I bambini mi stanno a guardare, ma a volte vorrei avere abbastanza corda, come i Clash

Dio abbia in gloria Joe Strummer e preservi Mick Jones e Paul Simonon

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Photo by John Coffey

I miei genitori mi leggono.

Lo so, perché me lo dicono.

Non pensiate che questa cosa sia scontata, i miei genitori hanno superato gli ottanta anni, il fatto che leggano un diario online non è esattamente qualcosa da dare per scontata, pensando al fatto che sono nati prima della seconda guerra mondiale. Non lo è anche per altre faccende, tipo il fatto che tendenzialmente, in altri tempi, parlavo di musica, e di una musica che evidentemente a loro non può interessare, e anche che uso un linguaggio che non è esattamente quello con cui sono stato cresciuto e al quale mi hanno educato.

Anche di questo parliamo, ultimamente un po’ meno. Da che ho pubblicato il mio primo libro, la racconta di racconti “furibonde giornate senza atti d’amore”, il linguaggio crudo, duro, volgare, violento che ho iniziato a usare come scrittore li ha spinti a dirmi che non mi capivano. Lo ha fatto in due modalità differenti, mia madre ha continuato a leggere tutto quel che ho scritto, libri come articoli, ripetendomi come in un mantra che avrei dovuto usare un’altra lingua, mio padre ha smesso di leggermi, credo per non sentirsi a disagio nel farlo.

Chiaramente sto estremizzando la faccenda, sono al trentottesimo giorno di clausura, di isolamento, il termine dei quaranta giorni di una quarantena cui non ci saremmo dovuto sottoporre in quanto non malati è lì, a un tiro di schioppo, abbiate pietà di me.

Il fatto è che uso un linguaggio, non parlo solo dell’uso delle parole che scelgo, ma anche proprio delle figure che vado a pescare, del tipo di narrazione che adopero, che a loro, ai miei genitori, non può sembrare naturale, conoscendomi da cinquant’anni e conoscendomi da cinquant’anni nelle vesti del loro figlio, un po’ meno eversivo del me stesso scrittore. Quando sono in casa, con loro, non parlo così, per rispetto nei loro confronti, così come immagino, per le medesime ragioni mia figlia e mio figlio, parlo di Lucia, diciotto anni, ormai lo sanno anche i muri, e Tommaso, quattordici, a casa parlano diversamente da come parlano in giro con gli amici.

Sapessero, loro, i miei genitori, che ho iniziato a cambiare linguaggio quando, giovanissimo, mi hanno spinto a frequentare Comunione e Liberazione, leggi alla sigla CL, più per spingermi a uscire di casa, io che passavo buona parte del tempo in casa a studiare, che ginnasio di merda che ho fatto, a ripensarci, cadrebbero dalla sedia. Anzi, temo siano caduti dalla sedie, metaforicamente, visto che mi leggono in questi giorni, appunto. È stato lì, frequentando CL, che ho iniziato a mutuare il mio linguaggio di oggi, quello con il quale scrivo, perché vedevo farlo ai preti che ci guidavano, e fino a quel momento i preti, spesso i frati, visto che frequentavamo la parrocchia di San Francesco alle Scale, chiesa nella quale avrei poi sposato Marina, anzi, chiesa nella quale ci avrebbe sposato mio padre, diacono, e per ci intendo me e Marina, ancora neanche conosciuta ai tempi in cui frequentavo San Francesco alle Scale, l’ho conosciuta proprio grazie al mio frequentare CL, presentatami da Silvia, sua migliore amica e una delle prime persone conosciute in quel contesto, fino a quel momento i preti, spesso i frati, usavano un linguaggio decisamente più vicino a quello da sempre usato dai miei, più che a quello che uso io ora, mentre scrivo.

Ora, lo so, dire che ho reso il mio linguaggio più volgare frequentando CL potrebbe fare scandalo, e non è certo mia intenzione fare scandalo dicendo questo, ma tant’è, è successo così, poi, certo, le letture che ho cominciato a fare dal liceo in poi, praticamente ho smesso di studiare seguendo una sorta di dictat morale che voleva che io studiassi tutto il tempo solo quello che la scuola mi diceva, ho già raccontato di come, per dire, io in seconda liceo, quarto anno del classico per chi non ne ha dimestichezza, abbia optato per non comprare i libri di testo, preferendo spendere quei soldi in dischi, illuminato lungo la via di Damasco da Prince, fattomi conoscere sempre a CL da Emanuele Moretti, un ragazzo molto silenzioso e coi capelli sempre coperti di gel cui devo la mia principale passione musicale di gioventù, chissà che fine ha fatto?, leggere Henry Miller, Bukowski, la letteratura neominimalista americana, mi ha sicuramente spinto verso una lingua meno educata, o forse molto più educata, giorni fa vi spiegavano di come qualsiasi cosa scrivo, qui e ovunque, sia mediata dal fatto di essere uno scrittore, se non è educazione questa, ma l’inprinting verso una lingua che scandalizza ancora oggi i miei è partita da lì, metà anni ottanta, quando i miei mi hanno spinto a frequentare CL per conoscere altri miei coetanei, non pensatemi come il tipico sfigatone nerd che passa il tempo a casa, conoscevo e frequentavo altri amici, parecchi pure, ma nei fatti mi serviva un qualche gruppo organizzato che avesse impegni fissi che mi tirassero ciclicamente fuori di casa, credo, tutto è partito da lì.

Quindi i miei leggono.

E puntualmente mi chiedono, specie mia madre, di cambiare il mio linguaggio. Lo fanno tirando in ballo i loro amici e i nostri parenti, parlo di quelli più anziani, che manifestano una certa perplessità nel leggere quel mio linguaggio, e lo fanno tirando in ballo i miei figli. Ecco, la carta dei figli è quella che viene usata più spesso, “hai figli grandi che possono leggerti, cosa penserebbero leggendo che usi quelle parole?”, anche se io so bene, so benissimo, che i miei figli neanche ci pensano a leggermi. Tanto tanto guardano a volte quello che faccio in video, ma raramente, se proprio non hanno di meglio da fare, ma sicuramente non leggono quello che scrivo. Lo so perché parlo spesso di loro, e se leggessero che parlo di loro protesterebbero, alla loro maniera, urlando in casa, loro maniera che in questi giorni di contagio è esattamente la medesima, solo con un utilizzo di decibel decisamente più alto, non certo perché parlo di loro usando un linguaggio non consono, non uso mai un linguaggio non consono quando parlo dei miei cari, ma perché non vogliono assolutamente che io li tiri in ballo, anche appellandosi alla legge sulla privacy, Lucia, per dire, mia figlia grande, non vuole che io pubblichi sui social foto che la ritraggano, figuriamoci cosa penserebbe se sapesse che, anche ora, sto parlando di lei. E questa faccenda delle foto, per dire, va avanti da anni, credo almeno cinque, sei anni, da quando cioè faceva le scuole medie e la sua privacy era fondamentalmente qualcosa cui ero chiamato io a decidere, fatto per altro di cui mi sono bellamente sbattuto, perché foto di lei ne ho continuate a pubblicare, anche ora che è maggiorenne, come ho continuato a parlare di lei, come potete ben constatare, lei, parte della mia vita, e in quanto mia oggetto del mio parlare, anche in tempi non di contagio e isolamento, stesso principio, quello del parlare della mia vita con il linguaggio che, da scrittore, reputo più idoneo, anzi, reputo il solo idoneo, stesso principio che applico alle legittime lamentele dei miei, è vero che suppongo preferirebbero io usassi altra lingua, è vero che chi li conosce e mi legge, mi segue, ci resterà male, alcuni, mio padre è un diacono, quindi piuttosto popolare in Ancona, la città nella quale sono nato e che ho dovuto lasciare in esilio ormai ventitré anni fa, terra amara, alcuni resteranno letteralmente scioccati, vedi tu come scrive il figlio del diacono, ma questa è la mia vita, e questo è il mio modo di raccontarla, come vi ho abbondantemente spiegato non un modo letteralmente aderente al vero, sto scrivendo, non sono attaccato alla macchina della verità, prendere o lasciare, ma il mio modo di farlo, amen.

Neanche mia moglie Marina mi legge sempre, a dirla tutta, specie in questi giorni di smart working, diciamolo, da casa si lavora molto di più, smart working misto ai compiti dei gemelli, anche se quella è una faccenda che riguarda più me che lei, e di tutto il resto che stare a casa contempla, seppur in cogestione con mia suocera, non mi legge sempre, Marina, o quasi mai, in questi giorni, perché, per dire, non ha fatto minimo cenno al fatto che io abbia spiattellato lì la faccenda di Minnie Minoprio, per dire, mica me l’avrebbe fatta passare liscia, credo, sai quanto l’avrebbe tirata per le lunghe, anzi, per la faccenda di Minnie Minoprio, quindi no, mia moglie non mi sta leggendo, in questi giorni di isolamento.

I miei genitori, quindi, mi leggono. E mi chiedono di prestare attenzione a cosa scrivo, i bambini mi stanno a guardare, potrebbe essere il titolo di questo trentottesimo capitolo di questo mio personale Decameron, Decameron che in effetti si incamminerà verso le cento novelle, me lo sento e credo ve lo sentiate anche voi, lì chiusi dentro le vostre case.

I miei genitori mi leggono, mia moglie Marina forse mi legge, probabilmente no, ma magari qualcuno le andrà a dire che ho scritto che non mi legge e andrà a farlo, cercando dove ho citato la faccenda di Minnie Minoprio, suppongo, i miei figli mi potrebbero leggere, i bambini mi stanno a guardare, sicuramente mi leggono un po’ tutti gli addetti ai lavori oltre a quanti mi vogliono leggere perché gli piace come scrivo, gli piace cosa scrivo, o perché mi odiano e vogliono qualcuno da odiare facile, sono uno scrittore e critico musicale, odiarmi è la cosa più semplice del mondo, non richiede particolare preparazione, né prestanza fisica, a meno che non mi si voglia odiare di persona, ché lì son mazzate, sappiatelo.

Insomma, ho un pubblico di riferimento, in parte composto dai miei affetti più cari, so che quando parlo, qualsiasi cosa io dica, viene letto da altri, non solo i miei affetti più cari, quindi in teoria dovrei usare tutte le cautele del caso non solo nello scegliere le parole, oggetto del mio scrivere fin qui, ma anche su che tema applicarle, quelle parole.

So, in sostanza, che se dico la cosa sbagliata, affronto un tema scivoloso, debordo nel mio essere politicamente scorretto, a mia azione corrisponderà una reazione.

Un po’ meno, forse, in questi giorni di isolamento, perché la gente è meno interessata a polemizzare con me, sempre associato a ragione a argomenti volatili come le canzoni e la musica, ma comunque spesso spinto a scrivere di temi che diventano nodi centrali del sistema musica, non fatemi ancora una volta fare l’elenco di che magagne sono finito per scoperchiare in questi ultimi anni, sono lì, basta googolare e andarseli a cercare, nel caso non siate tra quanti mi leggono da tempo (e se non siete tra quanti  mi leggono da tempo, ve lo dico spassionatamente, ma siete comunque arrivati fin qui, alla millecinquecentesima parola del mio trentottesimo capitolo di questo diario, beh, sappiatelo, avete tutta la mia stima, perché o siete davvero storditi dalla clausura, e avete cercato in queste mie parole concentriche, psichedeliche, da immersione in profondità in apnea, un qualche effetto psicotropo, o siete davvero alla ricerca di esperienze forti, come i tipi che si buttavano dai ponti con un piede legato a un lungo elastico), ma comunque sempre a rischio querelle.

Ne sono cosciente, lo dico come fossimo di fronte a chi, nell’affrontare un’esperienza che si sa rischiosa, accetta di prendersi le responsabilità per quanto potrebbe accadere, “ho letto e prendo atto che”, ci siamo capiti.

So bene, quindi, che quello sto per andare a fare è inseribile nel folder degli azzardi, cioè è un gesto che, lucidamente, non dovrei fare, perché scrivo, firmo, ci metto la faccia, e in genere rispondo di quello che scrivo, seppur io non sia mai stato querelato in vita mia, abbia sì ricevuto minacce, shit storming, insulti a iosa, ma non ne abbia mai dovuto rispondere in sede civile né penale.

Corro il rischio e vado avanti, come nei quiz a premi della televisione, quiz che, almeno questi ce li siamo tolti dalle palle, sono spariti dai palinsesti, mi pare di capire, sostituiti dai discorsi del premier e da vecchi film in bianco e nero.

Perché l’ho presa così larga, a parte per il gusto di prenderla larga, e via il discorso sul massimalismo, sul poter dire in mille parole quel che si può dire in dieci, sulle reiterazioni, quella roba lì?

Semplice, perché in questi giorni si è parlato, e mi sono preso qualche ora per far riposare sul fondo, si sta molto parlando, a ragione, di come questa pandemia che ci sta tenendo tutti fermi, tutti in casa, darà sicuramente vita, e dire che una pandemia darà vita a qualcosa, lo so, è invece un azzardo lessicale, permettetemelo che sono stanco, questa pandemia che ci sta tenendo tutti fermi, tutti in casa, darà sicuramente vita a una pandemia d’altro tipo, sociale, violenta in altre maniera, altrettanto pericolosa, se non ancora peggio. Perché i provvedimenti presi sin qui dal governo sono stati tardivi, se ci sono stati, e hanno toccato una porzione irrilevante della popolazione, senza tenere conto di tante variabili, dal sommerso alle partite IVA, non venitemi a parlare di quella stronzata dei seicento euro, accessibili solo a una piccola porzione, e non prima di aver fatto piroette e giravolte come manco una di quelle tipe che si rotolano appese al soffitto sui foulard, ciao Eleonora, mi ritrovo a salutarti di nuovo, sei sempre nei miei pensieri. In molti, tra politici di varia natura, da Salvini a Renzi, non quindi esattamente nomi che in tempi non di contagio avrei preso in considerazione se non per portare il braccio al viso, la bocca che si avvicina all’incavo del gomito, come ora ci dicono di fare per tossire o starnutire, ma per emettere una pernacchia di quelle udibili anche a una certa distanza, distanza che sempre oggi ci dicono da tenere dagli altri, per la nostra e la loro salvaguardi, in molti, infatti, hanno iniziato a parlare di pericoli di sommosse, di rivoluzioni, di gente che scenderà in piazza, dove non si potrebbe andare, armata di mazze e bastoni per assaltare supermercati e forse banche, vai a sapere, la speranza è l’ultima a morire, perché chi andava avanti alla giornata, e sono molti, è al collasso, per non dire di chi non andava neanche avanti alla giornata, penso ai cinque milioni di italiani sotto la soglia della povertà prima della pandemia, e senza soldi e senza lavoro, lavoro riconosciuto o in nero, non fingiamoci di non sapere quanto il lavoro in nero sia parte del nostro tessuto sociale, è difficile mettere insieme il pranzo con la cena in tempi di pace, figuriamoci ora, che siamo in tempi di guerra.

Si parla di pericolo di tenuta sociale, e se ne parla a ragione, si temono sommosse, alcune, piccole, già si sono viste, tutti avete guardato i video di chi urla disperato davanti alla banca a Bari, tutti avete guardato commossi le cassette con le spese fatte e lasciate a disposizioni di altri a Napoli, tutti sappiamo di casi di chi non ce la fa già più, per non dire dei tantissimi che non ce la faranno più a breve.

Bene, anzi, male, malissimo, in tutto questo, in questo scenario apocalittico che si staglia all’orizzonte, ma un orizzonte molto vicino, di quest’altro scenario apocalittico, la pandemia, arriva sui social un video. Un video che, si intuisce, non è stato fatto per finire sui social, ma più presumibilmente per un gruppo chiuso, presumibilmente una chat aziendale, o forse una piattaforma professionale e che qualcuno, agghiacciato, ha deciso di mettere in circolo, col solo intento di sputtanare il protagonista del suddetto video.

È un video in cui Urbano Cairo, quell’Urbano Cairo lì, Cairo Editore, RCS,  raccolta pubblicitaria, Corriere della Sera, La7, si rivolge immagino ai suoi venditori, spronandoli a fare di più e a fare meglio.

Nel farlo, di qui la convinzione che non fosse un video rivolto a un pubblico generico, ma solo a una utenza riservata e circoscritta, usa un linguaggio e un tono da capo che sprona i propri venditori, un tono e un linguaggio che, arrivato sui social, ha fatto girare i coglioni a molti.

Perché, se avete presente quelle gag del Milanese Imbruttito, il tipo che parla di giargiana e fatturato che, diciamolo, per le prime due, tre volte, faceva anche ridere, ma che ora è diventato singolarmente odioso, perché associabile alla triste, tristissima pagina del #MilanoNonSiFerma e perché qualsiasi gag reiterata alla Zelig dopo un po’ rompe i coglioni, figuriamoci per chi vive nella stessa città in cui il tipo si muove, dove di gente che parla e ragiona così se ne conosce davvero, perché, e avete presente quelle gag del Milanese Imbruttito, il tipo che parla di giargiana e fatturato, Urbano Cairo pare proprio quel tipo di capo lì, la voce troppo simile al Silvio Berlusconi di un tempo, Silvio Berlusconi le cui gesta, dalla raccolta pubblicità all’editoria, passando per il calcio, Cairo sembra ispirarsi, anche troppo, guardatelo fare il milanese imbruttito per credere, con la triste, tristissima differenza che non è una gag fatta per far ridere, e che non sta facendo un discorso motivazionale in tempi normali, ma lo sta facendo in questi giorni qui, di disperazione per questioni sanitarie, i camion militari piene di casse da morto che escono in colonna da Bergamo, i bollettini di guerra alle 18 da parte della protezione civile, i “rimanete a casa” gracchiati dalle auto dei vigili in strada, e di disperazione sociale e economica, quella che fa appunto gridare all’imminente rivoluzione e rivolta a suon di bastoni.

Cairo, non voglio tornare a guardare quel video per essere più preciso, perché sono già qui a scriverne in questi toni e con questo linguaggio, dice ai suoi che mai come in questo tempo si sente carico, mai come oggi riesce a lavorare bene, a fatturare, addirittura. Paragona questi tempi al 1996, quando la sua impresa di raccolta pubblicitaria è partita, dicendo come da tempo non gli capitasse di lavorare così tanto e così bene in questo settore, lui che negli ultimi anni si è sicuramente dedicato di più all’editoria, oltre che al Torino. Dice che passa le giornate al telefono, smettetela di fare riunioni inutili, aggiunge, parlate al telefono per pochi minuti e portate a casa gli stessi risultati che sto portando io, aggiunge, contattando questo o quell’imprenditore, per chiudere accordi assai remunerativi e entusiasmanti. Lo dice con un linguaggio, torno al punto di partenza, e un tono che in tempi normali ci avrebbe fatto sorridere, immagino, nell’orrore che quei discorsi porta con sé, ma che oggi agghiaccia e basta. Parla di contratti chiusi, cita anche una azienda, la Conad, che stando al suo Amministratore delegato, Pugliese, parole sue, di Cairo, avrebbe aumentato del 20% il fatturato, e grazie al cazzo, tutti lì a comprare roba da mangiare per paura che inizino a mancare le scorte, mica perché di colpo si ha più fame. Cita, e forse questo è il passaggio più agghiacciante, ma stiamo parlando di sfumature, sfumature di merda, cinquanta sfumature di marrone, mi ripeto, un aneddoto cui ha assistito sua figlia in farmacia, aneddoto in cui un signore avrebbe speso con la moglie, fatto che in sé sarebbe sanzionabile, perché si può andare a fare la spesa uno alla volta, comunque un signore avrebbe speso con la moglie, una bella donna, ci tiene a sottolineare, trecento euro in cosmetici, perché il signore in questione ha soldi, li può spendere, e non pago cita anche gente che fa shopping online, sua la parola E-Commerce, nel 2020, Cristo santo, shopping di beni non certo di prima necessità, perché chi può spende anche in questi giorni. Un discorso, ripeto, che incita i suoi a fatturare, ma che visto oggi è una sorta di innesco per una bomba, uno sputo in faccia a chi non sa esattamente come pagherà l’affitto il mese prossimo, e fosse solo l’affitto, un dito in culo a chi non sa come riuscirà a fare la spesa domani, a comprare i medicinali oggi.

I miei genitori mi leggono, mia moglie Marina forse mi legge, probabilmente no, i miei figli mi potrebbero leggere, i bambini mi stanno a guardare, sicuramente mi leggono un po’ tutti gli addetti ai lavori oltre a quanti mi vogliono leggere, per qualsiasi ragione mi vogliano leggere, e sono pronto a rispondere di quello che scrivo, come sempre. Sono quindi pronto a scandalizzare chi si scandalizzerà, a offendere chi si offenderà, a incitare chi vorrà farlo, a essere frainteso, forse, chi se ne frega.

Bene, anzi, male, malissimo, ora scrivo, mentre ho in loop in testa Thunderstruck degli AC/DC, a volumi che potrebbero spingere i miei vicini a chiamare l’amministratore per protestare per il rumori molesti, cosa che per altro hanno fatto, ma andate a cagare, non per la musica, che ascolto con le cuffie, ma per i bambini che corrono in casa, bambini reclusi da un mese e mezzo, ripeto, ma andate a cagare voi e le telefonate all’amministratore, la prima cosa che farò uscito di qui sarà comprare zoccoli e scarpe da tip tap da usare in casa, sappiatelo, rendendo la vostra vita un inferno,bene, anzi, male, malissimo, ora scrivo, mentre ho in loop in testa Thunderstruck degli AC/DC a volumi allucinanti, per cui magari dirò cose forti con le parole sbagliate, ma tant’è, può succedere, io auspico che, se le cose dovessero continuare così, qualcuno davvero esca con bastoni e mazze e provi a farsi giustizia da sé.

Di più auspico un ritorno delle ghigliottine in pubblica piazza, delle corde, quelle che i The Clash, Dio abbia in gloria Joe Strummer e preservi Mick Jones e Paul Simonon, hanno infilato a ragione nel titolo di un loro album, il secondo, quella che non è mai abbastanza, perché se l’idea di alcuni è che questa sia un’epoca bellissima, entusiasmante, perché si possono fare tanti affari, beh, allora che sia anche un’epoca in cui temere di uscire di casa per motivi che non siano il virus, che si tema per la propria incolumità.

Che le mascherine che ormai sono diventate parte del nostro look abituale, alla faccia di chi cagava il cazzo a chi indossasse il burqa, mascherine che ormai sono diventate parte del nostro look abituale nelle rare, rarissime volte in cui usciamo di casa per fare la spesa o per andare al lavoro, chi, povero disgraziato, deve andare al lavoro, si sostituiscano con le maschere del Guy Fawkes innalzato a icona dall’Alan Moore di V per Vendetta, e che la rivoluzione scoppi davvero, e non si legga questo perché ho cominciato a vedere dopo tanto che me lo ripromettevo La Casa di Carta, no, piuttosto come il lamento di chi si è davvero rotto i coglioni di certi atteggiamenti inumani.

Non sono un cattivo maestro, perché non sono un maestro, e quando scrivo scrivo sapendo di scrivere, ma credo che in certi momenti sarebbe il caso di prestare attenzione a quando di parla e a cosa si dice, e soprattutto si debba portare rispetto verso chi soffre davvero, e smetterla di sciacallarci sopra, si tratti di politica, come nel caso dei due Matteo di cui sopra, o di fare affari, credo che in certi momenti sarebbe il caso di prestare attenzione, o saranno davvero giorni di corde e ghigliottine.Vive la révolution.

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