Lo scrittore è come un pornoattore: cerca di far provare delle emozioni al suo pubblico

Molti di quelli che mi leggono faticano a capire questo mio scrivere da scrittore, ovviamente spaventandosi per i miei sbalzi di umore, ma voglio rassicurarli: non sono realmente disperato e rabbioso

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Photo by Niccolò Caranti

Quando durante il Festival di Sanremo, evento che mi sembra andato in scena millenni fa, Luca Barbarossa è venuto ospite a Attico Monina, lo show andato in onda su OMTv.it direttamente da un megaattico con vista sulla riviera dei fiori, io e lui abbiamo scherzato su una cosa a beneficio delle telecamere.

Oggi, trentasettesimo giorno di autoclausura, vorrei partire da qui.

Luca Barbarossa è non solo un grandissimo cantautore, quando tutto questo sarà finito e avrete ripreso le vecchie abitudini di una volta, come non guardare in cagnesco chiunque sia a meno di due metri da voi, andatevelo a vedere in concerto, è un vero balsamo per l’anima, Luca Barbarossa è anche un grandissimo entertainer, se non lo avete mai sentito su Radio Rai 2, nel suo Social Club, beh, vi siete persi un grande show, rimediate anche in tal senso.

Comunque, quando Luca Barbarossa è venuto a trovarmi a Attico Monina, due vite fa, abbiamo scherzato sul fatto che gente come noi, che lavora nel mondo dello spettacolo, seppur con ruoli diversi, è costretta a essere sempre up, performativi, come i pornoattori.

Lui, ovviamente, parlava per sé, nel senso che partiva dal fatto di essere in quel frullatore chiamato Festival della Canzone Italiana e parlando del se stesso dentro quel frullatore si è autodefinito, spero non sia necessario sottolineare “scherzosamente”, un pornoattore. Fatto che ovviamente mi ha dato il la per definirmi come la sua controfigura nelle scene più hard, sorta di stuntman del porno. Risate e applausi, abbiamo un buon feeling, io e Luca Barbarossa.

Essere pornoattori e stuntman di pornoattori.

Ecco, parto da qui.

Ma lo faccio alla mia maniera, andando quindi qualche passo indietro, o a lato, non saprei dire con precisione visto che lo stare a casa ha cambiato non solo la percezione del tempo, ma anche dello spazio.

Io per vivere scrivo.

Detto così, lo so, sembro uno alla Massimo Gramellini, di quelli che tendono a dire cose che riscaldino i cuori sensibili di chi legge. Non esattamente la parte preponderante della mia personalità e quindi della mia poetica, converrete, riscaldare i cuori, né caratteristica primaria della mia attitudine.

Non saprei dire se è vero, nel senso che non ho idea se lo scrivere in qualche modo mi mantenga in vita da un punto di vista spirituale, mentale, fisico, non so, per intendersi, se di fronte a una vincita milionaria, vincita milionaria che non può arrivare perché non gioco, continuerei a scrivere o me ne andrei ai Caraibi a lanciare ghiaccioli ai deflini, ma so, invece, che quando presento il mio Modello Unico la stragrande maggioranza delle entrate arriva dalla scrittura, questo intendevo.

Vivo scrivendo, come lavoro.

Poi, ovvio, siccome lo scrivere, come il suonare, il dipingere, lo scolpire e tutte le altre forme d’arte, è appunto anche una forma d’arte, potrei dire che per vivere scrivo anche in quel senso lì, cioè che la scrittura riempie la mia anima tanto quanto la mia pancia, ma aprirei un discorso che non sono in forze, in questi giorni di clausura, di portare avanti. Perché qualcuno, qualcuno che evidentemente affronta questa emergenza con un po’ più di baldanza di quanta ne abbia io al momento, avendo quindi ancora voglia di venire a cagare il cazzo a me per faccende che per altro neanche lo riguardano direttamente, qualcuno potrebbe farmi notare che io non sono un poeta, e che se anche sono stato un narratore, non lo sono al momento, e per il momento intendo il momento preciso in cui sto scrivendo queste parole che poi voi, in altro momento, starete leggendo, nella scrittura come in ogni forma d’arte che non sia dal vivo funziona così, c’è uno spostamento in avanti nel tempo tra creazione e fruizione della creazione, ben lo sapeva Geoff Dyer quando ha scritto il suo bel libro Natura Morta con Custodia di Sax, libro nel quale inventava biografie fittizie di grandi jazzisti, jazzisti veri, a partire da foto che li immortalavano nel momento in cui suonavano jazz, quindi li immortalavano nel momento in cui creavano, fatto raro, nell’arte, quello di riuscire a immortalare qualcuno mentre crea, perché, restando alla fotografia, spesso le foto tendono a immortalare artisti in posa, pittori che guardano in camera con un pennello e la tavolozza, ma in posa, appunto, e poi, scusatemi, ma andatevelo a leggere, Natura Morta con Custodia di Sax di Geoff Dyer, che tanto state tutti in casa come me, di tempo ne avete, libro, per altro, che in qualche modo ha influenzato un’altra delle mie idee mai realizzate, tipo Alla Solita Ora di cui vi parlavo ieri, eccomi di nuovo a spoilerare una idea non ancora realizzata, forse che mai realizzerò, provateci, se ci riuscite, a fregarmela, vi lancio una sfida, un #Geoffdyerchallenge, #vicagointesta, sono circa venti anni, da quando, cioè, ho iniziato a cullare l’idea di non essere più un romanziere e narratore in senso stretto, ma un romanziere e narratore spurio, sporco, gonzo, di quelli che usano altri canoni, quello giornalistico, il reportage, le biografie, soprattutto le biografie, per provare a fare narrativa, arte, anche, e a breve ci torno, ricongiungendomi a dove il discorso a preso questa deviazione, sono circa vent’anni che ogni tot di tempo cullo l’idea di scrivere il libro Natura Morta con Vinile, e pensate che vent’anni fa, quando ho iniziato a cullare questa idea, il vinile era dato praticamente per morto, non come ora che sembra le vendite di vinile stiano superando quelle dei moribondissimi cd, e parlo di un’ora che in realtà è riferito a qualche settimana fa, prima che arrivasse la pandemia e che il sistema musica implodesse temo definitivamente, perché prima o poi affronterò anche questo, la clausura ha fatto crollare gli streaming, unico sostegno delle case discografiche, non certo degli artisti, e ovviamente anche le poche copie di fisico, crollo accompagnato dal crollo evidente anche del settore del live, tutti chiusi in casa, oltre che quello dei diritti connessi, negozi, locali, ristoranti che pagano diritti profumati, tutti chiusi, bye bye filiera della musica, fatto, questo del crollo dello streaming, che andrebbe analizzato di concerto con quello del crollo di Instagram, perché la clausura sta premiando Facebook, che prima tutti davano in caduta libera, sancendo l’effimero senso di Instagram, mettetele voi belle foto mentre ve ne state in casa coi capelli raccolti in code improvvisate, vestiti in tuta da ginnastica, tanti saluti alla trap, che proprio su streaming e Instagram aveva basato la sua capillare espansione e dominio, si torna al sano rock e a Facebook, perché mettete su Back in Black degli AC/DC e provate a stare fermi, anche in questi giorni di immobile stasi, e poi provate a mettere un pezzo di Franco 126, se ne avete il coraggio, comunque, sono circa vent’anni che ogni tot di tempo cullo l’idea di scrivere il libro Natura Morta con Vinile, un libro che voleva partire da fotografie esattamente come quelle di Dyer, ma non di jazzisti, artisti che hanno fatto dell’improvvisazione live su canoni il loro momento creativo, bensì di dj, altre forme di artisti, decisamente più contemporanei, che giocano sullo stesso principio, improvvisare dal vivo su canoni.

Mi fermo.

Spero apprezziate le forme spiroidali di queste mie frasi, ispirate pesantemente da brani psichedelici tipo Spiritualized, Spacemen 3, Orbital, Orb. Frasi concentriche, che spostano sempre più in avanti, di pochi frame, il discorso, tornando su se stesse ciclicamente, ma fuori asse, pronte a ripartire per altre direzioni, ma sempre con la colonna vertebrale lì, fissa e flessibile al tempo stesso.

Mi rifermo.

E riprendo.

Ho detto, en passant, che Natura Morta con Vinile è un’idea che cullo da una ventina d’anni.

Una ventina d’anni fa, converrete, la musica era molto diversa da quella d’oggi. Non esisteva, quasi, la musica liquida. Certo, già era apparso Napster, forse anche Emule. Si iniziava a parlare parecchio di peer 2 peer, di musica che sarebbe diventata gratuita, ma nessuno avrebbe potuto seriamente presagire tutto questo, e lo so che nel dirlo sembra che io stia parlando del Coronavirus. O meglio, qualcuno provava a affrontare il discorso, noi di Tutto Musica, per dire, non esattamente considerati gli alfieri della verità, quando sono entrato in redazione, nel 1999, il magazine in questione era considerato una sorta di marchettificio sulla falsa riga di Tv Sorrisi e Canzoni, diciamocelo apertamente, salvo poi prendere una propria personalità bella definita, dalla quale sarebbe poi partita l’avventura di Musica di Repubblica, prima, e di XL, poi, avventura che non mi avrebbe visto protagonista, lasciatici piuttosto male con colui che per primo mi ha fatto scrivere di musica e che quei progetti ha ideato, Luca Valtorta, comunque noi di Tutto Musica provavamo a indicare la Luna, dicendo un po’ a tutti i discografici, li abbiamo intervistati praticamente tutti, che quella era la vera rivoluzione della musica, ma molti guardavano il dito, irridendoci, ora ridono meno, e non parlo dell’ora precisa in cui scrivo, ora non ride nessuno, ma dell’ora inteso come questi tempi in cui la musica è diventata prevalentemente evaporata, in cui regna lo streaming, musica demmerda, insomma.

Venti anni fa, sia come sia, la musica era tutta un’altra musica.

Chiaro, se fino a quel momento c’erano state tante piccole rivoluzioni, identificabili con tanti nuovi generi, dal rock’n’roll al beat, dal prog al punk, dalla dance al rap, dal grunge alla techno, poi di colpo l’attenzione si è concentrata sul modo di fruire la musica, più che sulla musica stessa, musica che di colpo è diventata sempre più revivalistica, leggetevi anche Retromania di Simon Reynolds, tempo ne avete, e sempre meno originale, quindi via di MP3, di dowloand, di streaming.

Venti anni, fa, sia come sia, la musica era tutta un’altra musica.

I dj erano i dj, odiati dai musicisti, allora come oggi, forse anche di più, ma sicuramente gente che si muoveva, anche esteticamente e coreograficamente, in altra modalità.

L’immagine del dj con una cuffia solo su un orecchio, tenuta su con la spalla, le mani che si muovono sui vinili e le manopole del mixerino, le abbiamo in mente tutti, almeno in quei tutti che una ventina di anni fa c’erano, tutt’altra cosa di chi si muove con hard-disc e file.

Per capirsi, nel pensare Natura morta con vinile, pensavo più a un Paul Oakenfold che a un Charlie Charls, così da fugare ulteriori dubbi. E proprio la continua mutazione del mondo della musica, mutazione che in realtà ha cristallizzato la centralità dei dj, non credo sia necessario citare le classifiche degli artisti che guadagnano di più al mondo, classifiche nelle quali i dj occupano sempre posizioni di altissimi rilievo, per altro a fianco di artisti quali Billie Joel e i Fleetwood Mac citati nei giorni scorsi, proprio la continua mutazione del mondo della musica, mutazione che in realtà ha cristallizzato la centralità dei dj, mi ha fermato nel dar vita a questo progetto, un po’ per quella innata forma di autolesionismo che mi fa rifuggire da tutto ciò che puzza di mainstream, da sempre votato a rotolarmi nelle nicchie, come direbbe Luca De Gennaro, dj di cui ho ben chiaro in mente una foto esattamente come quella descritta sopra, un po’ perché i jazzisti del libro di Dyer, per quanto tutti entrati di diritto nella mitologia vera e propria, avevano tutti una allure bohemien che poco si addice all’essere popostar internazionali in vetta alle classifiche di Forbes degli artisti più pagati al mondo in compagnia di Billie Joel e Fleetwood Mac.

Confesso di essermi perso.

Succede.

Vado a recuperare il filo e torno.

Eccomi.

Non ci crederete, ma ero partito in questo viaggio psichedelico, ero partito col dire che vivere scrivo, e poi ero passato a dire che la mia scrittura rientra nelle forme d’arte, fatto che mi aveva concesso un giro largo, larghissimo, con vista panoramica sui miei deliri, vedi appunto alla voce psichedelia.

Torniamo a quel pensiero, per altro indotto dal breve aneddoto sanremese, io e Luca Barbarossa a giocare sull’idea dei pornoattori, sempre sul pezzo, pronti all’azione anche nei momenti di stanca, figuriamoci in questi di emergenza pandemica.

Io per vivere scrivo, dicevo, e confermo. Scrivere è quindi la forma d’arte che ho scelto, sempre che si possa scegliere la forma d’arte con la quale esprimersi, e quando scrivo esercito appunto la forma d’arte che ho scelto per esprimermi. Col che voglio dire che se scrivo, sempre, sto scrivendo da scrittore, non sto scrivendo e basta, questo il tema che volevo sviluppare.

Se scrivo un romanzo, fatto ormai rarissimo, se scrivo un articolo, se scrivo questo diario della quarantena, se scrivo anche un post su Facebook, sto scrivendo da scrittore.

Intendiamoci, non sto facendo lo spocchioso, sai il cazzo che mi frega di fare lo spocchioso mentre me ne sto in tuta da ginnastica e ciabatte, recluso da trentasette giorni?, sto semplicemente esponendo un dato di fatto, forse addirittura una ovvietà. Una ovvietà che scrivo, da scrittore, perché sto notando, proprio su quel Facebook che in questi giorni di clausura ci tiene compagnia, nel bene e nel male, essendo diventata ancora di più piazza virtuale, ma ospitando anche un sacco di fregnacce come mai prima, che molti di quelli che mi leggono faticano a capire questo mio scrivere da scrittore, ovviamente spaventandosi per i miei sbalzi di umore.

Provo a spiegarmi meglio, rallentando ulteriormente il ritmo, accendete i legnetti di incenso, abbassate le luci, yeah.

Per vivere scrivo, è la mia forma d’arte, il mio mestiere.

Se scrivo un post in cui sono malinconico, se scrivo un post in cui sono arrabbiato, se scrivo un post in cui sono sarcastico, se scrivo un post in cui sono euforico,se scrivo un post in cui sono frustato, lo sto facendo scrivendo, appunto, non sto parlando con amici al telefono, o a tavola coi miei. Le parole che leggete, anche tutte le parole che leggete su queste mie pagine di diario, al momento, per dire, oggi sono duecentonovantacinque, con tredicimilatrecentotredici caratteri, numeri ovviamente nel mentre aumentati, non fatemi entrare anche in questo loop, sono parole che ho scritto sapendo che le stavo scrivendo, frutto della mediazione che la scrittura porta sempre con sé, anche di una cinica forma di finzione, perché anche se scrivo esattamente quello che sto provando lo sto facendo usando determinate parole, frutto delle mie competenze in fatto di scrittura, della mia bravura, della mia esperienza, quindi sto mediando quello che sento attraverso quello che so fare, come un pornoattore che scopa davanti a una telecamera, lo fa perché lo sa fare, ma non è che stia esattamente facendo l’amore, per dire.

So che questa frase mi farà passare dall’apparire come uno spocchioso all’apparire come una fredda testa di cazzo, perché non solo sto dicendo che mento, fatto per altro affatto vero, ho detto altro, leggete meglio, ma mi sto paragonando a un pornoattore che scopa e mi ci sto paragonando per spiegare che se avete messo i cuoricini a un mio post in cui mi mostravo fragile lo avete fatto stando in realtà di fronte a un pornoattore con il cazzo infilato nella bocca o da qualche altra parte di una pornoattrice, e l’usare questa ultima immagine, lo so, è il colpo di grazia che sto dando al me stesso che fin qui ho presentato, e per fin qui non intendo solo in questi trentasette giorni di clausura e di diario, immagino, ma anche nei cinquanta e rotti anni precedenti, hai voglia a star qui a parlare dei miei quattro figli, a ripetere ossessivamente quanto io ami mia moglie Marina, a raccontarvi di come mi immalinconisca sapere i miei genitori anziani lontani, sono una cinica testa di cazzo che gioca con i sentimenti dei lettori usando le parole.

Ecco, ora che mi odiate, o che quantomeno vi sto sul cazzo, fermatevi.

Vi ho appena dimostrato, credo, che le parole sono strumenti che possono realmente modificare gli stati d’animo di chi legge, non solo le opinioni. Sono strumenti, esattamente come lo sono i colori per chi dipinge, o le note per chi suona. Usate un accordo in minore e otterrete un effetto diverso rispetto a quello che otterreste usandone uno in maggiore, questo è proprio l’abc, idem si può fare con le parole.

Come vi ho però già scritto giorni fa, io ambisco a raccontare la verità, non necessariamente aderendo ai fatti, altrimenti avrei scelto di fare il giornalista, non sarei uno scrittore.

Per vivere scrivo, come un pornoattore per lavoro fa sesso davanti a una videocamera. I pornoattori, immagino, scopino anche in privato, per il piacere di farlo, come chi scrive per vivere scrive anche per il piacere di farlo, anche se il paragone vacilla, non esistono orgasmi scrittorii. Ma i pornoattori, andatevi a leggere alcune interviste e dichiarazioni di una Valentina Nappi, sempre lei, per capire, provano piacere anche mentre lavorano, essendo il piacere alla base dello scopare e quello che, fittiziamente, viene mostrato nelle operazioni altrimenti prevalentemente ginniche del porno, non fatelo a casa, come si dice in questi casi, così come chi scrive usa le parole con lo stesso intento emotivo, quindi veicolando malinconia, rabbia, frustrazione, euforia, di chiunque altro, solo, magari con un po’ più di tecnica (ora lungi da me addentrarmi dell’utilizzo della tecnica che un pornoattore o una pornoattrice potrà mettere in atto nello scopare per il solo piacere fuori dal set), a volte a discapito dell’emotività stessa.

Tutto questo per dire che no, non sono disperato nel momento in cui scrivo che sono disperato. O meglio, lo sono, un po’, ma sono anche in grado di scriverlo con lo scopo di creare empatia con chi mi legge, quindi sono un po’ meno malinconico di quanto sembri leggendomi, magari lo ero in precedenza, come per chi scrive canzoni tristi, perché mentre lo scrivo sto mettendo la mia malinconia lì, nello scrivere, esattamente come Valentina Nappi mette nello scopare, con tutte le sfumature che ha il verbo scopare parlando di porno e di Valentina Nappi, la sua voglia di provare piacere.

Poi, ma qui dovremmo definitivamente archiviare la psichedelia, sconfinando credo nel prog, perché dovrei mettere in mostra virtuosismi che al momento non credo di essere in grado di potermi permettere, sono in tuta da ginnastica e pigiama da giorni, i miei gemelli, giuro, sono qui di fianco a me a fare i compiti di matematica, non esattamente la condizione ottimale per parlare di porno, poi dovremmo tirare in ballo il narcisismo, componente non esattamente marginale né nel porno, torno a dire, andatevi a leggere le interviste della ormai familiare Valentina Nappi, come anche della scrittura (e anche della scrittura sui social).

Come dite?

Vogliamo parlare del porno amatoriale, corrispettivo, diciamolo a gran voce, della scrittura amatoriale, Pornhub lì a fare le stesse veci che fa Facebook o un qualsiasi blog, voi al pari delle coppie che postano i propri video amatoriali, certo, a volte con l’allure di una Danika Mori, ma più spesso simili alla tizia che si infilava la mela nel culo divenuta famosa per un giorno su Twitter, in un tempo che oggi sembra ere geologiche fa?

Lo vogliamo davvero?

No, non vogliamo.

Non voglio.

Perché già mi sono reso abbastanza odioso, per oggi, e dire che ero partito anche bene, riandando con la memoria a Sanremo, Luca Barbarossa, Geoff Dyer.

O meglio, magari invece potrebbe non essere male, questo fatto del rendermi odioso, ché in qualche modo in realtà mi riporta a quella normalità che oggi come oggi è più ambita del lievito di birra o delle uova, di colpo spariti da tutti i supermercati, tutti a casa a fare pane e pizze, io che ho passato anni a mandarmi a cagare con i fan degli artisti che ho stroncato, e che oggi mi ritrovo a ricevere le coccole da chi mi pensa disperato e rabbioso.

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