che non si alzavano, di come avere di fronte a sé una performace, anche una performance piuttosto naturale, non dico quotidiana, perché non sono appunto Rocco Siffredi, ma comunque di uso quotidiano, a volte, diventi una montagna troppo alta da scalare, montagna ancora più alta da scalare nel momento in cui entriamo nel loop che non riusciremo a scalare la montagna, come se di colpo la salita si facesse più ripida, verticale.

Lo so, mi sono spostato sulle montagne da scalare, ho con una sola frase vanificato il lavoro di scardinamento della saracinesca del politicamente corretto che anche io, sulle orme di Pio e Amedeo, stavo praticando, per altro con l’intento, poi, di parlare di panico della pagina bianca, quindi spostando repentinamente il discorso sul piano dell’arte, dell’ispirazione, volendo allestendo anche quel teatrino odiosissimo, perché sempre praticato da chi in realtà si sente artista a tutto tondo, dell’artigianato, del mestiere, mentre è evidente che sto parlando di arte, di ispirazione, non certo di mestiere, bye bye Rocco, fai piano Rocco, detto alla Malena, ma volevo eludere l’aspetto perniciosissimo dello svilimento del maschio, volevo, cioè, tenere fuori dalla finestra non tanto l’idea che di fronte a una performance si possa fallire, conosciamo tutti sportivi di primissimo livello che ci hanno abituato a partite fondamentali giocati alla cazzo, non fatemi citare Messi o Baggio, vi prego, quanto l’idea che quel fallimento non sia la semplice defaillance performativa di chi su quella performance si è allentato a lungo e ha anche costruito non solo una carriera ma anche una immagine, quanto millenni e millenni di antropologico mito del cazzo, uso espressioni che suppongo non siano precisissime da un punto di vista scientifico, perché tutti sappiamo bene come un maschio che fallisca è, viviamo in occidente, affacciati sul Mediterraneo, non state lì a sventolare quelle bandierine arcobaleno, non facciamo finta di essere più emancipati di quanto non siamo, una sorta di fallimento nazionale, pensate a quelle pubblicità prima dei film al cinema che vi invitano a non tenere per voi i vostri problemi di impotenza o di eiaculazione precoce e sentite quel brivido di terrore che vi attraversa la schiena, altro che Pennywise e i suoi cazzo di palloncini colorati.

Montagne troppo alte da scalare, quindi, siano.

Come quelle che cantava Marvin Gaye, incapaci, nel suo caso, al pari delle vallate abbastanza profonde, dei fiumi abbastanza larghi, incapaci, nel suo caso, di fermarlo nel caso lei avesse bisogno e lo chiamasse, e per lei, nello specifico, parlava di Tammi Terrell, sua collega e partner nella vita, lei che morì a soli ventiquattro anni per un tumore al cervello dopo aver perso i sensi, un paio di anni prima, proprio durante un concerto, tra le braccia di lui, lui che in seguito alla sua morte si fermerà per un anno dal cantare, salvo poi riprendere con immutato successo, lui che morirà a sua volta giovane, neanche cinquantenne, quarantacinque anni da compiere, per mano del padre, pensate che cazzo di storia, lui che aveva cantato la violenza, aveva inchiodato la violenza al muro con quella What’s Going On che è appunto diventato un inno di pace, canzone che dava titolo proprio al suo primo album dopo la morte di Tammi Terrell, canzone nella quale, in un verso, si rivolge al padre, “father, father, we don’t need to escalate”, lui che morirà per mano del padre il primo aprile del 1984, il giorno prima di compiere quarantacinque anni, quanta altra musica avrebbe potuto regalarci, due colpi di pistola al petto, bang bang, dopo una violenta lite, bang bang, e quello a cui avete appena assistito, so che l’immagine che sta per arrivare vi infastidirà, portate pazienza, lo state facendo col rimanere chiusi in casa da settimane, figuriamoci se non lo potete fare di fronte a immagini forti che trovate nei miei scritti, perché quello a cui avete appena assistito, so che l’immagine che sta per arrivare vi infastidirà, è il me stesso che scrive che vi sbatte in faccia la propria erezione, e se vi parlo di me in terza persona e non in prima è solo perché, in fondo, resto sempre dotato di un minimo senso del pudore, so che faticherete a credermi ma così è, me stesso che vi sbatte in faccia la propria erezione, so scrivere, e so scrivere partendo dal panico della pagina bianca, passando per una gag di Pio e Amedeo a proposito di defaillance sessuali per arrivare a Marvin Gaye e Tammi Terrel che cantano Ain’t No Mountain High Enough e le loro tragiche morti, guarda, senza mani…

Non so cosa sia il panico da pagina bianca.

E se ci penso, a differenza di quanto succede coi cazzi, continuo a non saperlo.

Mai saputo.

Ho iniziato a scrivere, intendo a scrivere pensando di scrivere, non a scrivere nel senso di imparare a fare le lettere, le aste, i tondi, a mettere insieme le lettere per fare le parole, a scrivere pensando che magari ne avrei anche potuto fare un mestiere, vai a sapere se un mestiere nel senso di giornalista o narratore, nel 1993. Ho iniziato a scrivere concentrandomi solo sulla scrittura, abbandonando quindi la musica suonata, che inizialmente accompagnava il mio iniziare a scrivere, nel 1994. Ho iniziato a scrivere riconosciuto come una lingua mia, come uno che di lì a breve sarebbe potuto diventare uno scrittore nel 1995, quando Nanni Balestrini mi ha spinto a farlo, Nanni Balestrini incontrato casualmente in libreria in Ancona, entrambi lì per la presentazione del libro di Rossana Campo, io come spettatore, lui come suo compagno. Ho avuto il mio primo riconoscimento pubblico come scrittore nel 1997, quando Nanni Balestrini, sempre lui, insieme agli altri membri del comitato di Ricercare, il laboratorio di scritture più importante degli anni Novanta, mi ha invitato a leggere un mio racconto, “un posto meno spaventoso”, a Teatro Valle di Reggio Emilia, davanti a un uditorio composto da editori, scrittori, critici letterari, addetti ai lavori, un modo insolito di essere accolto dal sistema editoriale, ma allora funzionava così. Ho iniziato a essere uno scrittore riconosciuto come tale dal mercato a cavallo tra il 1997 e il 1998, la mia prima raccolta di racconti, “Furibonde Giornate Senza Atti d’Amore”, edita da PeQuod, uscita nella mia città a dicembre e nel resto di Italia a gennaio, le prime recensioni, le prime presentazioni, quella prefazione di Balestrini a fare da sigillo a imperitura memoria. Da allora, sono passati ventidue anni, ho pubblicato settantotto libri a nome mio, alcuni non solo a nome mio, perché ho pubblicato libri scritti a quattro mani con Cristina Donà, Giuseppe Genna, Mondo Marcio, Caparezza, Vasco Rossi, Gianni Biondillo, e ho pubblicato un libro scritto a sei mani con Giuseppe Genna e Ferruccio Parazzoli, ve ne ho parlato giorni fa, settantotto libri usciti a nome mio, alcuni andati bene, alcuni andati benissimo, qualcosa come un milione e duecentomila copi vendute, traduzioni in spagnolo e portoghese, primi posti raggiunti in classifica, ne ho pubblicati diversi altri scritti per conto di terzi, quando per qualche anno ho praticato la poco nobile professione del Ghost Writer, meglio noto come Negro, colui, cioè, che scrive i libri che poi escono a nome di altri, quasi sempre cantanti, sportivi, attori, ma non solo, anche altri scrittori incapaci di farlo, e vista la stanchezza che ci accompagna in questi giorni è già tanto che io non stia qui a dirvi quali libri ho scritto per conto di terzi, perché sono stati tutti libri di un certo successo, ma alcuni sono stati, uno lo è tutt’ora, veri e propri best seller, libri che potreste avere in casa, e che non riconoscereste mai come scritti da me perché, quando facevo il Ghost Writer, ero un cazzo di Ghost Writer di classe, irriconoscibile, anzi, bravissimo a mimetizzarsi con la voce di colui che poi avrebbe firmato il libro, in molto casi così capace da inventarsela quella lingua, perché se uno non è uno scrittore, ma, poniamo il caso, un cantante, magari una lingua buona per finire in un libro, essere credibile, associabile a lui, non ce l’ha, e il Ghost Writer, uso apposta le maiuscole perché, diciamocelo tra amici, anche adesso sto qui a mostrare la mia erezione potente, quella lingua mimetica se la deve inventare, e se la inventa, così che chi poi si legge quel libro pensi davvero che a scriverlo sia stato, poniamo il caso, il cantante che lo firma, la cui faccia è scritta in copertina, esperienza, questa del ghost writing, che mi ha decisamente aiutato a non avere paura della pagina bianca, figuriamoci il panico, perché lì devi essere una macchina da guerra, implacabile, e che poi mi ha anche spinto, di scrivere best seller per conto di terzi confesso che mi ero rotto il cazzo, mica mi pagavano a royalities, quei libri, ma a forfait, maledetti, e che poi mi ha spinto a scrivere direttamente io le biografie dei cantanti, firmandole a mio nome, parlando di loro in terza persona non perché spesso loro parlano di loro stessi in terza persona, ma perché erano miei libri su di loro, diventando di lì a breve il principale biografo di cantanti in Italia, siamo chiusi in casa da quarantuno giorni, lasciatemi dire le cose come stanno, senza paura di essere accusato di vanità, fatto, questo di essere il principale biografo di cantanti in Italia, che unito all’essere anche il cazzo di critico musicale più influente in Italia, almeno dei contemporanei, ha spinto poi alcuni di quei cantanti, alcuni li ho citati sopra, appunto, a scrivere libri con me, cofirmandoli, il mio nome via via sempre più grande in copertina, fatto che ovviamente ha creato una sorta di ulteriore loop, sono il principale biografo, il critico più influente e siccome collaboro con certi artisti sono ancora più influente, vai di loop, baby, vai di erezione, ho anche tradotto diversi libri dall’inglese, più nello specifico dall’americano, dal Chuck Palahinuk di Survivor alla raccolta ufficiale di testi di Lou Reed, passando per quelli di Eminem, di Nick Cave, ma anche altri romanzi e racconti, non fatemi fare l’elenco, ho pubblicato qualche migliaio di articoli, recensioni, reportage, editoriali, ho scritto, credo di poter dire senza paura di smentite, qualche milione di parole, tanti milioni di parole, se metto in una pila i miei libri uno sopra l’altro ne faccio una pila più alta dei miei gemelli di otto anni, per dire, alla faccia del Salgari che leggevo da piccolo, uno che ha pubblicato sicuramente più libri di me, ci mancherebbe altro, ma non sarei più tanto sicuro abbia scritto più parole di me, se confrontiamo anche in quanti anni le abbiamo scritte, e senza volermi portare sfiga, considerando anche che Dio volendo ho diversi anni davanti, e non mi è mai successo di non sapere cosa scrivere, di guardare la pagina bianca, sto parlando ovviamente della pagina bianca di un foglio word, perché scrivo categoricamente col PC, al limite con l’iPad, se proprio non posso farlo col PC.

Mi metto davanti al PC e scrivo, senza paure di non riuscirci, senza paura che mi si ammosci, in pratica, senza magari sapere esattamente cosa andrò a scrivere, sono sì un professionista, un mestierante, un artigiano, ma sono anche un artista, uno che insegue l’ispirazione, che si lascia andare alle visioni, anzi, sono principalmente uno che si lascia andare alle visioni, che scrive come in stato di trance, seppure una trance interrotta continuamente da telefonate, dai figli che mi chiedono di aiutarli con i compiti, parlo di questi giorni in cui mi sto ritrovando a sostituire le maestre, loro costretti a casa come le maestre stesse, da mia suocera che mi chiede cosa voglio per pranzo, rimanendo puntualmente interdetta dal mio proseguire con la dieta nonostante siamo tutti in stato di emergenza, reclusi in casa, volendo quindi più inclini a lasciarci andare, chi cazzo se ne frega della dieta?, sembra pensare ogni volta che le dico che mangerò hamburger vegetali o bresaola con insalata, io che prima della dieta andavo di centoventi grammi di pasta ben condita a pranzo, mi metto davanti al PC e scrivo e scrivo perché sono uno scrittore che non ha mai avuto il panico della pagina bianca.

Certo, a volte scrivo cagate, e spesso queste cagate le cancello, anche indispettito, immaginatemi come il Mozart di Milos Forma, quello interpretato magistralmente da Tom Hulce, bizzoso come il Prince di Purple Rain, iracondo come l’Iggy Pop epoca Stooges, lì che guardo lo schermo del mio PC, inorridito dalle brutte parole che ho messo in fila, inutili, offensive, addirittura, e parlo dell’essere offensive verso me stesso, non certo verso di voi,  riprendete a abituarvi all’idea che i lettori leggono e gli scrittori scrivono, uno non vale uno, e si leggano queste mie parole come le bizzosità del Mozart e del Prince di cui sopra, volevo appunto apparirvi supponente e distante, anche se sottoscrivo quanto in effetti da me scritto, io scrivo e voi leggete, unidirezionalmente, a volte scrivo cagate, ma succede di rado, se no col cazzo che avrei pubblicato tutti quei libri e quegli articoli, e, lo dico per gli wannabe in ascolto, libri e articoli sono quelli che ti pubblicano gli editori, pagandoti per farlo, quelli, quindi, che finiscono su un mercato, e certo anche quelli riconosciuti dalla critica, sebbene la critica letteraria si occupi in genere di poesia e narrativa, generi che non ho mai frequentato, penso alla poesia, o che non frequento praticamente più, parlo di poesia, dedicandomi più alla varia e a volte alla saggistica, cioè andando a portare la critica musicale nei libri, libri che vengono pubblicati da editori, quindi che generano economie, tante o poche che siano, e che vengono decodificati da chi si occupa di decodificare i libri, la critica, il giornalismo editoriale, i libri, appunti, non quelli che uno tiene nel cassetto, si tratti di un cassetto fisico o un folder nel PC, né quelli che si pubblica da soli, col self publishing, libri che non sono libri, uno non vale uno, mi ripeto.

Non so cosa sia il panico da pagina bianca, quindi, ribadisco il concetto.

Ma in questi giorni non ho poi questa grande voglia di scrivere, non ne ho proprio voglia. Lo faccio, lo sapete perché siete lì a leggermi, anche oggi quasi quattromila parole, ma più come un esercizio di stile alla Queneau, o un impegno personale, tipo chi si fa la barba anche se sa che non incontrerà nessuno per giorni, vado per supposizioni, perché io la barba non me la faccio anche se so che incontrerò qualcuno, la porto lunga appunto per non dovermela fare.

Non ho voglia di scrivere perché sono giorni che corrono lenti, sul posto, come su un tapis-roulant, poi lo faccio e scrivo di panico da pagina bianca, di Pio e Amedeo, di cazzi mosci, di Marvin Gaye e Tammi Terrell, di libri pubblicati, di Mozart e Salieri, mentre mio figlio Francesco sta risolvendo cruciverba sugli animali al mio fianco, e mia figlia Chiara legge a voce alta due pagine, gli altri due che fanno e-learning nelle loro camere, mia moglie che fa una conference call su Webex e mia suocera che guarda ricette sul web, ricette che non potrà fare perché mangio bresaola e insalata, io scrivo, sì, oggi come ieri, uno non vale uno, caro Salieri, è proprio vero.

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