La quarantena mi ha dato il tempo di riascoltare Maria McKee e devo dire che ne è valsa la pena: ha una voce che, donna matura, è ancora più bella e densa

Passaste in queste ore da casa mia, mi trovereste così, nudo, un filo di trucco, mentre ascolto Maria McKee fingendo di lavorare

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Benvenuti in mia casa.

Iniziamo così, con una citazione da nerd. Forse anche troppo famosa e banale per essere da nerd, ma sicuramente non di quelle che ti fanno identificare per qualcuno con la cazzimma. Citi Dracula, mica I Sabotatori di di Edward Abbey, che cavolo.

Benvenuti in mia casa, detto con la voce flebile e aristocratica del conte Vlad, l’accento da nobile dell’est. È in mia casa, o meglio, in casa mia che vi sto portando in questi giorni di diario, e vi accolgo così, come mi trovo, per casa.

In passato mi è capitato di giocarci su, come del resto faccio spesso, credo sempre, riguardo al mio status di critico musicale rock’n’roll, non nel senso che scrivo di rock’n’roll, non ne scrivo quasi mai, ma nel senso di critico musicale con status rock’n’roll. Ci ho scherzato su e ci scherzo su perché mi fa molto ridere che il fatto di avere a che fare con gente molto famosa, da pari a pari, non in fatto di fama, ovvio, ma nel senso di averci a che fare senza il minimo senso di sudditanza psicologica, stile Moggi, per intendersi, anzi, spesso oggetto di sudditanza psicologica da parte di artisti che si approcciano a me con una eccessiva cautela mista a riverenza, perché si pensa che io sia particolarmente cattivo e si pensa, di conseguenza, che blandirmi sia un ottimo metodo per tenermi a freno, poveri sciocchi, ecco, mi ha fatto sempre molto ridere che il fatto di avere a che fare con gente molto famosa, da pari a pari, spinga molti se non tutti quelli che hanno superficialmente a che fare con me, in rete come nella vita fuori dalla rete, a pensare che, di conseguenza, io viva una vita che scorre sugli stessi binari dei personaggi coi quali ho ha che fare quotidianamente, quelli che poi in effetti appaiono sui miei social a fianco a me, coi quali scambio battute sui social, che in pubblico, penso alla radio, alla tv, mi trattano con confidenza, in alcuni casi con legittima amicizia. Sono intimo con delle popstar, per qualcuno non dico che automaticamente sia anche io una popstar, ma faccio parte di quel panorama lì.

Ora, senza voler specificare troppo che in molti casi sono assai più popstar io degli artisti coi quali ho a che fare, siamo al ventitreesimo giorno di isolamento, non è che abbia più neanche troppa voglia di fare il cazzone a beneficio di chi legge, credo sia il caso una volta per tutte di riprendere il filo del discorso da sempre oggetto del mio giocare, quello da qui questo scritto ha mosso i primi spavaldi passi.

Non sono una popstar, ok, ma non sono neanche uno che conduce la medesima vita delle popstar. O meglio, non sono uno che vive a fianco alle popstar mentre loro vivono la loro vita da popstar. Non c’entro proprio un cazzo.

Traduco per gli analfabeti funzionali all’ascolto, mentre me ne sto a lavorare, motivo per il quale poi mi ritrovo a parlare da pari a pari con le popstar, andatevi a rileggere in loop le frasi sopra senza che ve le ripeta come mio uso e costume, oggi non ho voglia di farlo, io me ne sto prevalentemente nel mio studio, davanti al mio pc. In alcuni casi estremi, ma raramente, neanche accendo il pc, e scrivo direttamente sul tablet. Ma in tutti i casi ciò avviene in casa, nel mio studio, seduto alla mia scrivania, le migliaia di cd della mia collezione alle mie spalle, i vinili no, sono in parte in sala e in parte in Ancona, seduto alla mia scrivania, dicevo, in ciabatte.

Questo dettaglio di scrivere in ciabatte, a questo mi riferivo quando dicevo che mi era già capitato di giocarci su, è un dettaglio in genere abbastanza disturbante, perché credo, è esattamente il motivo per cui lo cito, sia un dettaglio assai poco dotato di allure, poco sexy, sicuramente, ma non sono un sex symbol, sticazzi, ma anche decisamente assai poco rock.

Cioè, e che cazzo, può uno essere una popstar o una rockstar in ciabatte?

Certo, ci sono casi eccelsi che se lo sono potute permettere, ma in genere si tratta di personaggi talmente sopra le righe da fare categoria a sé, penso a una Mariah Carey con la sua lingerie sempre poco coprente e le ciabattine di Hello Kitty, qualche anno fa.

Io mi muovo su un altro terreno, credo, più dalle parti di Lemmy dei Motorhead o James Hetfield dei Metallica. E Lemmy dei Motorhead con le cabiatte, pace all’anima sua, dai, non scherziamo… James Hetfield neanche a parlarne, proprio pochi giorni fa, in pieno delirio contagio era sui social a postare foto di lui, il fucile in mano, un orso gigantesco, morto, ai suoi piedi, figuriamoci le ciabatte.

Questo è. Scrivo i miei pezzi in ciabatte. D’estate anche in calzoni corti, ma non tipo Angus Young, o come quando da ragazzo, la spavalderia punk dei vent’anni, me ne andavo in giro coi calzoni corti del piagiama, chissà quante volte ve l’ho raccontato, sto invecchiando, proprio con calzoncini corti di quelli che si indossano d’estate, in casa, senza che del resto nessuno ci veda. Potrei anche scrivere nudo, per dire, non fosse che in questo periodo, per motivi che mi stanno portando a scrivere per il ventitreesimo giorno di fila seppur in assenza di uscite discografiche e concerti, per lo stesso motivo per cui non ci sono uscite discografiche e concerti, a dirla tutte, potrei anche scrivere nudo, per dire, non fosse che in questo periodo siamo tutti in casa, dove per tutti intendo io, mia moglie Marina, i nostri quattro figli, Lucia, Tommaso, Francesco e Chiara, e mia suocera Franca, e onestamente scrivere nudo mi creerebbe qualche imbarazzo. O meglio, scrivere nudo, confesso di non averci mai provato in circa venticinque anni che scrivo, rientrerebbe sicuramente di più nel genere “alla Lemmy dei Motorhead o James Hetfield dei Metallica”, non perché Lemmy dei Motorhead suonasse nudo, o ci suoni ora James Hetfield, intendiamoci, ma perché suppongo che l’idea di uno scrittore che se ne sta nudo davanti al proprio pc, magari meglio ancora, davanti alla proprio Olivetti Lettera 22, io ho iniziato a scrivere con una macchina da scrivere, sappiatelo, non per naivete, ma per anagrafe, ecco, l’idea di uno scrittore che se ne sta nudo davanti alla propria Olivetti Lettera 22 a scrivere è decisamente più rock di me, in t-shirt, pantaloni della tuta da ginnastica e ciabatte, lo so.

Ma così è. Per questo ci ho sempre giocato su.

Uno, vuoi per i capelli lunghi, l’atteggiamento punk, l’irriverenza, il politicamente scorretto, l’audacia di dire certe cose verso il sistema e il colleghi, sarebbe magari portato a pensarmi ubriaco sotto il tavolo di un night club alle tre di notte, o con un laccio emostatico sul braccio, la siringa ancora infilata in una delle poche vene trovate, mentre io sto scrivendo in pieno pomeriggio vestito come da poco descritto, con le ciabatte in pelle che ho comprato con Marina quando, sembrano secoli fa, siamo andati a fare un weekend solo noi due dalle parti di Verona, in una bancarella, sobrio.

Posso scrivere rock, posso apparire rock, sono per attitudine rock, ma scrivo chiuso nel mio studio, in ciabatte.

Certo, in passato mi è capitato di scrivere ovunque, al mare, seduto al tavolo di un bar mentre la mia famiglia faceva il bagno, in casa dei miei, appoggiato al letto, in macchina, fermo a un autogrill mentre con la macchina mi stavo spostando da qualche parte, ma sono eccezioni.

Io scrivo a casa.

Ci potrei fare l’hashtag tutto l’anno, così.

Poco conta che quando ho iniziato, quando ho iniziato a scrivere professionalmente, intendo, mi sia capitato di farlo in quasi ogni angolo di mondo, perché dopo aver pubblicato i primi libri, aver iniziato a scrivere di musica per Panorama e Tutto Musica, ve l’ho già raccontato, ho iniziato anche a fare reportage, lavoro che ho portato aventi con passione e dedizione per circa dieci anni. Ho quindi scritto su una longhouse dei tagliatori di teste del Sarawak, nel cuore del Borneo, come affacciato su un fiordo norvegese, l’alba boreale a tagliare il cielo di una notte lunga un giorno, dalla spiaggia impestata di mosquitos in un’isoletta deserta nel Mar di Cina, dove ho visto il raggio verde, a un letto pieno di ogni tipo di chiazza immaginabile in un villaggio del Guatemala affacciato su un lago vulcanico, da una panchina affacciata sulle scogliere bianche di Big Sur alla libreria dove Marx e Engels hanno portato a termine la loro opera. Ovunque, ripeto, un taccuino, una penna e io che scrivevo. Ma erano altri tempi. Avevo sempre i capelli lunghi, fino a quasi il sedere, ma giocavo meno con l’iconografia, non c’erano i social e ero più giovane e meno malizioso.

Oggi lo sono di più, lo sarei di più, mi viene quasi da scrivere, ormai, ma scrivo in ciabatte, da casa.

Del resto è anche da casa che ho fatto quasi tutti i miei ultimi interventi in radio, a Rtl 102,5, le mie rubriche settimanali, i miei interventi spot, tutti da casa, in ciabatte. Non avevo le ciabatte, ma solo perché c’erano altre persone, nelle ultime due edizioni di Attico Monina, a Sanremo. Se le avete seguite, dalle parti di Optimagazine e OMTV.it ben lo sapete, un via vai incredibile di persone, ma tutte dentro una casa, e poco conta che fosse un attico enorme, sempre quattro mura a stabilirne i confini c’erano.

A questo punto sono venuto allo scoperto, nel senso che ho svelato dove sto andando a parare, l’ho infilato in maniera esplicita nel discorso, sta lì, sotto gli occhi di tutti. Ci ho anche messo oltre novemila battute, diciamo che quanto a introduzioni me la cavo bene. Ora sono venuto allo scoperto. Anche i pochi analfabeti che siano rimasti all’ascolto, non sufficientemente infastiditi da tutte queste relative, o forse troppo storditi per riuscire a smettere, e quanti mi trovano odioso per questo mio continuo, e apparente, mi preme scrivere, parlare di me, avranno capito che al ventitreesimo giorno di clausura forzata, di isolamento, di quarantena, e mai come oggi il numero quaranta che ha fornito le credenziali al termine quarantena mi spaventa nella sua concreta possibilità di diventare reale, al ventitreesimo giorno di clausura forzata è di starsene a casa che voglio parlarvi.

Perché mai come in questi giorni, ovviamente, si è parlato di casa. È in casa che dobbiamo stare. Ce lo siamo inizialmente detti, noi più prudenti e forse dotati di un senso civico elementare e minimo. Ce lo hanno poi suggerito a viva voce le istituzioni. Infine imposto per decreto. O meglio imposto per decreti, andando via via a allargare il cerchio delle zone rosse, arancioni, isolate. Ora, si legge, siamo alle multe, alle minacce di arresto, alle delazioni più o meno velate, per chi a casa non resta.

Certo ci sono le giuste cause, come per i licenziamenti, e Dio non voglia che io inizi a parlare del lavoro o della perdita di lavoro al tempo del contagio, giuste cause come andare al lavoro, appunto, perché non tutti se ne possono stare a casa, per andare a fare la spesa, essenziale, sigarette e profumi compresi, per andare a portare a pisciare il cane. Volendo anche fare due passi, da soli, senza entrare in contatto con gli altri, ma qui siamo a rischio multa o linciaggio a distanza, da parte di chi sta ormai fisso sui balconi. Per il resto si deve rimanere a casa.

Ce lo hanno anche detto, quasi sempre male, gli artisti, i personaggi dello spettacolo, gli sportivi. #IoRestoACasa. Quante volte abbiamo visto e sentito questo hashtag in questi giorni. Spesso accompagnato da raccomandazioni giudiziose, solidali, scherzose, bonarie, leggere. A volte decisamente fuoriluogo, di qui hashtag come #IoRestoACasaDiFiorello, per dire. Poco importa che chi ce le ha fatte avrà sicuramente una casa più bella e ospitale di chi se l’è sentito dire. Poco importa che magari chi se l’è sentito dire una casa vera e propria neanche ce l’ha, costretto, senza stare a tirare in ballo casi estremi, a dormire in un posto letto in una casa altrui, lavoratore o studente fuori sede, una cucina in uso comune, idem per il bagno. Poco importa che chi a casa ci resta lanciando hashtag, spesso, ci sarebbe restato lo stesso, uscendo giusto per andare a fare eventi strapagati, mentre che non ci può restare lo avrebbe fatto con piacere, ma avrebbe poi perso i quattro spicci che lo costringono comunque a uscire.

Si è anche tanto provato, in alcuni casi riuscito, a cantare da casa, a suonare da casa, anche qui con grande utilizzo di hashtag e dirette streaming sui social. Si è cantato e suonato sui balconi, affacciati in strada o nei cortili. Insieme pur rimanendo in casa propria. In casa si è imparato a convivere, per chi in casa ha qualcuno a fargli compagnia, per molto più tempo di quanto in genere non passa in casa e non passa in casa con gli altri, il lavoro, la scuola, ma anche qui, qualcuno a casa ci è sempre stato poco perché a casa ci vive da solo, e stare a casa da solo non è mai un esercizio consolatorio, specie quando è la paura il sentimento dominante.

Io a casa ci vivo e ci lavoro da tempo, per scelta.

Non frequento l’ambiente nel quale lavoro, se non per piccoli periodo, e spesso neanche volentieri.

Scrivo da casa.

Telefono da casa.

Faccio le mie dirette radio da casa.

I miei video, pure quelli li faccio da casa.

Non vado a conferenze stampa.

Non frequento eventi mondani.

Vado solo ai concerti che andrei comunque a vedere anche se non lavorassi nella musica, e neanche a tutti quelli.

Sono un orso.

Non è vero. Vivo in una casa con altre sei persone, non sono un orso. Ho anche un mucchio di amici, orso un cazzo. Fingo di essere un orso, l’aspetto fisico mi aiuta, la voce dolce e l’accento simpatico meno, pazienza, ma fingo di essere un orso per potermene stare isolato, giustificato nello starlo. Nell’incertezza, ho sempre dichiarato che ho la massima disistima di quasi tutti i miei colleghi, così nelle rare occasioni in cui mi paleso resto comunque isolato, a un metro di distanza da tutti.

Anche se qualcuno mi considera un sociopatico, ma credo e spero solo chi non mi conosce, per alcuni, anche per alcuni che conosco piuttosto bene, risulto semplicemente un asociale, uno che se sta per i cazzi suoi sta meglio.

Ma come tutti gli asociali, è noto, il poter stare isolati deve essere una nota distintiva, qualcosa che ci differenzia dagli altri.

Me ne sto a casa, da critico musicale, mentre tutti gli altri sono in Sala Stampa al Roof Garden dell’Ariston, se ognuno stesse a casa sua che gusto ci sarebbe a sentirsi iconoclasta?

Idem per tutte le altre situazioni, anche perché poi quando raramente capita che vai è tutto un “ma che ci fai tu qui?”, come se uno mi si immaginasse in mezzo all’Amazzonia a fraternizzare con tribù che parlano linguaggi primordiali e se ne vanno in giro col pisello all’aria.

Sapervi tutti a casa, per capirsi, non ci è di sollievo, a noi asociali. Anzi, non fossimo in stato di emergenza, quasi ci infastidirebbe.

Siamo noi quelli isolati, continuate a socializzare come al solito, non imitateci.

Siccome però non sono un vero asociale, non sono di quelli che quindi hanno casa piena di scatolette e beni di prima necessità, anzi, vivendo in sette anche le scorte solite sono durate il tempo di dire “quarantena”, io continuo a uscire, sporadicamente, indossando una imbarazzante mascherina da skater di mio figlio Tommaso e guanti di lattice di quelli che si usano per fare le pulizie, sperando che mi dica di culo, perché è chiaro a tutti che, al momento, quasi nessuno ha ben capito di cosa stiamo parlando quando parliamo di pandemia, facciamocene una ragione.

Non sono asociale, ma non sono neanche uno che ritiene che tutti debbano necessariamente esserci sempre e comunque, anche a rischio di dimostrare che quando qualcuno, io per dire, diceva che facevano cagare come cantanti, perché non sapevano tenere una nota neanche sotto tortura, perché tra loro e il verbo suonare c’era di mezzo tutto quello che mente umana può immaginare, Perché hanno un repertorio che fa cagare suonato e prodotto da professionisti bravi in studio, figuriamoci fatto alla cazzo da soli, perché, più in generale, quello su cui avevano costruito il loro esserci era effimero, aleatorio, evanescente, ecco, quando qualcuno, io per dire, diceva tutto questo diceva solamente il vero, io suono da casa, certo, ma Dio santo, suona davvero di merda.

Siccome ho quindi la sufficiente sensibilità per sapere che fare polemica in uno stato di emergenza è non tanto da ignoranti, quanto da stronzi, e so anche che tutti siamo talmente tanto scossi da avere bisogno di ogni tipo di compagnia, fosse anche un cane che canta un lagna da dentro lo smartphone, mi limito a passare le giornate leggendo, guardando serie tv, scrivendo e studiando. 

Evito di passare dalla sala nell’ora in cui Marina fa ginnastica seguendo un tutor su Youtube, certo, ma per il resto mi attengo alle nuove dinamiche che in casa stanno via via cristallizzandosi, presto eliminate le derive pericolose, come quelle relative ai figli di alzarsi tardi, ora la scuola a distanza, seppur a grandissima fatica, sta partendo, o quelle di mia suocera di fare il pane in casa, perché il rischio è che il colesterolo ci assalga alle spalle quando finalmente saremo usciti da tutto questo. Sul quando tutto ciò avverrà, a essere schietti, abbiamo smesso di interrogarci da tempo, a eccezione di Tommaso, quattordici anni, colui che tutte le sere ci riporta il bollettino di Borrelli sui contagiati e i deceduti della giornata e che non manca mai di chiederci se secondo noi, dove per noi si intende io e Marina, mia moglie, pensiamo che in effetti i tornerà a scuola il 3 aprile. Nessuno di noi lo pensa, anzi, entrambi temiamo che si ritorni a scuola a settembre, ma evitiamo di dirlo, giusto per non riportare in auge la dinamica dell’alzarsi tardi.

Tranne che nelle ore in cui ci si affaccia tutti insieme dal balcone grande della sala, per sentire se fuori c’è musica, come da flashmob, intorno alle 18, queste giornate sono per me molto più piene del solito di musica. E so che scrivere questa cosa potrebbe forse incrinare la mia credibilità di critico musicale. Nei fatti, in quel mio stare costantemente a casa, non è che passi chissà quanto tempo a ascoltare musica. La ascolto, in genere, ci mancherebbe, ma passo anche delle belle ore a scrivere, senza rumori di fondo, col che credo di aver detto molto a riguardo. Ma in genere, viva gli orsi, sono solo, non con tutto il resto della big family appresso.

Potersi concentrare con tutti che dicono, qualcosa, con Marina che in teleconferenza con colleghi da ogni angolo dell’Europa parla con le cuffiette e il microfono a archetto a volumi da far impallidire Bon Scott, con la televisione molto spesso accesa, è davvero difficile. Meglio coprire il rumore con la musica, a questo punto, quantomeno la musica la scelgo io, e nello specifico non parla neanche la mia stessa lingua.

Proprio per questo, per avere necessità di musica che faccia da filtro tra me e il resto della casa, ma che sia al tempo stesso a me abbastanza sconosciuta da impedirmi di canticchiarla a memoria, finendo giocoforza di distrarmi, ricorro spesso a opere minori di artisti che molto stimo, cofanetti, rarities, inediti pescati in rete, o mi butto addirittura su artisti che proprio non ho mai ascoltato, anche se qui è più tosta, perché spesso quelli che non ho ascoltato non li ho ascoltati perché immaginavo, a ragione, che mi avrebbero fatto cagare, e così puntualmente è.

In queste ore, per dire, dopo essermi riascoltato tutta la discografia dei Sonic Youth, che conoscevo, certo, ma che in tutti i casi è sufficientemente “rumorosa” da sopperire alla mancanza necessaria di silenzio cui ambirei per lavorare come si deve, Dio quanto è bello Daydream Nation, riascoltatelo tutti, ve ne prego, ho affrontato La Vita Nuova di Maria McKee, e devo dire che ne valeva proprio la pena. Chiaramente, lo dico tanto per non fingermi migliore di quanto già di mio non sia, per tutto il tempo delle quattordici tracce mi sono distratto, infatti noterete che di colpo, proprio nel finale dello scritto che state leggendo, ho avuto una lieve impennata di cazzonismo, con quel mio dire che sono migliore e che sono migliore di quanto non mi dipinga. Ho, in sostanza, smesso di scrivere quel che state leggendo, passando semplicemente all’ascolto, a occhi chiusi. Essendo Maria McKee Maria McKee, poi, sono anche corso col pensiero al 29 maggio 1987, a Modena. Esattamente tre giorni dopo avrei fatto diciotto anni, che tenerezza che mi faccio, a pensarmi lì, e ero con i miei amici Luca e Paolo al nostro primo megaconcerto. Non so loro, col tempo ci siamo persi di vista, ma ne avrei visti altri, poi, ma allora, partito da Ancona con passaggio a Bologna, dove Paolo viveva in via Saragozza, è stata una vera e propria avventura. Il The Joshua Tree Tour degli U2, da poco diventati megastar mondiali, con un opening pomeridiano che, a ripensarci, mi vengono i brividi a oltre trent’anni di distanza. Prima lei, Maria McKee, con la sua band folk-punk, i Lone Justice. Poi i The Pretenders di Chrissie Hynde, e a chiudere i Big Audio Dynamite del gigantesco Mick Jones dei Clash. Infine loro, Bono e soci. Un concerto strepitoso, incredibile, unico. Alle prime ore del pomeriggio, quando i Lone Justice di Maria McKee sono saliti sul palco, io, Luca e Paolo eravamo a circa un metro dal palco. All’arrivo degli U2 ci saremmo trovati almeno a una ventina di metri, spostati dalla massa danzante. Per buona parte del concerto non credo neanche di aver toccato terra, spostato da quella marea umana, alla faccia delle sicurezza. Quando comunque i Lone Justice, di cui confesso nulla sapevo fino a quel pomeriggio assolato, sono saliti sul palco, ero lì, se avessi fatto un salto e avessi allungato la mano avrei potuto toccare le gambe di Maria McKee. Dico questo perché, per tutta la durata del concerto, le prime file questo hanno fatto. Sono saltate toccandola. Lei con la gonna corta, la gamba destra appoggiata provocatoriamente sulla cassa, a far vedere le mutandine, la voce che si ergeva sui cori “faccela vedè, faccela toccà”, lo sguardo fiero a affrontare tutte quelle mani con indici e pollici congiunti, a fare il segno della figa. Lì ho conosciuto Maria McKee, e devo dire che è stata una conoscenza abbastanza shockante, per un ragazzino di diciassette anni al suo primo concerto. Concerto che mi era letteralmente piovuto dal cielo, lo racconto per l’ennesima volta, perché il biglietto me lo ero potuto permettere con cinquantamila lire che avevo trovato in terra, davanti alla Parrocchia della Misericordia e il viaggio in treno mi era stato regalato da mio fratello Marco, all’epoca operaio presso una ditta che faceva mollette di plastica della mia zona. Ricordo anche che Chrissie Hynde, un po’ più grandicella e ruspante di Maria, meno aveva gradito il medesimo trattamento, al punto che a un certo momento ha preso il microfono, se lo è infilato tra le gambe come fosse un cazzo in erezione e ha invitato il pubblico a andare a cagare, vedi cosa significa essere punk. Comunque oggi ho ritrovato una Maria McKee parecchio diversa da quella di allora. Tornata a un disco dopo tredici anni, e dopo una carriera, lo ammetto, che ho seguito con una certa discontinuità. Ha una voce che, donna matura, è ancora più bella e densa di allora, e regge alla perfezione canzoni che, la citazione di Dante non è casuale, affrontano l’amore e la vita dal punto di vista di una donna che abbandona il concetto di eterosessualità, per sposare il pansessualesimo (se si dice così), andando quindi a sostituire questo con la Beatrice dantesca. La musica, come detto era questa la mia idea, trovare musica a me sconosciuta per creare un muro del suono che mi isolasse dal resto della casa, mia casa, per permettermi di concentrarmi e lavorare, povero stupido che sono, è anch’essa piuttosto distante dal folk incazzato e sghembo dei Lone Justice, stavolta arrangiamenti orchestrali, a tratti operistici, comunque acustici, molto pieni, barocchi, con continui riferimenti a Scott Walker (la sua vocalità, ora, è abbastanza matura da potercisi confrontare). Insomma, una gran bella scoperta di questi giorni strani, dilatati. Passaste in queste ore da casa mia, mi trovereste così, nudo, un filo di trucco, una bottiglia di mezcal con ancora dentro il vereme scolata in terra, mentre ascolto Maria McKee fingendo di lavorare. Benvenuti in mia casa.

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