L’uomo del Medicine Show, gli Hoodoo Gurus e le chitarre che salveranno la terra

La terra ha bisogno di chitarre, parafrasando gli Hoodoo Gurus, signore e signori, fidatevi dell’uomo del Medice Show

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Pensa te, al trentanovesimo giorno di autoisolamento, di clausura, di quarantena senza quarantena, chiamatela come volete, mi è venuta voglia di tornare a scrivere di musica. Così, mi ci sono alzato stamattina. Voglio parlare di musica, scrivere di musica. Anche di musica demmerda, perché no?

Anzi, ho una voglia incredibile di poter tornare a scrivere di musica demmerda, in modo particolare, di riprendere la routine che ormai da giorni routine non è più, di prendere per il culo Gino con le Mutande, Gino, avresti mai pensato che mi saresti mancato?, o del Tavecchio della musica, col suo parrucchino e le sue minchiate su progresso e dati mirabolanti, vedi sopra, ma niente, non c’è niente di nuovo sotto le stelle, niente di nuovo dentro di noi, nessuna uscita degna di nota, nessuna uscita degna di nota in un momento in cui la realtà ha legittimamente messo tutto il resto in un angolo, come le streghe di Blair Witch Project, certo, ma anche più pragmaticamente nessuna uscita degna di nota e basta, dove per degno di nota sarebbe anche una cagata di quelle che fanno rizzare il pistolino ai due di cui sopra, magari con l’aiuto del Cialis, loro che sembrano due di quelli che rispondono alla mail Enlarge Your Penis chiedendo come fare, la discografia tutta impallata, bloccata, ferma, tranne quelle eccezioni eccezionali già citate nei giorni scorsi, da Browne a Dylan, passando pure per un Michael Stipe quantomai ispirato, andate a ascoltarvi quella No Time For Love Like Now scritta insieme a Aaron Dessner dei The National.

Certo, c’è stata Dua Lipa col suo Future Nostalgia, Dua Lipa che, a differenza di una Lady Gaga, ha deciso addirittura di anticipare il suo album, o un Morrissey col suo I’m Not a Dog on a Chain, ma non è certo questa la musica rilevante che avrei voluto prendere di petto, né, in entrambi i casi, è musica demmerda.

Ho voglia di tornare alla normalità, credo sia qui il segreto di questo mio essermi svegliato con la ferrea volontà di tornare a scrivere di musica e di musica demmerda, nello specifico, ho voglia di andare a una conferenza stampa, sapendo che la maggior parte dei visi che incrocerei sarebbe di gente che ho in profonda disistima,  per non dire che mi sta proprio sul cazzo, disistima e starsi sul cazzo ricambiati, a occhio, ho voglia di andare a fare un giro per le case discografiche, creando il disagio per i dictat arrivati dall’alto, sempre che si possa dire alto pure una mezzasega come Gino con le Mutande, il disagio di gente che conoscono da anni e che quei dictat ha subito, in alcuni casi sbattendosene il cazzo, in altri meno, avrei voglia di andare anche a concerti, anche di artisti che non ho mai visto dal vivo per scelta, perché mi fanno cagare e perché le ore nella vita sono in un numero finito e non è che si possano regalare così, al primo che passa.

Le ore finite della vita.

Ecco, in questi giorni che passano lenti, nonostante le tantissime cose da fare, perché oltre a scrivere queste mie lunghissime pagine di diario, molto più lunghe di articoli che in genere erano già molto più lunghi degli articoli medi scritti dai miei sedicenti colleghi, quelli che disistimo e a cui sto sul cazzo anche perché so scrivere molto meglio di loro, ho da preparare il programma, tanti altri ospiti arrivati a farmi visita, da Tosca a Paolo Belli, passando per Paola Iezzi, che ha festeggiato con noi il suo compleanno in clausura, da Marco Masini a Mietta, da Dolcenera ai Tiromancino, passando per Simone Tuccio, Chiarae e Bellitto del Team Mirò di Rosa Bulfaro, e poi anche l’inedita coppia, inedita pubblicamente, perché in realtà lavorano insieme da anni, Nesli & Brando, ho poi da scrivere libri, perché prima o poi questa merda finirà e io devo farmi trovare preparato, continuare a lavorare come prima, seguire i gemelli coi compiti, certo, fare faccende in casa, andare ogni tot giorni a fare la spesa, con tutto quel turbinio di stati d’animo che il poter uscire dopo tanti giorni tappato in casa ma il doverlo fare in contesto di ostilità e diffidenza porta con sé, fare le solite telefonate di lavoro, meno del solito, va detto, alle quali vanno aggiunte da anche insolite telefonate con amici e conoscenti, perché la clausura avvicina, fa strano a dirlo ma è così, insomma, un vero tran tran, e in questo tran tran, in questi giorni che passano lenti, le ore finite della vita sembrano di colpo essere ancora più finite, parlo per me ovviamente.

Nel senso, la dilatazione del tempo, dilatazione che è inversamente proporzionale alla compressione dello spazio, e intendiamoci non mi sto lamentando della grandezza della mia casa, ma sto semplicemente constatando come a percorrere quotidianamente la planimetria di un luogo alla lunga quel luogo comincia a sembrare stretto, angusto, anche se stretto e angusto non è, immagino che se lo fosse davvero sarebbe assai peggio, figuratevi se intendo lamentarmene, la dilatazione del tempo, comunque, mi sta spingendo a ragionare su come la vita routinaria che trascorrevamo prima, e per prima intendo un paio di mesi fa, non millenni fa, so che si stenta a crederci, la dilatazione del tempo, comunque, mi sta spingendo a ragionare su come la vita routinaria che conducevamo prima sia in realtà troppo spesso dedicata a occasioni, eventi, argomenti, persone, anche, oggetti che, a soffermarcisi bene, non meriterebbero neanche di essere presi in considerazione per schernirli, figuriamoci lasciare che siano loro, occasioni,  eventi, argomenti, persone, anche, oggetti a dover stabilire ritmi e pause, in una sorta di gestione coatta della vita medesima.

Fermi tutti, se avete pensato anche per un solo secondo che io sia finito, causa trentanove giorni di clausura forzata, di autoimposto isolamento, di quarantena senza quarantena, chiamatela come vi pare, in un angolo buio e umido nel quale si aggirano gli spettri della filosofia pret-a-porter, della new age, dello spirituralismo tre per due, beh, allora non avete davvero capito un cazzo.

Resto sempre il ghepardo di sempre, figuriamoci.

È che se ho passato i primi cinquant’anni della mia vita a cercare di fare quello che volevo, compatibilmente con il dover portare a casa la pagnotta, col pagare un mutuo, con il vivere in una società che prevede diritti, certo, ma anche doveri, in grande come in piccolo, ora, a cinquant’anni compiuti da qualche mese e a oltre un mese passato in casa, mi sto sempre più rendendo conto che forse è il caso di essere ancora più radicali, tranchant, punk, e mandare a fanculo tutto quello che davvero poco ci interessa.

E lo so che dire questo dopo aver rimpianto la non uscita di dischi annoverabile nel macrogenere musica demmerda suona strano, ma quello era un incipit che voleva giocare sulla malinconia strangthingsiana per un passato, in questo caso un passato prossimo, niente a che fare né con la nostalgia simonreynoldsiana né con quella dualipiana, un passato che non sembra essere in procinto di tornare, può sembrare un controsenso, forse perché un po’ un controsenso lo è, ma provate a non star lì a fare la punta al cazzo e a seguirmi nei miei giri panoramici e psichedelici, alla fine vedrete che tutto torna.

Senza star qui a citare Jep Gambardella e il suo aver scoperto subito dopo aver compiuto sessantacinque anni è di non poter più perdere tempo a fare cose che non gli va di fare, io che proprio per presentarmi a Sanremo con Attico Monina, due mesi fa, due mesi fa che, ripeto, sembrano millenni, ere geologiche, avevo adottato un’altra frase epica del film di Sorrentino, il Sorrentino, mi ripeto, messo in un angolo a sua volta dalla storia, il Papa che attraverso sotto la pioggia e zoppicante piazza San Pietro deserta è molto più di quanto The Young Pope e The New Pope avrebbero mai potuto mettere in scena,  io che proprio per presentarmi a Sanremo con Attico Monina, due mesi fa, due mesi fa che, ripeto, sembrano millenni, ere geologiche, avevo adottato un’altra frase epica del film di Sorrentino, messa in bocca al medesimo Jep Gambardella, “Io non volevo solo partecipare alle feste. Volevo avere il potere di farle fallire.”, frase che ritenevo piuttosto attinente alla mia attitudine nichilista e hardcore, ma che voleva solo scherzare su una immagine, la mia, da inquisitore e Cassandra, figuriamoci se avessi saputo tutto questo, Guccini docet, senza star qui a citare Jep Gambardella e il suo aver scoperto subito dopo aver compiuto sessantacinque anni è di non poter più perdere tempo a fare cose che non gli va di fare, alla soglia dei cinquant’anni, e soprattutto dopo quasi quaranta giorni di clausura in casa con la mia famiglia, le scuole chiuse, le aziende chiuse e il comparto della musica e dell’editoria, nel quale lavoro, praticamente in agonia, ho preso coscienza che mi sono rotto il cazzo.

Ecco, così suona un po’ meno spiritualeggiante, dai, un po’ meno new age, sarete d’accordo con me, Terzani levate, non è aria.

E siccome il cazzo non è organo che si possa ingessare, anche se suppongo a qualcuno farebbe pure comodo poterlo fare, vedi due personaggi citati sopra, tocca fare come si faceva un tempo con i vecchi rimedi popolari, roba tipo le erbe mediche, gli impacchi con l’olio caldo, queste diavolerie qui.

Ecco, ci siamo, immaginatemi come uno di quegli imbonitori da Medicine Show, il cappello a tuba mezzo sfondato, gli acchiappasogni appesi alle orecchie come orecchini, Irama me spiccia casa, gli occhialini tondi alla John Lennon, qualche dente d’oro, ossa e ammennicoli vari a fare da sfondo alla mia carrozza piena di elisir e cure magiche.

Voi, ovviamente, siete gli zotici creduloni del Far West, quelli che credono a trucchi e magie da imbonitori, guaritori che fanno leva sulla vostra ignoranza quanto sulla vostra paura, vendendovi intrugli fatti nottetempo mischiando quel che passa il convento e abboccando ai miracolati che insieme all’imbonitore compongono questa strampalata compagnia di giro, o corte dei miracoli che dir si voglia, complici nella truffa, come quelli che vincono o perdono giocando alle tre carte davanti alla Stazione Centrale, vincevano e perdevano, dovrei dire, quando ancora c’era chi giocava al gioco delle tre carte, quando ancora c’era gente che viaggiava nei treni, gente in giro, anche quella losca, non solo la boccalona.

Ecco, sono l’uomo del Medicine Show, sì, mi piace pensarmi così, e detto questo potete ben capire come sto messo.

L’uomo del Medicine Show che in quanto imbonitore, venditore di fumo, inteso come fumo metaforico, non come pusher, chissà che fine hanno fatto i pusher adesso?, chissà che fine hanno fatto i tossici, adesso?, chissà che fine hanno fatto tutti coloro che tossici non si ritenevano ma in fondo lo erano, adesso?, e l’elisir di lunga vita che sto per sottoporre alla vostra attenzione, quello presentato qui dalla mia assistente, vestita poco e in maniera provocante, ovviamente bionda, di quel biondo da associare alla parola stupida, e sto giocando coi luoghi comuni, suvvia, non venite a cagarmi il cazzo, bionda come Dolly Parton e altrettanto popputa, lo dice uno che non ha mai prestato particolare attenzione alle tette, bionda e popputa come Dolly Parton, magari anche un po’ meno, non esageriamo, perché in qualche modo toccherà pur distrarre l’uditorio, mica solo con le mie parole cariche di enfasi e senza significati certi, ma alla fine è alle mie parole cariche di enfasi e senza significati certi che devono tornare, perché dovete comprare, mica la mia assistente discinta, con gente lì, seduta in mezzo a voi, che dice di essere già guarita grazie ai miei intrugli, lo può testimoniare, poco conta che non li abbiate mai visti in paese, che domani li vedrete sparire con me e coi vostri soldi.

Insomma, questa cosa del Medicine Show mi è piaciuta, lo avrete ben capito, ora posso tornare a parlare di musica, il mio elisir di lunga vita, anche se sono partito dicendo che la vita non è poi così lunga, e che proprio per questo la musica che può allungarla è solo una certa parte della musica, quella da scegliere con cura, come gli ingredienti di un elisir, e mi sto nuovamente incartando in un loop, perdonatemi, sono trentanove giorni di clausura, di autoimposto isolamento, di quarantena senza quarantena, abbiate pietà di me.

Musica, dicevamo, e musica che possa essere un elisir di lunga vita, ma non una fregatura, un vero elisir di lunga vita e musica che possa occupare a ragione le ore non finite che abbiamo nella vita, augurandovi e augurandomi che siano ancora tante, tantissime, ma sapendo che un po’ di queste ore, spero non troppe, saranno vissute lì dove siete ora, in casa, e come state facendo ora, in una quarantena che quarantena non è.

Siccome i rimedi popolari che spesso finiscono dentro gli intrugli dei Medicine Show, come quelli che i nostri avi usavano in effetti per curarsi, e che spesso avevano effetti reali, provate a passare una fetta di patata cruda su una ustione lieve, per dire, e ne avrete prova provata, si basavano non su prodotti introvabili, tipo il sale rosa dell’Himalaya, quelle sono stronzate da ricchi che si trovano a Eataly, ma su ingredienti di facile reperibilità, comuni, anche piuttosto economici, eccomi qui a proporvi di passare lieti ore che seppur finite sembrano passare troppo lentamente, in compagnia di artisti e dischi che già dovrebbero essere da tempo nella vostra discoteca personale, sicuri che non c’è niente come un buon impasto di farina, acqua, sale e zucchero, con quel lievito di birra che non a caso in questi giorni è più introvabile dell’Amuchina, divenuto di colpo prezioso come l’oro, per fare una buona pizza o un buon pane, fanculo l’Himalaya e il suo sale rosa.

Non abbiate quindi paura, signore e signori, vi dice il vostro uomo del Medicine Show, lasciate che a accompagnare queste ore cupe, claustrali, per alcuni di voi solitarie, siano le voci corali e affiatate di Gerard Love, Norman Blake e Raymond McGinley, leggi alla voce Teenage Fanclub, band per me sempre e soltanto con queste tre voci qui, dall’esordio gigantesco di A Catholic Education, esattamente trent’anni fa, via via passando per altri capolavori come Bandwagonesque, prendi i suoni psichedelici e corali dei Beach Boys e dei Byrds e sputali a Glawgow, vera e propria Nashville del rock europeo, sempre tenendo ben a mente quanto fatto dai Big Star, Alex Chilton santo subito, Thirteen, Grand Prix, Songs from Northern Britain, Howdy!, e volendo anche i lavori degli anni duemila, tutti comunque ben sopra la sufficienza. Musica che riconcilia con un’idea di armonia, e non penso solo a quella vocale dei tre su menzionati, ma anche armonia intesa in quanto a armonia musicale, musica, quella dei Teenage Fanclub, che dimostra come il rock non debba necessariamente essere selvaggio ma possa tendere a puntare alla dolcezza, che cognome magnifico quel Love lì, e alla malinconia. Musica strepitosa, che non a caso ha influenzato buona parte della scena scozzese, e se non sapete di cosa vado parlando, beh, forse dovreste approfittare di questi giorni di clausura per studiare un po’, capre.

E se i Teenage Fanclub ci tengono compagnia da trent’anni, e che compagnia, allora è il caso di fare un ulteriore passo indietro, tanto il tempo si è dilatato, lo abbiamo detto allo sfinimento, e andare a pescare dal cilindro una band clamorosa come The Churh, direttamente dall’Australia. Psichedelia pura, dal 1980, con tutte le variazioni che gli anni Ottanta possono aver buttato sul piatto,  si sta parlando di spigolosità, di asperità dei suoni, di new wave, anche, come di jingle-jungle, ricordate pochi giorni fa quando vi ho citato i Dream Syndicate di Steve Wynn e i Long Ryders?

Ecco, Steve Kilbey, Marty Wilson-Piper, Peter Koppes e Richard Ploog hanno preso tutto questo e lo hanno innalzato all’ennesima potenza, ascoltatevi i loro Heyday e Starfish, se vi serve una breve selezione, per credere, ma tutta la loro discografia merita.

E già che si parla di Australia, dopo aver menzionato, d’onore, i Died Pretty di Free Dirt e Lost, rispettivamente 1986 e 1988, che cazzo di cantante era Ronald S. Peno?, e quanto sono stati a un passo dal diventare i nuovi Velvet Underground, diciamolo, se solo fossero stati a New York, e aver giusto citato i Beast of Bourbon, blues sporco e ubriaco portato all’inferno da quel Tom Waits a testa in giù di Tex Perkins, non posso che chiudere con una delle mie band preferite di tutti i tempi, e so che nel dire questo farò comparire dei giganteschi punti di domanda sulle facce di molti che leggono, a qualcuno perché non ha idea di chi io stia parlando, a qualcun altro, perché sapendo di chi io stia parlando non condividerà tanto mio entusiasmo, gli Hoodoo Gurus.

Lo dico apertamente, c’è stata una parte della mia vita in cui io avrei voluto essere Faulkner, prima di voler poi essere Grant Hart, Ian Brown o Henry Rollins, e quando dico Faulkner, ovviamente, non intendo certo William, l’autore de L’urlo e il Furore, ma Dave, il cantante degli Hoodoo Gurus.

Non bastassero album clamorosi come Stoneage Romeos, Mars Needs Guitars!, Blow Your Cool!, quello che conteneva la loro canzone più nota, I Was The One, Magnum Cum Louder e Kinky, con quel mix tra garage, jingle-jungle, siamo sempre lì, chitarre a secchiate, neanche fossimo nel cuore del Paisley Underground invece che nella terra dei canguri, con quello slang da rock’n’roll dei primordi, avete presente il Be-Bop-A-Lula o il Tuttifrutti?, capace in realtà di passare da temi alti come l’amore angelicato a improbabili azioni kamikaze, con cifre che si avvicinano ai fumetti dei Freaks Brothers o di R.Crumb via via facendosi più lucidi e letterari, lo spirito punk degli Heartbreakers di Johnny Thunder a flirtare con Gene Clark, con Lux Interior e Poison Ivy a fare da numi tutelari, ma anche il già precedentemente citato Rudi Protrudi imparato a memoria e recitato a braccio.

Una manciata di album, i loro, che si iscrivono di diritto nei migliori album chitarristici di sempre, e sia messo agli atti che gli album chitarristici sono i migliori a prescindere, figuriamoci quelli degli Hoodoo Gurus, band che, qui stavo arrivando, già solo per il nome meriterebbe di finire in un Decamerone aggiornato al 2020, pensateci: Hoodoo Gurus.

Ecco, dovendo pensare di passare le ore finite che mi rimangono, non intendo le poche ore, e mentre lo scrivo immaginatemi come un Daniel Day Lewis versione Il mio Piede Sinistro, una penna infilata in bocca a ticchettare sui tasti del mio PC, le mani a coppa a stringersi sulle palle, scaramanticamente, ma le anche tantissime ore finite che mi rimangono, non siamo eterni, ecco, dovendo pensare di passare le tantissime ore finite che mi rimangono nel migliore dei modi è ascoltando musica come quella dei Teenage Fanclub, dei The Church o degl Hoodoo Gurus che vorrei ritrovarmi.

Dovendo scegliere il meglio da ognuno, l’impasto delle voci dei ragazzi di Glasgow, il tiro di chitarra di Martin Wilson-Piper dei The Church e i testi bizzarri e stralunati del primo Dave Faulkner.

Voi, signore e signori, continuate pure a pensare e a convincervi che il futuro della musica è quella merda che vi hanno spacciato per buona negli ultimi anni quelli che al contempo vi convincevano che la salvezza era nello streaming, io, l’uomo del Medice Show, con per cappello una tuba mezza sfondata, degli acchiappasogni appesi agli orecchi come orecchini, degli occhialetti tondi alla John Lennon, qualche dente d’oro e una assistente bionda e popputa a distrarvi mentre vi spaccio per ora l’elisir di lunga vita, continuo a credere fedelmente nel rumore di un jack che si infila nell’amplificatore col volume lasciato al massimo, uno scoppio, subito prima che parta la distorsione.

La terra ha bisogno di chitarre, parafrasando gli Hoodoo Gurus, signore e signori, fidatevi dell’uomo del Medice Show. La terra ne proprio un fottutissimo bisogno.

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