Sono stato ospite da Chiambretti: per quindici minuti ho avuto il Coronavirus nella mia testa

Leggo che Malgioglio, la Zanicchi, Feltri, la Hunziker e altri dovranno mettersi in quarantena, perché sono stati da Chiambretti la settimana scorsa. Mi chiedo se loro avranno visto la vita passar loto davanti, come in un film

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Non so se avete mai avuto i pidocchi, ma averli è una sensazione davvero fastidiosa, fastidiosissima.

Ricordo che li ho avuti quando facevo le elementari, in un periodo che, nelle mie scuole, le Faiani di via Oberdan, in Ancona, li avevano avuti in molti. Mia madre, per la vergogna, perché i pidocchi erano allora identificati, ancora non ho capito bene perché, come qualcosa che colpisse chi non si lavava o i poveri, questo uno straccio di memoria che conservo, entrambe notizie false, perché i pidocchi si propagano anche nelle scuole borghesi, le Faiani lo erano, come lo sono le scuole che frequentano i miei figli, spessissimo, queste scuole, infestate da pidocchi, appunto, basta avere i capelli, mia madre, però, per la vergogna, mi portò di corsa dal barbiere, che poi era il barbiere di mio padre, subito dietro l’angolo di Piazza San Francesco, in via Pizzecolli, in pieno centro storico, a due passi dal palazzo nel quale avrei cominciato a fare radio, anni dopo, a Radio Marche Ancona.

Il barbiere di mio padre si chiamava Arvedo, nome evidentemente d’altri tempi, e io lo chiamavo, credo legittimamente, Barbedo, fondendo il suo nome e il suo mestiere. Arvedo era un amabile chiacchieratore coi baffi e i capelli bianchi, con una forte cadenza anconetana. Era solito farmi la sfumatura dietro la testa col rasoio, fatto che credo mi abbia indotto a non tagliarmeli più, ancora oggi porto i capelli lunghi, ma sto divagando. Ricordo ancora oggi che, mentre mi rasava i miei riccioli castani, da piccolo ero castano e avevo i capelli ricci come oggi, se li passava tra le mani, mostrandoli a mia madre dicendo “che bei capelli che ha Michele, guardi che bei capelli”, mentre mia madre sbiancava a vista d’occhio, intimorita che Arvedo vedesse i pidocchi. Cosa che non successe, per sua buona pace, ma magari non per buona pace dei suoi successivi clienti, ipoteticamente colpiti dal medesimo problema, funziona così coi pidocchi, come con certi virus.

Comunque, non so se avete mai avuto i pidocchi, ma averli è una sensazione davvero fastidiosa, fastidiosissima. Senti qualcosa che ti si muove tra i capelli, o meglio, sulla testa, e più lo senti più lo senti in tutta la testa. Al punto che basta che ti si nomini i pidocchi, a distanza di decenni, almeno a me succede così, che immediatamente te li senti in testa, fastidiosi, fastidiosissimi. Per dire, ogni volta che, all’asilo, sulla bacheca delle comunicazioni capitava di leggere “Casi di peduncolosi in classe”, dove per peduncolosi si intende, appunto, i pidocchi, subito me li sentivo in testa, con conseguente prurito e impulso a grattarmi forsennatamente. Ben sapendo, vedi la forza di volontà, che se lo avessi fatto, se mi fossi grattato lì, all’asilo, immediatamente sarei passato agli occhi degli altri genitori come uno che aveva i pidocchi, quindi come l’ipotetico padre di chi in classe aveva portato il caso di peduncolosi, infatti la legge sulla privacy impediva e impedisce di dire alle maestre di chi si trattava. Fatto che, questo non poter dire chi aveva i pidocchi, ha sempre complicato la situazione, perché non sapere, faccio un esempio, se il miglior amico di tuo figlio o di tua figlia ha i pidocchi ti mette in allerta a prescindere, costringendoti a quei fastidiosi controlli fatti col pettinino dai denti strettissimi, per incastrare eventuali lendini, così si chiamano le uova dei pidocchi, e i trattamenti fatti con quelle schiume puzzolenti e, credo, non esattamente sanissime per la salute dei capelli.

Del resto, i miei figli, tutti e quattro, sono ricci, e notoriamente i pidocchi prediligono i capelli lisci, almeno in questo essere ricci è un vantaggio, ma i controlli li devi fare, che non si sa mai, vuoi vedere che stavolta anche i bambini coi capelli lisci si sono presi i pidocchi. Nel caso malaugurato che i bambini in questione, o anche un solo bambino, a casa mia i figli sono quattro, ha preso i pidocchi, anche alle elementari girano, ma stavolta gli avvisi viaggiano attraverso i quadernoni delle comunicazioni, invece che attraverso le bacheche degli avvisi, ma poco cambia, nel caso malaugurato che i bambini o anche un solo bambino prenda i pidocchi, scatta l’allarme rosso, perché tocca non solo controllare attentamente con pettinino e poi passare in ogni caso a fare i trattamenti, ma tocca anche lavare i cuscini, le coperte, i vestiti, in una sorta di sterilizzazione totale, una sanificazione. Dio non voglia, ovviamente.

Quindi tu sei lì, a casa, tranquillo, stai a scrivere i tuoi articoli o i tuoi libri, i bambini tornano a casa da scuola con la nonna, felici come le pasque, magari dopo essere stati a uno dei corsi che costellano le loro settimane, o dopo essere stati al parco, parlo di quel tempo lontano, lontanissimo, prima del Coronavirus, in cui esisteva una routine fatta di vita sociale, normale. Sei lì nello studio, davanti al PC, li saluti, loro ti fanno le feste, un quadretto bellissimo. Poi gli chiedi, anche quella è parte della routine, se ci sono comunicazioni. Fai riferimento a quanto le maestre scrivono o infilano, nel caso siano comunicazioni prestampate, o da parte della dirigenza o dell’associazione dei genitori, nell’apposito quadernone con la copertina trasparente. Quasi sempre rispondono in coro di no, dico in coro perché di bambini che frequentano le elementari ne ho due, i gemelli di otto anni Francesco e Chiara.

Ci sono comunicazioni?”, chiedi. “No,” rispondono in coro. Riprendi a scrivere.

Stavolta invece va diversamente. “Ci sono comunicazioni?”, chiedi, “Sì,” rispondono in coro. Significa che è una comunicazione che non riguarda la singola classe, i gemelli per prassi non vanno mai in classe insieme. Ti alzi, pazientemente, e vai alle cartelle, sapendo che probabilmente letto il primo saprai anche cosa c’è scritto nel secondo, quindi dove peschi peschi bene. Apri il quadernone e trovi l’avviso, “Sono presenti casi di peduncolosi in classe”. Imprechi mentalmente. E immediatamente ti porti la mano alla testa, grattandoti. Ogni volta la stessa storia. Poi parte il controllo, i trattamenti e, se Dio vuole, finisce lì.

Dici pidocchi e ti gratti, è un riflesso condizionato, come il cane di Pavlov.

Si dice, per rimanere a riflessi condizionati, che nel momento in cui pensi di star per morire ti passa davanti il film della tua vita. Sei lì che stai per morire, e zac, ecco in pochi istanti il film della tua vita. Montaggio, per altro, fatto da te stesso, mia figlia Lucia, che studia al Liceo Scienze Umane, direbbe che è il tuo subconscio o l’inconscio, non ho mai ben capito, per cui non esattamente credibile o attendibile. Figuriamoci se in quel film c’è la volta, per rimanere a questo diario, in cui hai cagato in piena notte a pochi passi dalla piazza principale della tua città natale. No, solo i bei momenti, la laurea, se ti sei laureato, il matrimonio, la nascita dei tuoi figli, quella volta che Milito ha fatto tre goal alla Samp. Funziona così. Ce lo hanno detto mille film, mille libri, è un dato di fatto.

Ieri, quindi, lo ieri per voi che leggete l’articolo appena pubblicato, oggi per me che lo sto scrivendo di sera, avrei dovuto vedere il film della mia vita. Lì, una dietro l’altra le sequenze che io stesso avrei inconsciamente deciso per celebrare cinquant’anni di vita, solo luci, niente ombre, con tanto di finale roboante. Perché ieri è uscita la notizia che Piero Chiambretti è ricoverato con la anziana madre all’Ospedale Mauriziano di Torino, col Coronavirus.

Oops.

Chiambretti ha il Coronavirus.

Io sono stato ospite di Chiambretti a CR4-La Repubblica delle Donne, mia ultima uscita quando già le scuole erano state chiuse in Lombardia, dopo di che mi sarei recluso uscendo solo per andare a fare la spesa. Io potrei avere il Coronavirus. Io vivo in casa con mia moglie Marina, i miei quattro figli, mia suocera. Potrei essere infetto. Potrei ammalarmi. Potrei aver infettato anche loro. Potrebbero ammalarsi. Magari siamo già ammalati. Questa la veloce sequenza dei ragionamenti che mi si sono affastellati nella testa, laddove, invece, ci sarebbe dovuto essere il suddetto film, il Michele Monina Show. Ho pensato ai miei, non per eroismo, né per nichilismo, ma funziona così, credo, tendi a pensare prima a coloro che ami, poi a te. Ho anche, velocemente, ringraziato Dio di non essere tornato a Ancona, anche se, ci fossi tornato, sarebbe prima di andare da Chiambretti, anzi, il saper di andare da Chiambretti, concordato qualche giorno prima di tutto questo delirio, quando ancora la querelle Bugo vs Morgan era centrale, vitale per la nazione, il Coronavirus veniva descritto come una comune influenza dalla tizia del Sacco, mi aveva spinto ulteriormente a non andare dai miei, subito dopo la spinta morale di non venir meno al mio senso civico che mi impediva di muovermi per l’Italia a rischio di contagiare gli altri, in primis i miei genitori anziani.

Ho anche sorriso sull’ironia della sorte, sono andato da Chiambretti, io che mi tengo sempre a debita distanza dalla tv, ancor più da quella generalista, per parlare di Morgan e Bugo, argomento di cui non mi frega un cazzo. Ero in compagnia di Malgioglio, della Zanicchi, che coi maestri Gussoni e Minotti ha fatto una strepitosa versione di Canzone per te, dello stesso Bugo. Davanti a me, in assenza totale di pubblico, c’era Lory Del Santo, cioè, io ero lì a parlare seriamente davanti a Lory Del Santo, Francesca Barra, la professoressa di italiano di cui al momento mi sfugge il nome ma non la scollatura. Prima di me c’era stato Vittorio Feltri, Bugo, Sofia di X Factor, dopo Barbara Alberti, Barbara Alberti che dietro le quinte mi ha detto che sono molto più equilibrato che cattivo, riempiendomi di orgoglio maschio, che donna che è.

Poi sono tornato a pensare alla contingenza, Chiambretti ha il Coronavirus.

Io potrei avere il Coronavirus.

Di là, in studio, mia moglie sta facendo una riunione via web, con colleghi in ogni parte d’Europa.

Io sono in camera da letto, e ho saputo la notizia da un amico fraterno, che me l’ha girata su Whatsapp. Non mi ha detto, l’amico, di avermela girata lì dopo aver fatto un veloce calcolo. Lo stesso calcolo che sto facendo adesso io, mentre la vita continua a non passarmi davanti agli occhi.

Non mi passa davanti agli occhi né mi sento i sintomi del Coronavirus, altra cosa che, in genere, sento dire capita spesso a chi pensa di avere una malattia, gli ipocondriaci. Senti parlare di polmoniti e cominci a tossire, ti fanno male i polmoni. Senti parlare di appendicite e hai una fitta al fianco, poco importa se quello sinistro, fitta corretta, o quella destra. E così via.

Marina è ipocondriaca. Sente male a un fianco e dice di voler andare in ospedale a farsi fare una Tac, una ecografia, qualcosa. Le dici che hai il mal di testa ti consiglia di sentire la dottoressa, di andare al pronto soccorso, di prendere una qualche medicina. Al punto che abbiamo smesso di vedere Doctor House insieme, perché le malattie proposte da quella serie erano troppo complicate da poter in caso essere riconosciute in un qualsiasi pronto soccorso italiano, non scherziamo.

Io no.

Non uso medicine.

Non vado dai medici.

Ma forse ho il Coronavirus.

Non tossisco. Non ho la febbre. Non sento fitte ai polmoni. Ma forse ho in Coronavirus.

Le ho avute, le fitte ai polmoni, dodici anni fa, quando ho avuto la polmonite. Una polmonite brutta, durata un mese. Polmonite che mi ha fatto svenire due volte, in casa, portato d’urgenza in ospedale in ambulanza, al Santa Rita. La clinica milanese del mio quartiere di allora, clinica che proprio in quei giorni sarebbe passata ai disonori delle cronache perché un primario faceva operazioni non richieste per mere faccende economiche, asportava organi sani a vecchietti, insomma, faceva cose che lo avrebbero portato in galera. So quindi che i polmoni possono fare male.

Ma al momento non mi fanno male. Non ho sintomi. E non vedo il film della mia vita.

E dire che sto in attesa di parlare con il 1500, il numero speciale del Ministero della Salute, istituito proprio per chi è in sospetto di avere il Coronavirus.

Ho fatto i miei conti, prima di chiamare. Li ho rifatti mentre ero in attesa, attesa che è durata circa dieci, quindici minuti.

Sono stato da Chiambretti il 25 febbraio, il programma era registrato e poi è andato in onda il giorno dopo, il 26. Siamo al 17 marzo. Martedì il 25, martedì il 17. Sono ventidue giorni, ma nella mia testa di settimane ne sono passate solo due, sarà la stanchezza. Due settimane. L’incubazione dura quattordici giorni. Mi risponde una dottoressa, credo, sicuramente una donna, gentile. Mi chiede perché io stia chiamando, glielo spiego. Mi chiede se ho toccato Chiambretti, le spiego di sì, ci siamo stretti la mano. Mi chiede quando ci sono andato. Mi chiede se poi ho avuto febbre, tosse, altri sintomi. Rispondo di no. Mi dice che sono fuori dal rischio contagio. Lo dice perentoria, senza lasciare spazio a dubbi o incertezze. Così si fa. Dice che anche Chiambretti, ricoverato oggi, l’ha presa dopo. Perché anche per lui al massimo sono stati quattordici i giorni del contagio. Il 25 febbraio eravamo entrambi sani. Mi tranquillizza, dicendomi comunque di rispettare l’ordinanza e di uscire con le dovute cautele e solo se necessario.

La ringrazio.

Chiamo il mio amico, quello che mi ha girato la notizia. Lui è tranquillo, perché, mi dice, ha fatto i calcoli prima di girarmela, altrimenti mi avrebbe chiamato, con una certa cautela nel dirmelo. Si scusa per non avermi avvisato, ma dava per scontato che anche io ricordassi che erano passati quindici giorni. Così è.

Gli dico che tutto è tranquillo, che non mi sono agitato.

E in effetti, non so neanche per quale motivo, è vero.

Mi sono preoccupato per i miei, ma non ho temuto per me. Sarà che siamo in clausura forzata da così tanto tempo, sarà che l’idea di beccarmi il Coronavirus per essere andato a parlare di Morgan e Bugo con Malgioglio e Lory Del Santo, onestamente, mi sembrava davvero troppo, ma è un modo cinico e baro per scherzare con un argomento sul quale mi sono imposto di non scherzare mai, perché ci sono troppi morti da piangere, per dissimulare uno spavento che non credo di essermi preso, per quella forma di autodifesa che tiriamo su quando sappiamo che dobbiamo difendere qualcun altro. Non sto scherzando su quello, ma sul fatto che per quindici minuti, il tempo che una voce gentile mi rispondesse al 1500, potenzialmente sono stato infetto anche io.

Stavo già pensando di come avvisare i miei, lontani, in Ancona, senza spaventarli. L’ho fatto solo ora, fermandomi dallo scrivere questo articolo, è martedì 17 marzo, di sera, tanto per impedire che si terrorizzassero nel sentire magari in qualche programma che Chiambretti è in ospedale. Si sono spaventati, anche se ho prima detto loro che non c’era nessun pericolo e poi spiegato quale pericolo ci sarebbe potuto essere. Stavano vedendo il vescovo di Milano in tv, non so che tv, supplicare a San Giovanni XXIII di fermare il virus. Li ho salutati e ripreso a scrivere.

Leggo che Malgioglio, la Zanicchi, Feltri, la Hunziker e altri dovranno mettersi in quarantena, perché sono stati da Chiambretti la settimana scorsa. Mi chiedo se loro avranno visto la vita passar loto davanti, come in un film.

Un giorno racconteremo tutto questo al passato, mi ripeto, prima di andare di là e raccontare ai miei figli dello scampato pericolo.

I due grandi si spaventano, nonostante anche con loro io abbia usato le cautele del caso, i più piccoli neanche capiscono.

Mia moglie Marina, cui l’ho detto dopo aver chiamato il 1500, è sbiancata. Stavolta non per ipocondria, sarei disposto a scommetterci tutto che non ha pensato neanche un secondo al fatto di essere stata sempre con me. Ha pensato a me, e all’ipotesi che sarebbe potuto essere non remota di perdermi. Lo ha pensato, l’ho letto nei suoi occhi, per questo l’ho avvisata solo dopo aver chiamato il 1500, volevo essere sicuro di non spaventarla. Nel caso mi avessero detto che ero a rischio avrei trovato il modo giusto per farlo, sono uno scrittore, so come usare le parole anche quando riguardano la mia vita privata, credo. Niente a che vedere con il monaco Shaolin di cui vi ho parlato in questi giorni, non scherziamo, si tratta solo di amore, quello che salva in mondo nel finale de Il Quinto Elemento di Luc Besson.

Domani torno a parlare di musica, lo prometto.

Oggi, ventiquattresimo giorno di clausura non potevo non parlarvi dei quindici minuti in cui avrei potuto avere il Coronavirus.

In bocca al lupo a Piero Chiambretti, a sua madre e a tutti coloro che lavorano con lui e che in queste ore sono incastrate dentro questo brutto incubo, altre parole da dire, oggi, non ne trovo.

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