17 anni fa usciva Meteora dei Linkin Park, un capolavoro con il difficile compito di replicare un capolavoro

Chester Bennington e compagni avevano la responsabilità di redigere un nuovo manifesto del nu metal dopo l'ondata degli anni '90

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Il 25 marzo 2003 al mainstream venne dato in pasto Meteora dei Linkin Park. Era solamente il secondo album in studio della band di Chester Bennington e Mike Shinoda e per i Linkin Park, dopo quella bomba ad orologeria che era Hybrid Theory (2000), arrivava il momento di mettere sotto esame la loro capacità creativa.

Lo si dice con una certa leggerezza perché una delle formazioni statunitensi più interessanti degli ultimi 20 anni si era resa inconsapevolmente portavoce di un cambiamento necessario: gli anni ’90 erano finiti e con essi cambiava veste il nu metal, che nel frattempo aveva preso la direzione più tamarra nei Limp Bizkit di Fred Durst, trovava ancora linfa mortale nei Korn di Jonathan Davis e aveva glissato verso orizzonti più oscuri e sensuali nei Deftones di Chino Moreno.

Non era tutto: da qualche parte i System Of A Down di Serj Tankian avevano creato quello strano ibrido tra alternative metal e minareti capovolti e Chester e Mike avevano tantissimo orgoglio da mettere da parte per trovare il giusto sfogo. Se con Reanimation avevano fatto contenti alcuni improvvisati amanti dell’elettronica e delle chitarre distorte, dall’altra si erano oltremodo sporcati le mani e la reputazione verso i più puristi. Reanimation, infatti, era il disco dei remix arrivato dopo il primo album, e suonava un po’ strano che già dagli esordi si sentisse così tanto il bisogno di un disco di remix, seppur nella tracklist comparissero nomi importanti come The Dust Brothers e Zion.

Per intenderci: Reanimation non era una collezione di brani rimasti nel cassetto come accadde per Incesticide dei Nirvana (1992) o Steal This Album dei System Of A Down (2002), ma un vero e proprio disco d’intenzioni. Tuttavia, quando uscì Meteora dei Linkin Park i più maligni parlarono proprio di pessima mossa commerciale e ancora oggi non sono chiari i motivi.

Il disco, dicevamo, metteva a dura prova la band che ormai si era resa nota con la cattivissima One Step Closer e la radiofonica (-cissima, scusate) In The End e si presentava tre anni dopo Hybrid Theory come realtà di confine tra le due grandi ere del nu metal.

La formula era rimasta invariata: i Linkin Park si erano di nuovo affidati alla produzione di Don Gilmore (che aveva le mani in pasta nell’opera di Avril Lavigne, Duran Duran, Good Charlotte ma anche Lacuna Coil, Three Days Grace e Bullet For My Valentine) e inevitabilmente uscivano dagli NRG Recording Studios con canzoni mature e meticolosamente più audaci.

Ciò che però distingueva Meteora da Hybrid Theory era l’apporto di un afflusso più orientato all’alternative che al rap metal, che tuttavia non inficiava l’impronta classica con la quale i Linkin Park avevano conquistato il mondo.

Chester continuava a fare breccia con i suoi fendenti vocali, Mike rappava senza appesantire i brani con gli stanchi canoni dell’hip hop e tutti insieme – Joseph Hahn non escluso – contribuirono a creare un disco che aveva ogni dote per essere il degno seguito dell’album di debutto.

Il 17 marzo il singolo Somewhere I Belong anticipò il disco e tutti ritrovammo quel serpeggiare di melodia e ruvidità che avevamo amato in Hybrid Theory e il paragone fu inevitabile. Quando uscì Faint – il 9 giugno 2003 – l’esplosione divenne una garanzia: Meteora sapeva distruggere i timpani, farci a pezzi ma anche tormentarci con brani dal consistente spessore e dalla palpabile consapevolezza.

Era il caso di From The Inside, la prima volta dei Linkin Park nei 6/8 e la profondità emozionale che restituiva una visione di Chester e Mike un po’ inedita. Non era la ballata elettrica del calibro di In The End, bellissima ma per i cuori più disimpegnati: From The Inside era qualcosa di più profondo e animoso, un vero e proprio grido di dolore che superava la normale percezione della sofferenza e del mood da rockstar tormentata.

Del resto Meteora dei Linkin Park era un album sulla depressione, sulla rabbia e sulla sofferenza. Era il 4 marzo 2003 quando Chester Bennington, circa due settimane prima dell’uscita del disco, dichiarò ad MTV:

Non parliamo di situazioni, ma di emozioni celate dietro le situazioni stesse. Io e Mike siamo persone diverse, perciò non possiamo parlare delle stesse cose, ma entrambi conosciamo frustrazione, rabbia, solitudine, amore e felicità, e da questo punto di vista andiamo d’accordo”.

Non un disco sulla superficie ma sul contenuto, dunque. Seppur vi fosse la bellissima Numb a chiudere il disco, infatti, la band era concorde nel considerare Breaking The Habit l’episodio più interessante di Meteora.

Breaking The Habit non aveva chitarre spaccatimpani né riff di batteria da headbanging violento: per tutto il brano possiamo ascoltare, infatti, un’elettronica sofisticata – glitch e scratch non mancano – convolata a nozze con suoni orchestrali. Pianoforte e archi, a questo giro, non furono campionati e furono registrati live. Perché inserire un brano così eterogeneo al disco, dunque?

Lo raccontò Mike Shinoda in un’intervista rilasciata a Rolling Stone il 15 gennaio 2003 e spiegò che addirittura Breaking The Habit veniva fuori da 5 anni intensi di scrittura, probabilmente una rarità per le tempistiche alle quali i Linkin Park erano abituati. “L’ho scritta per un amico che ha vissuto momenti terribili insieme alla sua famiglia. La canzone è molto dark. Non è qualcosa che la gente sente facilmente alla radio, ma è una canzone a cui teniamo particolarmente”.

Lo confermiamo: Breaking The Habit è ancora il punto più alto di Meteora dei Linkin Park ed è la traccia numero 9 del disco, comes e fosse il vertice al quale risalire quando si termina l’ascolto delle 13 tracce.

Sostanzialmente il disco si rivelò sinergico e completo: la miscela di generi era ancora il piatto forte dei Linkin Park e la rabbia delle chitarre distorte non mancava. La band di Chester Bennington, ancora una volta, teneva alto il manifesto della nuova corrente nu metal che si lasciava alle spalle i meravigliosi anni ’90 e si adattava al nuovo contenitore dei 2000, con più spazio per i DJ che tuttavia non toglievano vigore ai riff delle chitarre che anzi, trovavano nei piatti degli ottimi alleati.

La sessione ritmica di Brad Delson (chitarra), Rob Bourdon (batteria) e Phoenix (basso) funzionava ancora e con Meteora dei Linkin Park dimostrò che non poteva deludere.

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