Coronavirus, scompare Lucia Bosé, da miss Italia a diva del cinema

Muore a 89 anni la popolare attrice, per le complicazioni di una polmonite. Ha lavorato con De Santis, Antonioni, Fellini. Grande scalpore fece l'abbandono del cinema a metà anni Cinquanta per l'amore col torero Dominguín

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È morta oggi a 89 anni Lucia Bose, la notizia è stata data da El Pais e diffusa anche dal figlio Miguel, sul suo profilo Instagram: Cari amici vi comunico che mia madre Lucia Bosè è appena venuta a mancare. È già nel migliore dei posti”. Era ricoverata a Segovia per una polmonite, stando alle informazioni, la morte sarebbe dovuta a complicazioni legate al coronavirus.

Scompare con lei una delle attrici che hanno segnato la vitalissima stagione del cinema italiano del secondo dopoguerra. Era nata a Milano nel 1931, come Lucia Borloni. Da commessa alla pasticceria Galli dove, si dice, l’avesse notata Luchino Visconti, ci fu il salto a Miss Italia, titolo che vinse nel 1947, in un’annata eccezionale che, nei primi cinque posti, vedeva dopo di lei Gianna Maria Canale, Gina Lollobrigida, Silvana Mangano ed Eleonora Rossi Drago (poi squalificata perché sposata e madre), tutte destinate a carriere cinematografiche importanti, in un’epoca in cui i concorsi di bellezza erano il trampolino di lancio per diventare attrice.

Insieme a Loren, Lollobrigida, Pampanini, Lucia Bose fece parte di quella generazione d’interpreti passate alla storia come “maggiorate”. Anche se lei, con la sua bellezza eccezionale ma raffinata, dal sorriso malinconico ed enigmatico, incarnò nei primi anni Cinquanta un’idea di donna moderna e indipendente. Il suo primo film sarebbe potuto essere Riso Amaro di Giuseppe De Santis, era in predicato per il ruolo che poi le sfuggì, forse per l’opposizione della famiglia, forse per quella del produttore Dino De Laurentiis, cui non sembrava la ragazza avesse l’aria della mondina: “Ho paura che sia poco popolana, che non abbi a un piglio abbastanza credibile quando si tratta di tirare su il riso”, disse.

Il ruolo andò alla Mangano, ma l’esordio fu solo posticipato, nel 1950, sempre con De Santis, in Non C’È Pace Tra Gli Ulivi, nel quale era una contadina contesa tra due uomini. Fu Michelangelo Antonioni a valorizzarla, facendone la prima musa del suo cinema intellettuale. In Cronaca Di Un Amore (1950) Lucia Bosé è perfettamente a suo agio nel ruolo elegantissimo della benestante che progetta di uccidere insieme all’amante il proprio marito – un ritratto per quell’epoca audacemente critico della borghesia. E ne La Signora Senza Camelie (1951), è una donna che diventa attrice dopo aver vinto un concorso di bellezza – un ruolo autobiografico, dunque – che però entra velocemente in crisi per la grettezza dell’ambiente dello spettacolo.

Cronaca Di Un Amore, La Bosé con Massimo Girotti

Insomma De Laurentiis aveva ragione, perché non sono i ruoli da popolana quelli attraverso i quali Lucia Bosé si afferma. E se nella deliziosa commedia Le Ragazze Di Piazza Di Spagna (1952) di Luciano Emmer è una sartina, la sua cifra è quella che tratteggia nelle parti da donna inquieta, volitiva, come la ragazza bene di quell’inedito film corale tutto al femminile che è Rome Ore 11 (1952) ancora di De Santis, l’adultera tormentata dal rimorso de Gli Egoisti (1955) di Juan Antonio Bardem, l’operaia sfollata durante la resistenza de Gli Sbandati di Francesco Maselli (1955).

Accanto a questi ruoli ci furono anche commedie brillanti, spesso accanto al suo fidanzato dell’epoca, Walter Chari, come Era Lei Che Lo Voleva (1953) e Accadde Al Commissariato (1955). E fu proprio una relazione sentimentale a cambiarle la vita, il matrimonio da prima pagina con il torero Luis Miguel Dominguín – si separarono nel 1968 ed ebbero tre figli, tra cui il cantante e attore Miguel – cosa che la spinse, dopo 17 film, a lasciare il cinema, dopo Gli Amanti Di Domani (1956) di Luis Buñuel.

Lucia Bosé
Lucia Bosé insieme a Luis Dominguín

Dopo un lungo silenzio tornò a recitare, sul finire degli anni Sessanta, mantenendo la predilezione per un cinema d’autore e di qualità, favorita anche, nella maturità, da tratti che s’erano fatti ancora più austeri, quasi tragici. Furono gli anni di titoli prestigiosi con diversi maestri del cinema italiano, dai fratelli Taviani di Sotto Il Segno Dello Scorpione (1969) l’apparizione nel Satyricon (1969) di Federico Fellini, la Liliana Cavani de L’Ospite – dove è una donne reduce da un ospedale psichiatrico – e il curioso Scene Di Un’Amicizia Tra Donne, diretto dall’attrice Jeanne Moreau. Tra le ultime apparizioni quella in Harem Suaré (1999) di Ferzan Ozpetek, che la utilizza giustamente nella sua qualità di riconosciuta icona del nostro cinema. Perché tale fu Lucia Bosé, capace di tratteggiare un modello di femminilità in anticipo sui suoi tempi, in un pugno di film sui quali non s’è stesa la patina del tempo.

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