Il senso del pudore al tempo del coronavirus

Dato che scrivo di pudore non posso fare a meno di parlarvi di Stevie Nicks dei Fleetwood Mac: nelle sue canzoni c'è sempre qualcosa che col pudore o la assenza di pudore ha molto a che fare

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Il concetto di pudore è relativo. Ci sto pensando spesso in questi giorni di clausura forzata, noi dentro casa e il mondo là fuori in balia del coronavirus. Ci sto pensando perché, fosse anche solo per una mera questione di salvaguardia personale, ho deciso di esporre senza troppi filtri quello che penso, alternando quindi i momenti di euforia, non troppi, ultimamente, a quelli di malinconia, con la rabbia, la paura, l’incazzatura e tutte le altre sensazioni del caso, e le sto esponendo qui, in queste pagine di diario, come sui social, anche come valvola di sfogo, certo. Sempre meglio che lasciare tutte quelle sensazioni dentro, direbbe un qualsiasi psicologo da Radio Elettra. Sempre meglio che esternarle solo dentro le quattro mura di casa, facendo degli altri sei componenti della mia famiglia i destinatari involontari delle mie attuali paure e frustrazioni. Chiaramente, facendolo sui social so bene che riceverò risposte di varia natura, dalle tante persone che mi esternano la propria vicinanza, a volte anche senza conoscermi di persona, a quelle che ritengono doveroso venire sui miei profili a cagarmi il cazzo, manco fosse qualcosa imposto loro da quella insistente vocina che li assilla dentro la testa, fatto che generalmente mi concede l’agio di giocare al gatto e il topo, ma che in questi giorni è spesso oggetto di ban immediato, nessuna voglia di polemizzare con i tanti stocazzetti in ascolto.

Il fatto è che non è poi solo una questione di salvaguardia dei miei cari, credo, ma anche di pudore. Non sono ancora così convinto che farmi vedere malinconico o impaurito dai miei figli sia una cosa da fare, e adesso non sto parlando della paura, conseguente, che loro passino al grado di terrore, ma proprio perché ne proverei vergogna, vecchi e ancestrali retaggi maschilisti che vogliono il pater familias lassù, solido e infallibile. Poi, chiaro, qualcuno potrebbe farmi velatamente notare che mi vergogno di mostrarmi fragile e fallibile coi miei figli e non con i miei lettori, tra i quali potrebbero esserci per altro anche i miei figli, almeno i due più grandi, Lucia e Tommaso, ma so bene come quel che capita nei miei scritti, come nelle canzoni cantate da Mietta e scritte da Panella con Minghi, non può succedere in nessun posto del mondo, cioè, so bene che quando scrivo scrivo, sono io a guidare le danze, a decidere che parole usare, come dosarle, cosa far arrivare, cosa trattenere, diverso è quando parlo e mi muovo in casa, dove sono me stesso ma non il me stesso autore, solo il me stesso e basta, e lì il pudore ha il sopravvento.

Pudore, poi, so benissimo che il pudore è un filtro che ci siamo autoimposti, che non farebbe parte del nostro essere animali, foss’anche animali muniti di parola e anima, ma siccome questa autoimposizione non è che me la sono inventata io, né io ho scelto di metterla nel mio corredo genetico come in quello culturale, mi ritrovo qui, superati i cinquanta, a farci i conti inerme, per altro perfetta metafora di quel che sta succedendo più in generale alle nostre vite di uomini, donne, ragazzi, ragazze, bambini e bambine in quarantena.

Che poi, è chiaro, io che sono quello che usa le metafore più agghiaccianti, mi tocca andare sempre a citare il cavallo che affoga imbarcando acqua dal buco del culo, e che non si vergogna di mettersi alla berlina andando a raccontare di quella volte che, sopra i vent’anni, ho cagato in strada nella notte a pochi passi dalla piazza centrale della mia città natale, non dovrei essere abilitato a parlare di senso del pudore, o quantomeno dovrei poterlo fare, certo, ma non applicandolo in prima persona a me stesso, che è un po’ come quando senti i cantanti dire che in realtà sono persone timide e ti scatta immediatamente quel senso di fastidio che tramuta altrettanto immediatamente in violenza insensata, come nel libro incredibile di Jack Womack che ha ispirato, lo dico una volta per tutte, la mia prima raccolta di racconti, uscita ormai ventidue anni fa, raccolta di racconti che prendeva sì il titolo da un verso di Fabrizio De Andrè e Ivano Fossati, “sono state giornate furibonde senza atti d’amore”, trasformandolo su intuizione di Nanni Balestrini, mio pigmalione, in Furibonde giornate senza atti d’amore, ma che in realtà faceva il verso proprio a quel romanzo impeccabile dal titolo Atti casuali di violenza insensata, ecco, io sto al pudore, quando scrivo, quanto un qualsiasi cantante che dica che in realtà è timido sta alla verità, diciamolo a gran voce. Ma quando non scrivo, lo si sappia, io ho un grande senso del pudore. O sono vittima di un grande senso del pudore, forse dovrei dire così. Perché se per pudore, per dire, intendiamo quel ritraimento nei confronti delle cose laide, per dirla con Dante, ci può pure stare, ma se in realtà lo intendiamo come un freno a esprimere se stessi da un punto di vista corporeo, ovverosia una vergogna, anche eccessiva, a mostrarsi, a affrontare a voce certi argomenti, a trattare certi argomenti che col corpo, certo il corpo legato anche al sesso, hanno a che fare, beh, credo che non fosse altro per coerenza con tutto quello che ho scritto in questi anni riguardo il corpo della donna nelle canzoni, dovrei proprio parlarne come di qualcosa che va rifuggito, una zavorra, un legaccio che ci tiene al palo.

Non che non mi sia capitato, intendiamoci, in vita, di dover parcheggiare momentaneamente il mio senso del pudore da qualche parte, possibilmente non in doppia fila, incapace di essere io il regista di determinate situazioni, o più semplicemente ritrovatomi a fare da spettatore a determinate situazioni, ma, appunto, è sempre stato in occasioni in cui mi sono trovato mio malgrado, mai per mia specifica scelta. Non state qui a immaginarvi chissà che di pruriginoso, non applicherei il pudore a faccende mie intime personali, non fosse altro perché non intendo proprio raccontarvele, le faccende mie personali. Però, per dire, quando oltre che a scrivere libri e scrivere di musica applicavo la mia penna anche ai viaggi e ai reportage, mi è capitato di vivere esperienze che hanno messo a dura prova il pudore, perché il lavoro mi ha portato a viaggiare molto e a trovarmi, quindi, in posti dove il pudore stesso si muove su binari diversi, seguendo indicazioni diverse. Faccio un esempio, nel 2003, poco prima quindi che arrivasse in oriente la Sars, fatto che oggi fa quasi sorridere, visto la potenza con cui oggi il Coronavirus si è abbattuto sul pianeta intero, ho passato un intero mese in Malesia. C’era non ricordo più quale anniversario legato a Salgari, e io avevo partecipato a una antologia uscita per Mondadori con un racconto che era stato notato dalla Aigo, l’agenzia che curava l’ufficio stampa del turismo malese, fatto che li aveva poi indotti a propormi di scrivere qualcosa su quella magnifica terra. Essendo io, lo avrete notato, un filo massimalista, quando mi si propone di fare un viaggetto da qualche parte ecco che mi ritrovo a proporre un viaggio di un mese sulle orme dei personaggi salgariani, una roba gigantesca, una roba gigantesca che, vedi tu i casi della vita, è molto piaciuta alla Aigo e di conseguenza all’ufficio del turismo malese, per cui mi sono ritrovato, in solitaria, a attraversare la Malesia. Nello specifico, essendo la Malesia uno stato piuttosto ampio, con una parte consistente nel continente asiatico, tante isolette, centinaia, e poi la parte preponderante del Borneo, il mio viaggio toccava sia Kuala Lumpur, la capitale, quella delle due torri gemelle malesi, le Petronas Tower, sia il Borneo, da un’isoletta nel Mar della Cina dove avevano tenuto la prima edizione del realità Survivor a Sarawak City, la città di Lord Brook, realmente esistito, passando per Labuam, città di rara bruttezza che nei romanzi della saga malese era legata a doppio filo alla bella Marianna, la perla di, per una sortita a Mompracem, secondo italiano a andarci, visto che Salgari non si era mai mosso dall’Italia, e con finale a Langkawi, isoletta posta proprio di fronte all’isola thailandese nella quale era ambientato il film The Beach, con Di Caprio. Un viaggio assai affascinante, fatto in un’epoca in cui viaggiare era decisamente più semplice, non c’era ancora stata la Sars, appunto, che di lì a qualche mese avrebbe fatto naufragare la mia idea di provare a diventare una sorta di inviato mal sud-est asiatico, non c’era ancora stato l’11 settembre, insomma, una vita fa. Durante questo viaggio salgariano, ripeto, tutto era nato da un mio racconto su Sandokan uscito in una antologia edita da Mondadori e intitolata Mompracem, sono andato a passare un paio di giorni nel cuore del Borneo, in una comunità di tagliatori di teste. Per arrivarci siamo dovuti arrivare in un avamposto di cui, al momento, non ricordo più il nome, abbiamo preso una canoa a motore attraverso la quale siamo risaliti il fiume Sarakaw per circa tre ore, attraversando la foresta primordiale, per poi arrivare su una longhouse, una palafitta lunghissima composta da un corridoio sul quale si affacciavano tutta una serie di stanze, la parte del corridoio una sorta di piazza della tribù, la parte delle stanze le singole case delle varie famiglie dei membri della tribù. Il tutto sul fiume, con la foresta lì, a pochi passi. Su indicazione delle ragazze del’Aigo mi ero portato penne, matite e bottiglie di una sorta di rhum ricavato dal riso, come dono per la tribà che mi ospitava, tribù che ovviamente ha riservato a me tutta l’accoglienza possibile, da danze in costume a una violentissima lotta tra galli, passando per il mostrarmi le piccole teste dei nemici rimpicciolite e fatte essiccare, come da romanzi di Salgari. Inutile io stia a raccontarvi di quando si doveva andare a pisciare nella foresta, o a lavarsi nel fiume, né dei topi e animali vari che di notte camminavano intorno al letto, la sottilissima coltre di una zanzariera a proteggermi, non è il reportage di quel viaggio che state leggendo. Parlando di pudore, invece, è significativo come, appena arrivato, essendo gli uomini giovani tutti fuori a caccia, io sia stato accolto da un paio di anziani del villaggio palafitta, e dalle donne. Anziani e donne di età indecifrabile, nel senso che gli anziani sarebbero potuti tranquillamente essere poco più vecchi di me, non avendo io mai vissuto in un villaggio disperso nel cuore del Borneo, e le donne sarebbero potute essere anche giovanissime, nonostante le facce segnate, immagino, dal medesimo vivere nel cuore del Borneo. Dopo i convenevoli, non ricordo bene in che lingua inventata e comune, la mia guida il solo capace di capire cosa mi stessero dicendo nei loro lunghi discorsi gli anziani, sono stato affidato a una donna, che mi avrebbe poi ospitato nella propria stanza durante la notte, avendo fermamente io rifiutato l’idea di dormire nel corridoio aperto insieme a buona parte della tribù, non tanto per la promiscuità con tutta quella gente, quanto più per la copiosa presenza di maiali e altri animali non molto puliti. Ci sono io e questa donna che mi porta nella prima delle stanze della longhouse, una stanza senza porta, come tutte le altre, una flebile tenda a fare da divisorio col corridoio comune, una stanza adibita a cucina. Dentro, infatti, c’è una sorta di fuoco tipo quello degli accampamenti dei cowboy, memoria dei tanti film visti da piccolo, su cui è appoggiato un pentolone tipo quello in cui i cannibali mangiavano gli esploratori nei film di Tarzan, invece. Questa immagine, degli esploratori cotti dentro il pentolone, non mi viene in mente, al momento, ci penserò solo molto dopo, perché la donna è molto timida, e per nulla aggressiva. Mi fa segno di accomodarmi su una specie di cuscino, vicino al fuoco, e le obbedisco. Lei si pone di fianco al pentolone e comincia a mescolare con un mestolo gigantesco, praticamente una vanga. Lo fa stando vicino al fuoco, fatto che immagino abbia nel tempo contribuito a rendere la sua età inidentificabile. La donna, in assenza della guida, che è andata a fare non ricordo che commissione coi vecchi del villaggio, non parla. Non capisce l’inglese, e io non so la sua lingua. Non possiamo comunicare. Ci guardiamo, ovviamente, ci sorridiamo, ma stiamo zitti. Il tempo è dilatato, ma tutto il mio viaggio malese sarà scandito da ritmi dilatati, come un po’ tutti questi giorni di clausura, del resto. A un certo punto, complice il caldo dovuto alla vicinanza col fuoco, la ragazza comincia a sventolarsi con la maglietta, per provare a fare un po’ di aria fresca. Detta così, immagino, la cosa passerebbe inosservata, e voi stareste ancora lì a chiedervi il perché io, nel bel mezzo del mio diario della quarantena, vi stia a parlare di un viaggio fatto diciassette anni fa, per altro anticipato dal mio volervi parlare del pudore, ma nei fatti è proprio questo il momento in cui ho messo il mio pudore in un angolo, come si fa con qualcuno cui si vuole far vedere qualcosa da lontano, con una migliore prospettiva, o quando si vuole far semplicemente uscire di scena il protagonista di una determinata azione. Perché la donna, la ragazza credo di poter dire con una certa sicurezza, sotto la maglietta è completamente nuda. Non hanno reggiseni, dalle parti delle longhouse del Borneo, o se li hanno la ragazza non li indossa. Pensassi che i reggiseni hanno appunto lo scopo dichiarato dal nome di reggere il seno, nel senso di tenerlo su, fattore che, in assenza di protesi in silicone potrebbe anche determinare in effetti l’età della donna in questione, direi che la donna in questione, a questo punto sicuramente una ragazza, non ne ha bisogno. Ma più semplicemente penso che da quelle parti non si usano e basta, senza tanti sovrapensieri. Parlando di pudore, e il finale di questo non troppo breve aneddoto ve ne darà prova, la ragazza ne era fornita, ma di un pudore decisamente differente dal nostro, sicuramente sprovvisto della retrocultura cattolica, è un fatto, ma anche con un rapporto col proprio corpo assai più risolto di quanto non sia il nostro, o quantomeno il mio. Nel suo mostrarmi i seni sodi, infatti, la ragazza non ha manifestato nessuna malizia. Non lo dico perché, a mia differenza, non è arrossita, e fortunatamente il mio rossore è stato dissimulato dalla mia abbronzatura piuttosto pesante, perché il Borneo è battuto da un sole feroce, in febbraio, ma perché nel farlo, così, come una Nadia Cassini in un filmetto anni Ottanta, anche se Nadia Cassini, immagino, avrebbe mostrato il culo più che le tette, culo che ricordo gigantesco e probabilmente alla base di una mia passione per i culi, nel farlo così, come una Nadia Cassini in un filmetto anni Ottanta, la ragazza si è mossa con grande naturalezza, come noi faremmo sventolandoci con un ventaglio o uno strofinaccio, privando il mostrare il corpo di ogni qualsivoglia messaggio erotico. Del resto nel villaggio quasi tutti erano mezzi nudi, immagino che mostrare le tette non fosse esattamente diverso dall’andare nudi in una spiaggia di nudisti. Diverso era per me che ero lì a guardarla, non perché provassi una qualche attrazione nei suoi confronti, sono tendenzialmente monogamo, e in tutti i casi fatevi voi tre ore di viaggio su una canoa nel cuore del Borneo, con la vostra guida che a domanda precisa, posta fortunatamente una volta arrivati, “ma se la canoa si fosse ribaltata, come avremmo mai fatto a salvarci, visto che intorno sono tutti alberi e foresta primordiale” che risponde, serafico, “non ci saremmo salvati, i salvagenti li portiamo solo per fare scena, saremmo morti tutti e due”, poi ne parliamo, ma vi giuro che, Nadia Cassini o non Nadia Cassini, nulla di erotico era presente nel suo star lì a sventolarsi con la maglietta, le tette sode al vento. Ma anche a quelle latitudini esiste il pudore, questa potrebbe essere la morale di questa fiaba, perché subito dopo aver finito di cucinare ancora non ho capito cosa, a distanza di diciassette anni, avendo capito dalla mia guida che era nella sua stanza che avrei poi dormito, non avendo però capito che avrei anche diviso il letto con lei, figuriamoci, con tanto di sorpresa finale dell’arrivo nottetempo del marito cacciatore, giunto con animali uccisi e arco appresso, ecco, perché subito dopo aver finito di cucinare ancora non ho capito cosa, a distanza di diciassette anni, avendo capito dalla mia guida che era nella sua stanza che avrei poi dormito, quando le ho chiesto come si chiamava, partendo dal mio nome, Michele, detto scandendo bene le parole come stessi parlando a un sordo, e battendomi una mano sul petto, indicando poi lei con la faccia di chi fa una domanda, ecco, per questo fatto di averle chiesto il nome lei è corsa via, rossa in viso. La guida mi ha poi spiegato che chiedere a una donna il suo nome è causa di grande vergogna, da quelle parti, evidentemente più che stare a cucinare sventolandosi mostrando le tette.

Il pudore, quindi. Ci sto pensando spesso in questi giorni di clausura forzata, noi dentro casa e il mondo là fuori in balia del coronavirus. Ci sto pensando perché, fosse anche solo per una mera questione di salvaguardia personale, ho deciso di esporre senza troppi filtri quello che penso, alternando quindi i momenti di euforia, non troppi, ultimamente, a quelli di malinconia, con la rabbia, la paura, l’incazzatura e tutte le altre sensazioni del caso, e le sto esponendo qui, in queste pagine di diario, come sui social, anche come valvola di sfogo, certo. Sempre meglio che lasciare tutte quelle sensazioni dentro, direbbe un qualsiasi psicologo da Radio Elettra. Sempre meglio che esternarle solo dentro le quattro mura di casa, facendo degli altri sei componenti della mia famiglia i destinatari involontari delle mie attuali paure e frustrazioni.

Ora, io però mi occupo di musica, o di musica dovrei occuparmi, anche in questo strano contesto diaristico.

Oggi credo di non aver menzionato la musica neanche per sbaglio, e me ne dolgo. Sarà che di musica, al momento, ne gira pochina, sarà che la filiera musicale è veramente sull’orlo del tracollo, lo streaming incapace di sostentarla, questo lo dicevo già in tempi non sospetti, i live fermi al momento e forse incapaci poi di ripartire, chi mai vorrà infatti infilarsi in arene aperte o chiuse con migliaia di altre persone, almeno nel futuro prossimo?, sarà più semplicemente che siamo demoralizzati e anche i concertini online degli artisti, le canzoni cantate in coro sui balconi, gli Inni di Mameli sparati dalle finestre stanno sbiadendosi velocemente.

Voglio però tenere fede al mio patto non scritto con voi, da critico musicale a lettori, proponendovi almeno una canzone da recuperare, partendo ovviamente dal pudore, tema che oggi ho provato a mettere sul tavolo di questa bizzarra chiacchierata a distanza che sto provando a fare con voi. La canzone che passa oggi il convento è Dreams, dei Fleetwood Mac. Non esattamente il mio gruppo di riferimento, quindi, chi mi leggeva anche in tempi antichi ben lo può intuire. Una canzone, per di più, contenuta in un album uscito in un anno, il 1977, che per la mia personale cultura musicale ha dato ben altro, sono stato punk prima di voi, già lo sapete.

Ma Dreams e la voce che Stevie Nicks mette in campo in questa canzone, e anche in quasi tutte le canzoni che ha inciso, pure quelle che facevano obiettivamente cagare, è qualcosa che col pudore o la assenza di pudore, secondo me, molto ha a che fare. Perché Stevie Nicks è una artista a forte carica erotica, ma di quell’erotismo, torno alla Nadia Cassini citata ormai non so più quante battute fa, buttato lì con nonchalance, naturale.

Non voglio aprire l’argomento erotismo, non è il momento, non è il lungo, ma immagino che nel dirvi erotismo naturale, buttato lì, sia chiaro a cosa faccio riferimento, senza correre rischio di essere tacciato di sessismo (il discorso potrebbe essere applicabile a cantanti uomini, ma sto parlando Stevie Nicks e della sua Dreams, contenuta in Rumors, album dei Fleetwood Mac del 1977). Ascoltatela, ascoltate la sua voce, ascoltate anche tutto il resto dell’album, ottimo pop-rock o rock-pop, scritto da Dio e con strumentisti come Lindsey Buckingham, per dire, Christine McVie, John McVie e Mick Fleetwood che sostengono le canzoni come un sol uomo.

Potrei a questo punto partire per la tangente e raccontarvi di quella volta in cui, sempre per un reportage, sono stato a Londra e mi sono ritrovato a un concerto in un pub di Peter Green, che dei Fleetwood Mac è stato anima, voce e chitarra nei primi album, ma credo di avervi già detto molto, per oggi, e soprattutto faticherei poi a trovare un nesso con il tema del pudore, da qui queste mie tante parole hanno preso il via.

Ma siccome di pudore ho parlato e ho anche specificato come non è necessariamente detto che il pudore sia un valore aggiunto, chiuderei invitandovi a andare a recuperare, spero dalla vostra discoteca fisica più che da una discoteca fluida, primo perché lo streaming mi fa cagare, secondo perché dimostrerebbe che almeno alcuni di voi un po’ di musica decente la ascoltano, seppur l’album in questione non sia tra i migliori ascoltabili in questi giorni, a brevissimo capirete perché però vi dico di andarlo a recuperare e di andarlo a recuperare in versione fisica,  siccome di pudore ho parlato e ho anche specificato come non è necessariamente detto che il pudore sia un valore aggiunto, chiuderei invitandovi a andare a recuperare l’album Buckingham-Nicks, frutto della collaborazione tra Lindsey e Stevie, a sua volta frutto di una storia d’amore che, proprio ai tempi di Rumors andrà finendo (il Rumors del titolo dell’album fa riferimento proprio alla fine di quella storia, loro due entrati nella band giusto l’album precedente, come la fine della storia tra John e Christine McVie e anche quella di Mike Fleetwood e la moglie, non esattamente un periodino coi fiocchi, dal punto di vista personale, per la band).

Un album, Buckingham-Nicks, non eccelso, ripeto, una scrittura cantautorale molto classica, con venature folk, senza particolari picchi, seppur sostenuti da un buon songwriting e da una Stevie Nicks in stato di grazia.

Quello su cui vi inviterei a soffermarvi è la copertina. Ecco, la faccia di una giovanissima Stevie Nicks, nuda alle spalle del suo compagno e collega Lindsey Buckingham, è la quintessenza di un pudore che, cantando, sarebbe sparito, un pudore apparentemente messo in un angolo, Stevie è nuda, appunto, seppur parzialmente coperta di Lindsey, ma sarà la stessa Stevie a raccontare nella sua biografia, uscita nel 2018, Gold dust woman, di come Lindsey la abbia sostanzialmente costretta a posare in quel modo, contro la sua volontà.

Pudore suo, quello che passa dal suo viso, quindi, pudore nostro, che su quella copertina abbiamo innalzato sogni e pensieri, scoperta questa verità.

Chissà se lì nel cuore del Borneo, nella longhouse dove un giorno una ragazza malese ha cucinato per me è arrivato il Coronavirus, avrei voluto chiudere questo capitolo del mio diario così, chissà se Peter Green, perso negli acidi si è accorto del Coronavirus. Restiamo umani, restiamo sani, restiamo nudi, metaforicamente o meno.

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