Cinquanta sfumature di normalità

Oggi nulla è normale, nella routine delle giornate tutte uguali passate in mezzo ai miei cari, giorno dopo giorno, le rare sortite fuori per la spesa, mascherina, guanti e tanta ostilità

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Parola d’ordine: dobbiamo quantoprima tornare alla normalità.

Nel momento in cui veniamo bombardati costantemente da input negativi, quelli della cronaca del contagio, fatto di numeri, di brutte notizie, di angosce collettive e personali, e da indicazioni incerte e comunque punitive, è colpa vostra, è vostra responsabilità, state a casa, non possiamo che ripeterci questo, come un mantra: dobbiamo quantoprima tornare alla normalità.

Ce lo ripetiamo con il chiaro intento di autoconvincerci che avverrà presto, o anche solo che avverrà, perché tanto di più non possiamo fare, già ligi e autoreclusi da tempo, idioti che continuate a far leva sui nostri sensi di colpa invece che provare a risolvere un’emergenza ancora in alto mare.

Dobbiamo quantoprima tornare alla normalità, quindi.

Ma cosa si intende per normalità?

Ci ho ragionato molto in questi giorni anomali, in cui i pensieri occupano spesso il tempo militarmente, tempo lasciato libero dalle azioni che non si possono compiere, dall’uscire al muoversi nello spazio.

Cosa intendo io per normalità?

Perché al momento, mentre scrivo queste parole, per dire, c’è una bambina di otto anni vestita da unicorno celestino che sta giocando a Ruzzle sul divano di fianco a me, nella penombra della sera, e questa è assolutamente parte della mia normalità.

Chiaro, siamo bloccati in casa, fuori è un silenzio assordante tagliato in due solo dalle sirene delle ambulanze, ma l’unicorno sarebbe comunque lì, sul divano a giocare a Ruzzle.

Questa è in genere la mia normalità, una casa in cui lavoro attraversata da unicorni, da ragazzine e ragazzini che urlano, ascoltano musica, spesso discutibile, si entusiasmano e deprimono per questioni che a loro sembrano centrali, che per loro sono centrali, ma che nella realtà dei fatti non lo sarebbero, stando almeno al metro di giudizio di un qualsiasi adulto dotato di intelletto, mia moglie che esce dal bagno coi capelli appena lavati, vaporosi, riccissimi e rossissimi e che mi dice, “ho i capelli che sembro Minnie Minoprio”, andando a scovare quel nome, Minnie Minoprio, non so neanche io dove, e giuro che per me Minnie Minoprio non era esattamente capelli ricci e vaporosi, o almeno non quei capelli lì, vita di tutti i giorni, che anche in questi giorni anomali, i giorni della quarantena, del contagio, dell’impossibilità di uscire e vivere normalmente, si susseguono, dolcemente complicati.

In questo, va detto, la quarantena, usiamo la parola sbagliata, perché fortunatamente nessuno di noi è tecnicamente in quarantena, nessuno di noi sta male, grazie a Dio, ma è più semplice da spendere di un autoreclusione, e anche più esteticamente bello, in questo la quarantena apparentemente non ha cambiato molto, potremmo dire di essere stati proiettati in un giorno della marmotta che prenda spunto da una nostra domenica invernale, tappati in casa perché fuori c’è un tempo di merda, in attesa che arrivi il lunedì, governo ladro, apparentemente, però, perché ci sono crepe, incrinature, sbrocchi, malinconie, insicurezze, dolcezze, urla violente, scleri in piena regola, insomma tutto quello che una quarantena mette nel menu, conto salato compreso.

Del resto, anche a questo ho pensato in questi giorni, posso mai essere io a parlare di normalità?

Io che ho scelto un lavoro che solo per spiegarlo ai miei figli sono dovuto andare a lavorare a Rtl 102.5, radio che ho sempre indicato come fonte di molti mali, anche mentre ci lavoravo, con quel carico di musica di merda che trasmette, in buona compagnia degli altri network, solo allo scopo di semplificarmi e semplificare loro le vite, perché dire che lavoro in radio è più facile da dire che sono uno scrittore e critico musicale, e che mi divido tra libri, articoli, programma radiofonici, programmi tv, spettacoli teatrali, workshop in giro per l’Italia e tutta quella ridda di cose che trovate su Linkedin, sempre che, a mia differenza, siete tra quelli che vanno su Linkedin per sapere un po’ di cazzi degli altri.

Io che fatico ancora a spiegarlo ai miei, intendendo per miei i miei genitori, perché a loro è chiaro che nessuno dei lavori che faccio è esattamente un lavoro, o è un lavoro da solo, nel senso che da solo è capace di sostenermi economicamente, ma anche, volendo esulare dagli aspetti economici, da solo ha la statura del lavoro inteso come qualcosa che la società riconosca come tale, da quel che puoi scrivere nella carta di identità alla voce professione a quel che, appunto, puoi usare come risposta quando qualcuno ti chiede “cosa fai nella vita”.

Scrivo libri, ne ho pubblicati settantotto, alcuni anche di un certo successo, certo, ma che lavoro fai?

Sono oltre vent’anni che scrivo articoli, per quotidiani, magazine e siti importanti, certo, ma che lavoro fai?

Ho scritto un film che è andato al cinema e su Canale 5, certo ma che lavoro fai?

Insomma, quella roba lì.

Pensate che quando quattro anni fa ho fatto il mio ingresso nel mondo di Rtl 102,5, dopo anni di articoli in cui attaccavo in maniera violenta il network e il suo patron, Lorenzo Suraci, e dopo che con Lorenzo Suraci avevo avuto un paio di abboccamenti neanche troppo leggeri, lui a provare a capire chi fossi, io a mantenere la mia posizione di uomo libero e punk, quando, cioè, sono entrato nel Sanremo 2016 come guastatore per il principale network radiofonico italiano, ogni quarto d’ora presentato come L’Anticonformista negli spot, ospite in quasi tutti i programmi del palinsesto, da The Flight condotto dalla Zac a Password condotto da Mauro Coruzzi e Nicoletta, passando per i tg con Diaco, Giuliani e la Legrenzi per arrivare al gran programma serale in compagnia di Pio e Amedeo, oltre che dei due radiofonici Laura Ghislandi e Gigio D’Ambrosio, loro da Cologno io da una villetta affittata in quel di Sanremo, io con gli ospiti sanremesi, i cantanti in gara, loro a fare il programma più tradizionale, un modo per entrare in un network così importante davvero esaltante, anche se per quel mio essere andato alla corte di Suraci, seppur mantenendo la mia innata libertà, prova ne è quel che ho continuato a scrivere e anche quel che ho detto per tutti questi anni durante le dirette radiofoniche, mai prono, sempre schiena dritta e lingua affilata, alla faccia dei tanti wannabe che hanno pensato avessi venduto il culo come loro, chissà cosa avrebbero fatto per essere lì,  quando quattro anni fa ho fatto il mio ingresso nel mondo di Rtl 102,5, durante il Festival di Sanremo 2016, quello di Carlo Conti con Maria De Filippi, chiamato a farlo da Suraci proprio perché avevo scritto che quello era il Festival della De Filippi assai prima che lei fosse indicata come partner sul palco di Carlo Conti, in un articolo in cui dicevo che era Carlo Conti quello che sembrava sul punto di sostituire Suraci nella triade che gestiva la musica italiana insieme alla De Filippi e Ferdinando Salzano, sì quel Ferdinando Salzano lì, Ferdinando Salzano con cui poi mi farò un selfie insieme a Suri, selfie che pubblicherò sui social con il post “uomini che fanno cose”, diventando la foto più condivisa di tutta la kermesse, almeno tra addetti ai lavori, e il fatto di aver usato la parola triade, converrete, è quanto di più punk si possa fare se si scrive di sistema musica, subito dopo il parlare di triade e accettare di andare a farlo nella radio il cuo patron è uno di quei tre, seppur sul procinto di uscirne per far posto a Carlo Conti, io, ogni quarto d’ora presentato come L’Anticonformista negli spot, per altro sparati dagli altoparlanti della sede temporanea di Rtl 102,5 a Sanremo, storicamente posta dentro le vetrine dell’OVS di fianco all’Ariston, tutta la gente accalcata a aspettare i cantanti a sentire il mio nome ripetuto ossessivamente, sedicenti colleghi schiumanti invidia compresi, io ospite in quasi tutti i programmi del palinsesto, i miei genitori, mia madre soprattutto, ha finalmente avuto occasione di spiegare a tutte le sue sorelle, ai parenti, agli amici che per anni e anni avevano chiesto cosa in effetti io facessi nella vita, perché va bene pubblicare per tutti gli editori più importanti, da Mondadori a Rizzoli, passando per Guanda e Salani, scrivere per Panorama come per Gente Viaggi, come per il Fatto Quotidiano o il Messaggero, fare le lezioni alla Holden, tenere workoshop, fare conferenze e piece teatrali, anche un TedX, ma questo arriverà solo dopo, è vero, ma vuoi mettere dire, “sintonizzatevi stasera al canale 36 del Digitale Terrestre, Michele presenta un programma su Sanremo con due che fanno le Iene, tali Pio e Amedeo”, vuoi mettere quanto è più facile?

E così è andato, ho iniziato sapendo che dall’altra parte di quelle tante telecamere, perché Rtl 102,5 non è solo radio è anche radiovisione, ben l’ho capito tornato a Milano, con la gente del mio quartiere che, come le mie zie e i miei conoscenti anconetani, finalmente hanno capito che ero in fondo uno che lavorava per una azienda importante, facevo parte dello show business, dall’altra parte delle tante telecamere avevo un po’ tutti quelli che conoscevo da sempre, le zie etc etc, pronte finalmente a capire cosa facessi per vivere, pensate voi l’emozione.

Gigio D’Ambrosio, la solita voce calda e impostata, e Laura Ghislandi, dolce e sensuale, ci hanno presentato, seguendo i ritmi radiofonici, dicendo tutte le cose che c’erano da dire, anche io, Pio e Amedeo abbiamo salutato, facendo i simpatici, ma senza esagerare, che eravamo a Sanremo, in un contesto in qualche modo istituzionale, poi io ho presentato subito, pim pum pam, il primo ospite, e neanche un ospite qualsiasi, Gigi D’Alessio, cantautore di prestigio giunto a Sanremo per presentare un brano, La prima stella, dedicato alla mamma scomparsa quando lui era giovanissimo.

Un brano inteso, costruito su una armonia di gran classe.

Io e Gigi non ci eravamo mai conosciuti di persona, prima, solo su Whatsapp e al telefono. L’ho già raccontata, ma tanto siamo tutti in casa, mi posso ripetere. Gigi mi aveva scritto la notte del 29 dicembre, da un numero che ovviamente non avevo in rubrica, non ci conoscevamo, e che aveva come immagine su whatsapp Spongebob. Diceva di essere Gigi D’Alessio, di essere un mio assiduo lettore, di ritrovarsi quasi sempre d’accordo con quel che dicevo e manifestava intenzione a conoscermi, prima o poi, anche per aver modo di farmi conoscere la sua musia.

Gigi D’Alessio.

Sul momento ho pensato a uno scherzo di una qualche radio, che partendo da un mio articolo appena pubblicato sul Fatto Quotidiano nel quale lamentavo il fatto che avessero invitato al Festival come superospite Tiziano Ferro e invece avessero fatto partecipare come concorrente, a rischio eliminazione, eventualità poi rivelatasi fatale, Gigi D’Alessio, uno che, sulla carta non solo aveva una carriera molto più onorevole, parlo di concerti e dischi venduti, ma che avrebbe potuto ambire assai di più a quel ruolo perché, a differenza di Ferro, a Sanremo ci era già andato in gara altre volte. Come dire, facile fare i grossi e andare a Sanremo senza mettersi a rischio.

Così Gigi mi scrive una notte del 20 dicembre, mentre sono a tavola a giocare a tombola coi parenti, sgranocchiando nocciole. Non rispondo, proprio perché penso a uno scherzo di una radio. Faccio qualche verifica con amici comuni, ma non arrivo a una risposta, è il 29 dicembre anche per gli altri. La mattina dopo mi decido e chiamo, pronto a mandarli a cagare nel caso si trattasse di uno scherzo, in realtà è lui, Gigi D’Alessio. È dalle mie parti, perché sta organizzando il concerto dell’ultimo dell’anno da Citivanova Marche, io sono in Ancona, raccogliendo fondi per i terremotati, fatto che costringerà anche la RAI, come sempre in ritardo a riguardo, a collegarsi con lui su Canale 5.

Ci stiamo simpatici a pelle e cominciamo una fitta corrispondenza a distanza, su whatapp. Poi sento la canzone sanremese, in RAI, coi sedicenti miei colleghi. Non rientra esattamente nei miei generi preferiti, ma ne colgo appieno la complessità compositiva, Gigi è decisamente un compositore di classe. Lo scrivo nelle mie pagelle del primo ascolto, sottolineando per altro come i miei sedicenti colleghi, quelli che di solito gli leccano il culo quando lo incontrano in occasioni mondane o in tv, ascoltando la canzone in questione, siano scoppiati a ridere, dimostrando una falsità davvero imbarazzante, cosa che ovviamente non mi ha stupito ma inorridito.

Insomma, la faccio breve, arriviamo al Festival contenti di conoscerci, e il nostro conoscerci avviene in onda, davanti alle telecamere di Rtl 102,5, nel serale sanremese, Pio e Amedeo in collegamento da Cologno con Gigio e Laura.

Questa la scena, immaginatevela con tutti i miei parenti, zie in prima linea, dall’altra parte della televisione, a guardare.

Gigi arriva, lo vedo con la coda dell’occhio. Io sono in onda, nel mio primo programma importante nel più grande network radiofonico italiano, nel bel mezzo di una polemica che mi accompagnerà per tutto il Festival proprio per questo mio essere lì, nella pancia della belva. Proprio il giorno prima dell’inizio del Festival, durante un gala che si è tenuto al Roof del Casino alla presenza di decine di vecchie cariatidi liguri, Governatore Toti in testa, ho ricevuto il premio Mr Blogger, datomi da Marino Bartoletti e Marinella Venegoni, all’interno dell’evento Dietro le quinte, un premio che ogni anno va a chi ha dato lustro al Festival in Italia e nel mondo, premiato tra gente come Pippo Baudo e Rita Pavone, faccio due nomi a caso, e mentre Marinella Venegoni, firma storica del giornalismo musicale, mi premiava insieme a Bartoletti, capite il clima, lei che ha sempre dimostrato apprezzamenti nei miei confronti al punto da aver votato me come nome dell’anno, mi ha attaccato dicendo che avevo ceduto a scendere a patti con il diavolo, andando quindi a parlare di me come l’acqua santa nel noto contrasto spirituale, e ditemi voi se vi viene in mente di un altro caso di uno che riceve un premio e mentre lo prende viene criticato da chi glielo ha dato.

Comunque,  sono in onda, nel mio primo programma importante nel più grande network radiofonico italiano, lanciato da giorni con megaspot che mi definiscono come L’Anticonformista, nome che a me fa cagare, ma che immagino funzioni per la Very Normal People che, così dice lo slogan, è il pubblico di riferimento di Rtl 102,5.

Vedo Gigi D’Alessio, che mi saluta fuori campo. Ricambio, emozionato. Lo introduco, richiamando l’attenzione dallo studio a Cologno. Tutti salutano, l’aria è tesa, ma di quella tensione positiva di quando sta accadendo qualcosa di magico. Gigi mi abbraccia, è la prima volta che ci vediamo dopo esserci scritti per un mese e mezzo. Si accomoda, seduto a fianco a me e Francesco Baccini. Sì, c’è Baccini perché la sua canzone dedicata a Maria De Filippi è diventata la sigla di ogni mio passaggio su Rtl 102,5, per quel Sanremo, lei lì a copresentare con Carlo Conti, e già questo fatto, che un brano che ho scelto io sia diventato la sigla di tutti quei passaggi giornalieri mi fa un effetto davvero incredibile, da zero a cento in pochi secondi. Comunque, non è di Francesco Baccini che voglio parlarvi, anche lui è un amico e pure genoano come me.

Gigi si accomoda, sembra commosso, ma immagino sia più per la canzone che presenterà tra poco sul palco dell’Ariston più che per la mia presenza lì, su quel divano. Prende il microfono, parla. Dice queste frasi, le ricordo alla perfezione. Come potrei dimenticarle.

Pio, Amedeo, bentrovati. Sapete chi vi saluta?

Loro, a Cologno, chiedono in coro, “Chi?”.

Ora, voi saprete già la risposta, perché il giochino è noto, ma è noto anche grazie a quel momento lì, sappiatelo. Perché almeno nel micromondo di Sanremo è stato quel momento lì che, almeno per l’anno del Signore 2016, che ha dato il via a tutto, una catena incredibilmente lunga di eventi che hanno visto protagonisti tutti, in tutti i contesti, Ariston escluso.

Perché Gigi, a quel punto, serafico, risponde “Stucazz’”, portandosi pure le mani verso il pacco, andando a generare un giochino che caratterizzerà tutte le serate del nostro programma, con tutti gli ospiti, indistintamente, una sorta di gara a come far cadere nel tranello chiunque, sempre riuscito, va detto, andando poi a finire anche al DopoFestival, ricordo perfettamente quando Nicola Savino ha capitolato di fronte alla Cortellesi, ignaro di quel che l’aspettava.

Gigi D’Alessio, per altro, vergognosamente eliminato con gli altrettanto vergognosamente eliminati Ron e Nesli, guardacaso tutti in area SoundReef, a voler fare dietrologie che dietrologie non sono, visto che l’ho raccontato in diretta, allora, ne farà anche un video gag che diffonderà sui social, lui che parla alla camera, dicendo in camera, “Fan, non abbiatene a male per la mia eliminazione, io non me la sono presa. Sapete chi se l’è presa?”, camera che si allarga, con Anna Tantangelo e tutto il suo staff che, diretti dal maestro Adriano Pennino, “un, du’,tre” con tanto di bacchette, dice, ovviamente, in coro “Stucazz’”, fatto questo che farà infuriare il sindaco di Sanremo.

Ecco, pensate a tutto questo e ricollegatelo a quanto detto prima, mia madre che dice alle sue sorelle, tutte intorno e sopra gli ottanta, guardate Rtl 102,5, stasera, capirete cosa fa Michele nella vita, cioè inizia un programma accogliendo Gigi D’Alessio che grida “Stucazz’” a Pio e Amedeo, dando il via un tourbillon di Stocazzo, non siamo di Napoli noi, detto a chiunque per cinque serate.

Capirete come per me parlare di normalità non sia esattamente normale, o meglio, sia normale ma non per come lo intendete presumibilmente voi, vi ricordo la bambina vestita da unicorno che gioca a Ruzzle, ancora, lì sul divano.

Del resto, quando per sei anni ho lavorato in Mondadori, perché ho anche un passato serio, volendo, e per un anno addirittura come addetto stampa personale dell’Amministratore Delegato, l’Ingegner Costa, sulla carta qualcosa di figo, in realtà un lavoro di merda che mi costringeva a alzarmi tutte le mattine alle cinque e mezzo per essere alle sette in punto in azienda, unico a poter entrare a quell’ora insieme agli addetti alle pulizie, una risma di giornali presi in un’edicola di Corso Buenos Aires, allora abitavo da quelle parti, edicola gestita da una coppia di omosessuali buffissima, uno emaciato, magrissimo, capelli lunghi fino al culo lisci e neri, animo delicato, l’altro stempiato, barba rada, faccia da bevitore di birre bavarese, frasi da nazista dette a caso ogni tot secondi, pronto a spulciare tutti gli articoli che potessero interessare la Mondadori, quelli cioè che riguardavano partecipate, concorrenti, aziende che mi venivano segnalate potessero in qualche modo interessare l’ingegnere, da allegare al plico di articoli segnalati dall’Eco della Stampa che riguardavano direttamente la Mondadori, in una rassegna stampa personale da inviargli via fax mentre lui, l’ingegnere, se ne stava suppongo a prendere il caffè in ciabatte e pigiama, dovendo sostenere un colloquio per quel posto con il Direttore della Comunicazione di tutto il gruppo Mondadori, il Dottor Zagami, un siciliano, mi sembra di ricordare, piuttosto elegante nei modi, un paio di baffetti alla zorro e una condanna per certi fatti avvenuti quando lavorava in Telecom a cui nessuno poteva fare cenno a Segrate, dovendo sostenere un colloquio per quel posto con il Direttore della Comunicazione di tutto il gruppo Mondadori, il Dottor Zagami, mi sono presentato vestito con un paio di pantaloni di pelle neri, attillati, perché allora pesavo scarsi sessanta chili, pantaloni di pelle neri comprati in un negozietto di vestiti usati in via Torino, Napoleon si chiamava, una camicia a coste, anch’essa nera, un paio di stivali, neri, e i capelli, lunghissimi e neri, allora, portati sciolti. In pratica una versione neanche troppo rivista e corretta del Kim Thayl dei Soundgarden del video di Black Hole Sun. Fatto, questo, non del video, ma del look, mi ha detto il dottor Zagami salutandomi e dicendomi che il posto era mio, che ha decisamente contribuito verso questa decisione, perché, parola più parola meno, “Ho molto apprezzato la sfrontatezza con cui si è presentato qui vestito in questo modo, dimostra una personalità decisa, mi piace.”.

Ignorava, il dottor Zagami, che ai miei occhi quello era il vestito più elegante che potessi mettermi, non perché non avessi camicie o giacche, ne avevo almeno un paio, quelle che usavo per matrimoni e funerali, ma perché ritenevo, vai a capire cos’è la normalità, appunto, che il nero fosse in sé elegante.

Poi sono diventato quello delle felpe delle squadre di calcio, prima che Salvini si impossessasse mio malgrado di quel tipo di look, quello coi codini e gli occhiali rosa, quello con la t-shirt dei Faith No More al DopoFestival, quello che fa le interviste in costume alle Terme di Milano, quello strambo, ma in questo caso il non essere normale, stando almeno ai canoni di chi immaginavo mi seguisse e mi vedesse, era voluto, una posa, un atteggiamento scelto e portato avanti con consapevolezza. All’epoca ero un’anima candida, vestita di nero, ma candida.

Oggi nulla è normale, nella routine delle giornate tutte uguali passate in mezzo ai miei cari, giorno dopo giorno, le rare sortite fuori per la spesa, mascherina, guanti e tanta ostilità, a fare da variazioni stravinskijana sul tema. Nulla è normale come del resto nulla è mai normale nella mia vita, unicorni che giocano a Ruzzle, capelli alla Minnie Minoprio e pantaloni neri di pelle compresi. Non ho dubbi, però, su quale sia la normalità cui ambirei tornare quantoprima. Portiamo pazienza, quindi, scrivi “mimetica”, unicorno, ci tiri su cento punti a Ruzzle.

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