Papa Francesco e la benedizione Urbi et Orbi: la storia di un uomo anziano da solo in una piazza vuota

L'immagine più toccante è quella del Papa che attraversa una piazza San Pietro deserta, il crocifisso immobile a un lato, la pioggia densa e fitta su di lui

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Photo by Vatican Media

Sono un uomo che lavora con le parole, l’ho detto e lo ripeto come un mantra da che scrivo e soprattutto da che scrivo per lavoro, e quindi ho un pubblico che mi legge. Ma sono anche un uomo che sta attento alle immagini.

Anzi, mai come in questi giorni di clausura le immagini hanno acquisito un’importanza incredibile, attaccati come ci siamo alla televisione, per seguire telegiornali e speciali, e anche alla rete, dove viaggiano sì le parole, ma soprattutto le immagini.

Sarà mica un caso che ho praticamente smesso di ascoltare musica, nonostante riceva quotidianamente non so quanti demo, dischi, singoli, link, download di lavori di artisti che approfittano del momento casalingo per venirsi a proporre, ignari che non ascolto praticamente più nulla, e che abbia anche smesso di leggere, a parte articoli online, che però finiscono sempre per ruotare intorno al motivo per cui non ho più voglia di ascoltare musica nuova e di leggere, il Coronavirus, ovviamente, e mi sia dato alle serie Tv, serie Tv di cui ero estimatore anche in precedenza, a dire il vero, ma che in questi giorni stanno davvero andando a ritagliarsi un posto privilegiato nel mio tempo libero? 

Era una domanda retorica, lo dico per gli analfabeti funzionali in ascolto, no che  non è un caso.

Le immagini sono del resto il solo modo con cui entriamo in contatto col mondo, attraverso le finestre di casa, almeno da un punto di vista visivo, mica è un caso che a aprire le danze nel programma che sto facendo su Optimagazine tutti i giorni sia Gianni Togni, quello che cantava, appunto, “io guardo il mondo da un oblò, mi annoio un po’”, forse l’ho già detto, ormai sto cominciando anche a perdere il filo della memoria.

Siamo letteralmente bombardati da immagini, a volte rassicuranti, a volte scherzose, perché mai come quando si è sotto attacco, e questo virus, lo stiamo dicendo in tanti, è la cosa più vicina a una guerra che ci possa venire in mente, ci serve anche scherzaci su, a volte agghiaccianti, al limite del panico.

Vi ho detto ieri, proprio ieri, delle foto che sto facendo nottetempo dal balcone. Ecco, quelle sono immagini che, dovessi provare a raccontarvi questi giorni anomali attraverso solo delle immagini, userei senza nessun dubbio. Come non potrei non usarne altre, diventate giocoforza iconiche, perfetta rappresentazione del mondo alla fine del mondo, direi se per un attimo volessi tornare a usare le parole invece che le immagini.

Penso a quella dell’infermiera con ancora addosso la mascherina e il camice, addormentatasi sulla tastiera del computer, foto che il primario ha condiviso sui social ovviamente non per schernirla, tutt’altro, ma per sottolineare come ci siano tanti tanti lavoratori che stanno dando letteralmente l’anima e il corpo in prima linea, senza lesinare le forze, i veri eroi mai abbastanza ringraziati da tutti noi, figuriamoci da uno stato che si è accanito sui tagli alla sanità come non ci fosse miglior passatempo negli ultimi anni.

Penso al quella della fila di camion dell’esercito che lasciano Bergamo carichi di casse da morto, diretti in altri comuni dove i corpi delle vittime del Coronavirus saranno cremati, impossibile farlo lì, tante e tali le perdite, una foto lancinante, dolorosa, capace di togliere il fiato quanto e più del Coronavirus stesso.

Penso anche alla foto goffa del governatore Fontana che non riesce a infilarsi la mascherina, subito dopo aver annunciato in diretta social di essere positivo al virus, perché questo momento anomalo non è solo spirito di abnegazione e dolore, decidete voi a quale aspetto dare più rilievo, ma anche la rabbia di fronte all’incapacità acclarata di muoversi con senno di fronte a una pandemia annunciata con poco preavviso, certo, ma che è stata gestita non solo senza protocolli, ma anche senza avvedutezza, le fabbriche e i cantieri lasciati incautamente aperti, i focolai di Alzano Lombardo e Nembro non isolati, i tamponi fatti a cazzo tanto quanto a cazzo gestiti i tanti malati in casa, spesso portati in ospedale quando ormai nulla era più fattibile, e di immagini come questa potrei citarne tante, troppe, dal premier Conte piacione che si fa le dirette sui social dicendo il Grande Nulla, quello cantato da James Ellory nella tetralogia di LA allo sciacallo Salvini che si fa ritrarre con un maglioncino che riprende i colori dei medici in corsia, la mascherina slacciata come appunto un primario che voglia rilasciare un’intervista, le cuffiette a simulare uno stetoscopio, è proprio vero, le emergenze tirano fuori il peggio del peggio.

Ognuno di noi, poi, avrà le sue foto, quelle personali, casalinghe, quotidiane, familiari. Io ho quelle della strada deserta, nottetempo, giorno dopo giorno, certo, ma ho anche piccoli scorci di casa, abitati in maniera permanente dai miei cari, mia moglie Marina, i miei quattro figli, mia suocera.

Ho quelle anche screenshottate durante il programma #IoRestoACasaMonina, con i tanti amici che ci sono venuti a trovare, me e il mio socio Mattia Toccaceli, tutti casalinghi come noi, certo, tutti sbalestrati e storditi dagli eventi come noi, e ci mancherebbe pure altro, ma anche tutti con la consapevole volontà di esserci per portare una testimonianza, provare a dire una parola di conforto o a portare un po’ di distrazione, regalare un sorriso, attraverso delle chiacchiere o una canzone, penso a Gianni Togni, appunto, a Simona Molinari, a Renzo Rubino, a Mileven Crania del Team Mirò di Rosa Bulfaro, a Noemi, a Gigi D’Alessio, a Enrico Nigiotti e a Silvia Salemi, gli ospiti della prima settimana.

Foto che magari non andremo più a riguardare, come si fa con i ricordi che preferiamo tenere a bada, anestetizzati in gabbia, o che invece guarderemo ciclicamente, con lo stesso morboso piacere che si prova a passare le dita su certe cicatrici che hanno critallizzato non solo fisicamente un determinato evento della nostra vita.

Ma c’è una immagine, almeno fino a oggi, trentaseiesimo giorno di questa nostra clausura, quasi una vera quarantena, a dirla tutta, seppur nel mio caso una quarantena rotta dalle sparute uscite per fare la spesa, l’ultima venerdì, dopo che per il secondo giorno di fila Amazon ha sbagliato a consegnarmi lo smartphone di mia figlia, bene sì di prima necessità, visto che mia figlia, come buona parte degli studenti d’Italia fa la telescuola in questo periodo e, come vi ho raccontato, il suo smartphone ha deciso di suicidarsi tingendosi di verde, come in un episodio di CSI, Amazon che prima mi ha consegnato erroneamente un tubo dorato di crema Dove Derma Spa, laddove doveva consegnarmi un Samsung e venerdì mi ha consegnato una scatoletta di integratori, evidentemente Amazon considera beni di prima necessità anche la crema per lo scrub e gli integratori, valli a capire, il fattorino di Amazon che per paura di incontrare altri esseri umani, paura legittima, intendiamoci, ha preferito lasciarmela in terra, nell’atrio del palazzo in cui abito, senza aspettarmi nonostante lo avessimo pregato al citofono di aspettare che scendessimo i sette piani con l’ascensore, altro reso da fare e, a quel punto, sortita nel solo negozio che vende telefonini aperto nel quartiere, santo Google, terzo cellulare comprato in due giorni, ma almeno questo preso direttamente brevi manu, fanculo Amazon, ma c’è una immagine, almeno fino a oggi, trentaseiesimo giorno di questa nostra clausura, quasi una vera quarantena, a dirla tutta, seppur nel mio caso una quarantena rotta dalle sparute uscite per fare la spesa, l’ultima venerdì, una immagine di una potenza devastante, assoluta, iconica come credo nessun altra oggi.

Parlo del Papa che attraversa una piazza San Pietro allucinantemente deserta, giusto un paio di preti intorno a lui, il crocifisso immobile a un lato, la pioggia densa e fitta su di lui, come in Blade Runner, il passo incerto, malfermo, metafora troppo dolorosa anche solo da immaginare, di fronte una basilica altrettanto deserta, un vuoto che stride ancora più del suono delle sirene che insieme a quello delle campane che rimbombano nella città deserta e ferita rompe il silenzio.

È l’immagine, le immagini, visto che sono tratte da una diretta televisiva, della benedizione Urbi et orbi che Papa Francesco ha fatto venerdì, lanciando una indulgenza plenaria per tutta l’umanità, in diretta tv su Tvsat 2000.

Un uomo anziano, e mai come in questo caso gli anziani sono stati guardati prima con compassionevole indifferenza, che sarà mai se muoiono gli anziani, hanno già vissuto?, poi con pietà, poverini, soli e abbandonati, poi quasi con stizza, non hanno capito che devono stare a casa, così ci infettano tutti, non esattamente in quest’ordine, magari, ma comunque di colpo tornati al centro dell’attenzione, molto spesso loro dentro quelle casse che lasciano Bergamo e le altre città dentro camion dell’esercito, senza una persona vicina a tenere loro la mano nelle ultime ore di vita, senza un saluto di addio, senza neanche un commiato una volta morti, un uomo anziano che chiede al Padre, a Dio, di fermare questa tragedia immane, quello “Svegliati Signore!” che taglia la carne come una lametta, che dice parole piene di amorevole dignità, empaticamente di buon senso anche per chi è privo di fede, più il discorso di un capo di stato, in alcuni passaggi, che di una guida spirituale, la fede che in questi giorni potrebbe vacillare, ovvio, le punizioni divine legate a un’idea di religione antica, preecclesiale, di quando Dio aveva la barba bianca e lo sguardo severo e impietoso, non certo quello dolce e compassionevole di Cristo. Parole, quelle del Papa, che a volerle ascoltare con attenzioni sembrano a tratti la resa di chi vede la Natura presentare il conto a un uomo incapace di confrontarsi col creato, la frase “Pensavamo di vivere sani in un mondo malato” che riecheggia nella basilica e nella piazza vuota, lo sguardo e il volto incapace di dissimulare una specie di disperato disincanto di fronte, appunto, al mondo che presenta il conto a noi che ci credevamo sani, a partire proprio dall’Europa e dalla lanciatissima Cina, non certo paesi del terzo mondo. Certo, la benedizione rivolta al Signore a infondere un refolo di speranza.

Ecco, mi sono messo a parlare di fede e di Dio.

Non che non lo abbia mai fatto, l’ho scritto in passato, magari incappando nell’ironia dei lettori, o più presumibilmente incappando nel sorriso di lettori che hanno scambiato quelle mie parole per ironia e sarcasmo, io che sono figlio di un diacono, io che sono stato fino a un paio di anni fa catechista, cattolico seppur con una mia idea anarchica di chiesa, non che non l’abbia mai fatto, quindi, ma consapevole che farlo, io che sono anche quello del linguaggio crudo, volgare, feroce, io che sono quello delle recensioni tranchant, degli esempi cruenti pescati nel mondo animale, delle battute caustiche e dei gesti violenti, da hooligan, rischierei costantemente il fraintendimento, lo scandalo o quantomeno la perplessità.

Il fatto è che in questi giorni una immagine come quella, come quell’uomo che avanza zoppicando sotto la pioggia in una piazza insolitamente deserta, Sorrentino fatti da parte per sempre, te lo dice uno che ha amato alla follia i tuoi Young Pope e New Pope, ma la realtà ti ha davvero messo in un angolo, anche a livello iconografico, è una detonazione in grado di scuotere davvero tutti gli animi, anche quelli esacerbati dalla troppa clausura, del troppo isolamento, quelli di chi non solo non ha fede, ma ha sin da subito lamentato il mancato intervento della chiesa, specie quello economico, intervento che in realtà c’è stato, immediato, non ci fosse per altro già l’intervento sul campo messo in pratica da quanti operano nel social, dalla Caritas alle varie opere caritatevoli che provano a sostenere chi è in difficoltà in tempi di pace, figuriamoci in questi, penso al Banco Alimentare o altre iniziative del genere, chi ha un po’ di dimestichezza con le parocchie e gli oratori sa bene di cosa parlo, chi ha mai frequentato mense del povero o dormitori, idem, beoti capaci solo a parlare di 8 per 1000 e di IMU ma poi lì a lasciare i figli agli oratori estivi, sopperendo a quel che ancora una volta lo stato non fa.

Provando a surfare sui social, altra finestra e quindi altre immagini che in questi giorni ci tengono compagnia, ho letto tanti commenti, specie da parte amici e contatti che so essere piuttosto distanti dall’idea stessa di Chiesa, colpiti da quelle immagini, da quell’uomo solo sotto la pioggia, e non credo solo per quella sensibilità così acuita dallo stato di cattività e incertezza nella quale tutti versiamo ormai da troppo tempo.

Immagini, lasciatemi provare a alzare la testa, e parlo del me stesso ironico, feroce, irriverente, volendo anche eversivo che nel corso degli anni ho provato a imporre come un brand, io che proprio nelle prossime settimane sarei dovuto andare a parlare di questo al Brand Festival di Jesi, in uno workshop che metteva in correlazione il branding e il mercato musicale, chissà mai se, a Coronavirus finalmente archiviato, quando si recupererà quell’evento esisterà ancora, il mercato musicale, immagini, lasciatemi provare a alzare la testa, e parlo del me stesso ironico, feroce, irriverente, che cozzano decisamente con quelle inizialmente usate per tante gif e tanti meme, parlo dell’inizio di questo incredibile e infinito incubo collettivo nel quale siamo finiti tutti con le scarpe e tutto, le immagini dello stesso Papa Francesco, decisamente meno malfermo sulle gambe, meno addolorato, anzi, piuttosto incazzato, che prendeva quasi a sberle una cinese che lo aveva strattonato mentre salutava la folla in una piazza San Pietro decisamente più consona, cioè piena di gente.

A pensarci oggi sembra una vita fa, forse anche due, il Papa che si arrabbia, la faccia da scaricatore di porto, quasi, perché una fedele cinese è stata troppo calorosa, invadente, e tutti a dire che da lì sarebbe partito il Coronavirus, nel momento in cui il Coronavirus è esploso in Cina, come se fosse stato il Papa a provocarlo, sorta di Chuck Norris ancora più cinematografico dell’originale, quasi tarantiniano nella sceneggiatura.

Oggi di tutto quello, di tutti quei meme che scherzavano sul Coronavirus, dei video idioti degli Scanzi e degli altri che avevano sottovalutato la cosa, degli Sgarbi che parlavano di virus del buco del culo, confesso che dire buco di culo dopo aver girato intorno a scene dolorose come quelle iconiche d un uomo vecchio, quell’uomo vecchio lì, la guida della Chiesa, sotto la pioggia, come il Pertini nell’omonima canzone di Antonello Venditti, è la seconda volta che cito Venditti nel giro di pochi giorni, stavolta almeno per una bella canzone, che cavoli, “il presidente dietro i vetri un po’ appannati/ fuma la pipa/ vuole pensa solo agli operai/ sotto la pioggia”, confesso che dire buco di culo dopo aver girato intorno a scene dolorose come quelle iconiche di un uomo vecchio, quell’uomo vecchio lì, Papa Francesco, seppur a rischio di vero scandalo, lo so, corro questo rischio senza indugi, mi rincuora, mi riporta, è un tema che sto affrontando molto spesso con la stessa poca lucidità per cui invecchiando si ripetono sempre gli stessi discorsi, rischiando di annoiare i nipotini che ci vengono a trovare, mi riporta a quella normalità che oggi come oggi sembra allontanarsi sempre di più, come l’orizzonte quando si prova ingenuamente a raggiungerlo, o come certi risultati che ci illudiamo di poter conquistare, ignari del fatto che non sono alla nostra portata.

Buco di culo, lo ripeto di nuovo, che male non fa.

Anzi, siccome quell’immagine ce l’ho proprio fissa nelle retine, come in certi film di fantascienza che, durante l’autopsia, il medico legale è in grado di ricavare l’immagine dell’assassino, rimasta impressa come si trattasse non di retina ma di una pellicola fotografica, impressa e saldamente in mente nonostante siano passati ormai tre giorni, forse è il caso che cambi completamente registro, come in certe canzoni che adoro, tipo quelle che in genere hanno Mike Patton come cantante, ininfluente che si tratti del Mike Patton dei Faith No More o dei Peeping Tom, dei Fantomas o dei Mr Bunglesì, certo con le tante differenze del caso, ma comunque tutti progetti accomunati dal volersene fottere dei canoni, voler mescolare le carte, giocando tra generi e costantemente tra alto e basso, forti di un grande talento, il suo e quello dei vari musicisti che lavorano con lui nelle diverse formazioni, ma anche di una apertura mentale che permette lui e loro di distorcere e piegare la musica a proprio piacimento, e a nostro piacimento, è quindi il caso che io, mimetizzandomi in Mike Patton, cambi repentinamente registro, passando dai toni sin qui adottati e indossati, toni pregni di consapevole introspezione, quasi malinconica e rassegnata, seppur dotata di una speranza incrollabile in un futuro di cui pure non conosciamo i contorni.

Come?

Semplice, andando appunto a parlare di mimesi, ma spostandomi nell’altrettanto a me consono mondo degli animali.

Intendiamoci, sono figlio di un diacono, ho fatto il catechista fino a due anni fa, ma per contro non sono figlio di un zoologo o di un veterinario, anche se una delle mie più care amiche, nonché grande artista, è una veterinaria, ciao Eleonora, spero tutto bene lì a Pistoia, e non ho soprattutto mai operato in nessun campo che abbia a che fare con gli animali, sempre che non si intenda per campo che abbia a che fare con gli animali la critica musicale, il che mi spingerebbe ulteriormente sul crinale dell’irriverenza e del sarcasmo, ho appena parlato del Papa sotto la pioggia a piazza San Pietro, lo so, sempre che non si voglia leggere questa ultima mia frase come un riferimento proprio ai buchi di culo attraverso i quali i cavalli imbarcano acqua, ai koala che si picchiano senza unghie taglienti, ai wombati che fanno cacca cubista, alle zebre che si mordono le palle a vicenda, alle libellule che si fingono morte per non subire stupri dai maschi della loro specie che hanno cazzetti bitorzoluti e spinosi e tutta quella ridda di aneddoti lì che ogni tanto vanno a ravvivare le mie recensioni.

Ecco, ho parlato di mimesi, tirando in ballo la mia nei confronti del repentino cambio di registro solitamente applicato da Mike Patton e dalle sue varie band, escamotage che potrebbe anche risultare forzato, lo so, e ammetto che così in effetti è, ma siamo al trentaseiesimo giorno di isolamento autoimposto, di clausura, la quarantena è lì a due passi, non vorrete mica venirmi a rompere le palle proprio in chiusura di un capitolo che per altro ha a lungo parlato dell’iconica immagine di Papa Francesco, vecchio e zoppicante, che attraversa una insolitamente deserta piazza San Pietro sotto la pioggia?, ho parlato di mimesi, tirando in ballo la mia nei confronti del repertino cambio di registro solitamente applicato da Mike Patton e dalle sue varie band, come non parlare quindi del MacGregor?

Il MacGregor, all’anagrafe Amblyornis macgregoriae o anche “uccello giardiniere”, è un uccello passeriforme della famiglia Ptilonorhynchidae.

Ora, a parte il discutibile termine passeriforme, è immagino evidente a tutti, almeno a quanti hanno letto tutti gli articoli cui ho fatto breve cenno sopra, come io abbia biecamente fatto ricorso a Google per descrivere scientificamente il MacGregor. Che cazzo ne dovrei mai sapere, infatti, della famiglia  Ptilonorhynchidae?

Io del MacGregor so quello che ho visto in un documentario, anzi, nello specifico, in un pezzo di documentario che il mio fraterno amico Brando mi ha mandato via whatsapp, fotografando direttamente la televisione. Sa di questa mia passione per le stravaganze della natura, vedendo quel documentario non ha potuto che pensare a me. Il MacGregor, infatti, è un piccolo uccello che ha una caratteristica assai buffa, è un perfetto imitatore di versi e suoni, manco fosse il protagonista di uno di quei brutti programmi che vanno in onda d’estate su Rete 4.

Per dire, adocchia una siepe con delle bacche che vuole mangiare, questo mostrava il video che mi ha mandato Brando, ma verso quella siepe si sta recando un maialino selvatico?

Ecco che il MacGregor imita l’abbaiare feroce di un cane, fino a che il maialino non se la da a gambe, lasciando le bacche all’uccellino.

Oppure imita il rumore di una macchina che si avvicina, manco fosse il tipo col codino siciliano che faceva le imitazioni nei programmi di Carlo Conti.

Questo saper imitare suoni e versi, per altro, è al centro delle sue danze istrioniche, quelle attraverso le quali prova a conquistare le femmine MacGregor (i maschi si distinguono per una cresta simil punk, tipo quella del presentatore buffo di VideoMusic di cui non ricordo più il nome, quello di Segnali di fumo).

Nel video che mi è arrivato via whatsapp c’è il MacGregor che imita dei bambini che giocano, un uomo che tossisce, il vento e altri suoni buffi, fatto che manda letteralmente in brodo di giuggiole, Dio quanto era che volevo usare questa espressione, al femmina. Femmina che, una volta conquistata, si lascia andare a una specie di danza che a un uomo sembrerebbe più una che sta giocando a nascondino, ma noi non siamo MacGregor, che ne possiamo mai capire?

A questo punto, immagino, la domanda potrebbe essere, perché hai iniziato un capitolo di questo tuo lungo diario del contagio, il trentaseiesimo, dimostrandoti uomo più profondo di quanto non faccia di solito, parlando di un momento che sicuramente resterà nella storia, tirando in ballo la fede, quindi anche esponendoti personalmente in maniera piuttosto intima, perché hai poi fatto un cenno musicale alto, anche difficile, come quello di mettere in mezzo a un discorso di fede un personaggio come Mike Patton, per altro famoso per tirare giù bestemmie durante i concerti, scelta discutibile, quindi, perché avresti avuto molto più facilità a citare Jackson Browne, uomo dichiaratamente credente, seppur con qualche libertà interpretativa del tutto, chiedere a Daryl Hannah per credere, Jackson Browne di cui è appena uscito il nuovo singolo, A Little To Soon To Say, e che ha da poco annunciato di essere positivo al Coronavirus, o Bob Dylan, altro che con la fede ha un rapporto complicato ma esplicito, che ha tirato fuori una nuova canzone dopo oltre otto anni, Murder Most Foul, dedicata a JFK, canzone di diciassette minuti, Steve Wynn e i suoi Dream Syndicate hanno lanciato una moda, con un testo di oltre millequattrocento parole, e uno che ha al momento scritto tremilatrecentocinquantuno parole in questo capitolo non può che essere dalla sua parte, o Neil Young e le sue Fireside sessions, concerti in diretta streaming di oltre mezz’ora che sta regalando ai suoi fan dalla sua fattoria, grazie anche all’aiuto a sua moglie, la da pochissimo citata Daryl Hannah, grande attrice, bellissima donna, evidentemente con una passione per i protagonisti della West Coast Wave, il tutto per poi passare a parlare di un passerotto dal nome anglofono che conquista le femmine facendo imitazioni, perfetta incarnazione del tipo non bellissimo ma simpatico che imbarcava molto più dei belli e basta?

Perché?

Non ne ho idea, lo confesso. O per citare molto più banalmente il Bob Dylan più classico, quello pre-Nobel, “riposta non c’è, o forse, chi lo sa, è nel vento”, ma questa clausura diventa ogni giorno più faticosa, lo sapete bene anche voi che l’avete iniziata dopo di noi che viviamo in Lombardia. Lo sa bene anche il Papa, che si è mostrato ferito, lì sotto la pioggia, o il Mattarella che subito dopo, nel discorso alla nazione, si è lasciato andare a un dolce fuorionda in cui dice a tale Giovanni di non essersi fatto bene la barba, non potendo lui andare dal barbiere.

Sono davvero giorni duri. Che Dio ce la mandi buona.

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