Aiutiamoci a casa nostra, è davvero il caso di dirlo

Seppur nell’impossibilità di andare lontani, nel verde, nell’isolamento reale, ancorato a un isolamento cittadino, sto provando a cercare un modo concreto di fare rete, di mettere in circolo buoni propositi e belle idee

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Photo by notizie.virgilio.it

Non sono particolarmente appassionato di natura.

So che questo incipit, a fronte di tutta una serie di articoli in cui, per parlare di musica, attingo a piene mani dal mondo degli animali può suonare quantomeno spiazzante, ma tant’è, ho scelto il tasso del miele come mio logo, scrivo di cavalli che affogano dal culo, di zebre che si mangiano le palle, di wombati che cagano cubico, di libellule che si fingono morte per evitare dolorosi stupri, di koala che lottano senza farsi male, di Panda che guardano porno con umani vestiti da panda ma non sono particolarmente appassionato di natura, è un fatto.

Intendiamoci, nulla contro la natura, trovo tutto quanto scritto qui sopra decisamente più interessante degli artisti e i loro lavori cui ho associato quelle storie, ma non sono particolarmente appassionato di natura.

Ovvio, non sono di quei progressisti che ritengono che il mondo si debba piegare alle malsane idee dell’uomo, figuriamoci, passo buona parte del mio tempo, o almeno del mio tempo impiegato a scrivere, a rimpiangere un passato più umano e analogico, lungi da me il volermi dipingere come qualcosa che non sono, un Marinetti d’antan che agogna plastica al posto degli alberi. Solo che della natura, in quanto argomento di cui parlare, o da seguire come lo si fa con gli hobby, mi interessa assai poco.

So che facciamo parte di un mondo stupefacente, ma raramente mi soffermo a stupefarmene, incarnando alla perfezione colui che capisce l’importanza di qualcosa solo nel momento in cui quella determinata cosa non ce l’ha più. Per non girarci troppo intorno, non passerei una settimana in campagna credo neanche se me lo imponessero per regio decreto, penso che il campeggio sia attività da depravati, mi piace il mare, parecchio, ma perché so che al mare si possono fare un sacco di cose, tipo guardare culi e giocare a pallone sul bagnasciuga, non certo per il semplice gusto di sdraiarmi a prendere il sole e respirare aria buona. Sarà che ho passato anche una lunga sequela di vacanze, credo tutte le prime diciassette della mia vita, andando coi miei in montagna, in Val di Fassa, per cui ho maturato una sorta di intolleranza urticante verso l’idea di andare in vacanza in quei luoghi in cui è la natura, appunto, l’oggetto intorno al quale ruota l’impiego del tempo. Vivo a Milano e non andrei in settimana bianca neanche se mi puntassero una carabina alla nuca, sempre per intendersi, e piuttosto che andare al lago mi farei tatuare la faccia della Pausini sul petto, come il protagonista di una serie di Narcos.

Insomma, sono uno che se può, e quasi sempre può, preferisce la città al mondo là fuori.

Certo, faccio gite con la mia famiglia, ma è quasi sempre perché mia moglie Marina, persona assai più matura di me, mi spinge a farlo, facendo leva sui sensi di colpa maturati per il fatto di aver scelto di far crescere quattro figli in una delle città più inquinate di Italia, scelta, quella di vivere in una delle città più inquinate di Italia e quindi di far crescere qui quattro figli, che per altro è sua, non mia, ma non è questo argomento di interesse pubblico, immagino, e sicuramente non è argomento che intendo affrontare in queste settimane in cui io, i quattro figli di cui sopra e mia moglie condividiamo costantemente i metri quadri di casa nostra, maledetto Coranavirus. Non è argomento di interesse pubblico, punto.

Non lo è neanche il fatto che io non sia particolarmente appassionato di natura, in sé, ma mi serve come introduzione di un discorso più ampio, e credo che il fatto di tirarmi costantemente in mezzo a discorsi più ampi vi sia ormai piuttosto naturale, se siete tra quanti in genere leggono quello che scrivo. Se non lo siete, beh, fatti vostri, le cose funzionano così.

E funzionano che ci sono io qui a dirvi di non essere particolarmente appassionato di natura, con tutte le divagazioni del caso, non sono particolarmente appassionato di natura ma, in queste ore, la tentazione di caricare armi e bagagli in auto, a partire da tutta la mia numerosa famiglia, e lasciarci questa città alle spalle, diretti in qualche posto isolato, è forte, molto forte. Certo, c’è l’incertezza di dove andare, anzi, l’impossibilità di trovare un posto che sia al cento per cento sicuro, perché a guardare quelle allarmantissime mappe del contagio sembra che non ci sia in Italia, a oggi, un solo posto immune dal Coronavirus. Scartate a priori le nostre Marche, non fosse altro perché lì tutti sanno, e per tutti intendo i tutti che ci saremmo trovati a frequentare, i nostri amici e i nostri parenti, sanno perfettamente che viviamo a Milano, e ci avrebbero guardato come degli appestati, e anche perché ho genitori anziani che preferirei preservare da rischi inutili, avevamo anche ipotizzato di andare, che so?, in Liguria, in Veneto, magari in Toscana, ma il tempo di provare a cercare un posto che zac, ecco che spuntava un caso anche da quelle parti. Avevamo anche ipotizzato Merano, meta che amiamo molto, lì si vive costantemente all’ammollo, ci eravamo detti, non avremmo corso rischi, ma il vero rischio sarebbe stato di essere trattati da stranieri in territorio italiano, impossibilitati per altro a rispondere a tono a chi ci avrebbe insultato in tedesco. L’estero, figuriamoci, neanche possiamo più permetterci di ipotizzarlo, voli cancellati, frontiere chiuse, pizze con su sputi verdi, essendo noi parte del problema che sta tenendo in scacco l’Europa e il mondo, almeno per come ci stanno raccontando tutta questa faccenda è il caso di rimanercene nei patri confini, quindi a casa.

Diciamo che non sono particolarmente appassionato di natura, ma oggi darei qualcosa, fate voi cosa, per potermi trovare in un casolare in mezzo al verde lontano da tutto e tutti.

In realtà non è vero. O meglio, lo è, ma sto già praticando qualcosa di molto simile a quello che vorrei fare, senza neanche dover fare il pieno alla macchina. Da due settimane vivo recluso in casa. Anzi, sono il solo in casa a non vivere recluso, perché praticamente esco tutti i giorni per fare la spesa, ma da due settimane tutta la mia famiglia, io, mia moglie Marina, i nostri quattro figli di cui sopra, con l’aggiunta di mia suocera Franca, viviamo in casa, non esattamente per una nostra specifica scelta, e la cosa sta ingenerando dei meccanismi e delle dinamiche che, suppongo, faticheremo poi a abbandonare. Le scuole sono chiuse, apprendiamo con sgomento ancora per un’altra settimana almeno, e onestamente non ci è dato sapere se sia una sospensione a breve scadenza o se, la Azzolina che qualche giorno fa parlava di sei politico all’esame di maturità non è stata certo abilissima nel tranquillizzare le folle, è una condizione che diventerà costante nelle settimane a seguire, con l’orizzonte che, come l’orizzonte, appunto, si sposta più in là non appena pensiamo di poterlo raggiungere, forse nei prossimi mesi.

Mia moglie, che lavora per una multinazionale, alterna sparuti giorni passati in azienda al cosiddetto smart working. Io a casa ci lavoro, quindi in apparenza tutto come prima. Mia suocera ha più di sessantacinque anni, in teoria se uscisse di casa, cosa che non fa, lo farebbe a suo rischio e pericolo. Questo ci hanno detto. Di fatto, quindi, viviamo chiusi in casa.

Non che fuori stia succedendo niente di particolarmente interessante, o abbastanza interessante dallo spingermi a arrischiare di contrarre qualcosa o di scontrarmi con le paranoie dei miei concittadini.

Intendiamoci, e poi torno al fuori, non sono ipocondriaco. Non vado praticamente mai dal medico, non ricorro a medicinali a meno che non sia realmente in stato di necessità, non vado al pronto soccorso se non in caso di traumi devastanti e ogni qual volta che mi capita di andarci sono sempre tentato, mentre sono lì a fare sala d’attesa, di uscire e curarmi da solo con rudimentali medicinali estratti da erbe trovate nel parchetto davanti a scuola. Sono un uomo atipico, quando dodici anni fa ho preso la polmonite me ne sono accorto perché la febbre che avevo, oltre i trentanove, non mi stava passando nonostante gli antibiotici, forse anche perché nel mentre continuavo serenamente a lavorare, e questo mi ha indotto a pormi delle domande. Domande che in realtà ha posto mia moglie ai medici che mi hanno visitato in ospedale, dove sono arrivato in ambulanza dopo essere svenuto, e cui suddetti medici hanno risposto con “Ha la polmonite, forse è il caso di mettessi a letto”. Quando sento la gente che fa battute sugli uomini che con trentasette e due fanno testamento non capisco, perché non sono fatto così.

Ho passato una vacanza in tenda, forse anche di qui la mia avversione per i campeggi, dormendo in terra su un sacco a pelo, con una spalla rotta. Una settimana a dormire in terra, come una bestia, andare in giro guidando la macchina e facendo la solita vita da vacanzieri, avevo venticinque anni, con una spalla rotta, spalla che mi è stata diagnosticata rotta solo al mio rientro in Ancona, a vacanza finita, e solo perché i miei mi hanno sostanzialmente costretto a farmi visitare al solito pronto soccorso, visto che avevo assunto una posa alla Quasimodo di Notre Dame.

Non dico questo per dipingermi come una sorta di Rambo che si mette i punti da solo nella foresta vietnamita, non ho necessità di lavorare su questi aspetti del mio immaginario e non sono particolarmente affezionato a questa tipologia di personaggi, ma per farvi capire che non sono tra quanti di fronte a una situazione di allarme sanitario passerebbe di default il tempo a misurarsi la temperatura o lavarsi con l’idraulico liquido le mani. Ma siccome non sono un idiota, di fronte a quello che ci viene costantemente raccontato come un allarme sanitario, seguo le indicazioni che ci arrivano dall’alto, per quanto confuse e frastagliate siano, e cerco di comportarmi da persona di buon senso, nel mio caso da persona di buon senso che ha anche la responsabilità di tutelare la salute dei propri figli e anche di sua suocera.

Quindi ce ne stiamo qui, in casa, ognuno a fare il proprio, per quanto sia possibile farlo. I figli che cominciano a ricevere i compiti a distanza, e presto si dice inizieranno anche le lezioni, se mai le scuole non dovessero in effetti riaprire, noi adulti che lavoriamo per quel che è possibile, mia suocera che ci dà la solita enorme mano, a noi genitori, ai figli e al mio inconsolabile colesterolo alto.

Solo che, nel mio caso specifico, lavorare è un filo più complesso del solito. Non solo e non tanto perché lavorare con tutti dentro casa è sempre più caotico, mi sono abituato a farlo nel caos, io in genere lavoro anche nel weekend, benedetti freelance, ma perché parlare di musica in un periodo in cui tutto è fermo diventa impresa degno di un affabulatore, non ci sono concerti, non ci sono dischi in uscita, i comunicati che arrivano sempre e solo per parlare di qualcosa che viene annullato, la depressione diventa sempre più il trait d’union anche nelle telefonate che accompagnano la giornata, telefonate atte a dirci, parlo per me e la mia rete di contatti, ma suppongo sia un discorso valido un po’ per tutti, “siamo ancora vivi, speriamo che presto tutto riparta”.

Poi, è chiaro, sono in effetti un affabulatore, per cui anche star qui a parlare di niente fa parte del mio lavoro, lo so e lo porto avanti con dedizione, baciato dal talento ma al tempo stesso convinto che intrattenere sia quasi una missione, specie quando c’è poco da ridere come oggi.

Non è che questo mio pubblicare un articolo, le chiamo novelle per gioco, sono articoli, lo avrete notato, sia un dovere piovuto dall’alto, né qualcosa concordato a monte con l’editore, è una mia iniziativa che l’editore ha sposato con la medesima attitudine e complicità, o semplicemente con il medesimo spirito iconoclasta.

Ma questo non cambia lo stato delle cose, il mondo della musica è davvero fermo, in questo momento, e anche piuttosto incapace di reinventarsi. Di guardare oltre la contingenza, ipotizzare un futuro differente, fosse anche nel tratteggiare un percorso limitrofo alla norma, una deviazione sul percorso principale che si possa dimostrare magari non particolarmente panoramico ma quantomeno utile per portarci di qualche passo più vicini alla meta, meta che nello specifico risponde al nome di sopravvivenza, primo passo, e di ripresa, secondo e decisivo passo. Se poi intorno, e per intorno intendo nel resto del mondo, cominciano a guardare a noi come i responsabili, parola che non viene mai usata ma sta lì, sottotraccia, di tutta questa pandemia, chiamiamola col nome che ormai sembra inevitabile, e cominciano anche a saltare tutti quei maxi eventi che nel mio mondo professionale, quello della musica, sono visti a ragione come i più importanti, penso a Glastonsbury come a tutti gli altri maxifestival, beh, la situazione prende davvero le pieghe della catastrofe, il corrispettivo metaforico di una saracinesca che si chiude su un piccolo negozio di quartiere senza aprire mai più, con la sola differenza che il piccolo negozio di quartiere è in realtà una realtà economica gigantesca. Ci è stato comunicato, così, en passant, che la filiera dello spettacolo resterà bloccata fino al 3 aprile. Almeno. E ci è anche stato chiaramente fatto capire che di detta filiera al Governo non frega nulla, perché nessun tipo di aiuto a riguardo è stato neanche ipotizzato. Ci sono spettacoli, tour, serate, locali, teatri, cinema, promoter, artisti, fonici, roadies, uffici stampa, non fatemi fare l’elenco di tutti quelli che da questa situazione rischiano di ricevere un colpo mortale, che di colpo sanno che per un altro mese, perché già sono almeno due, tre settimane che questa faccenda va avanti, prima solo al nord e ora in tutta Italia, non avranno entrate. Non solo non avranno entrate ma perderanno anche le entrate previste, oltre i tanti e tanti soldi investiti. Difficile essere ottimisti, specie se chi dovrebbe tutelarci e darci indicazioni precise si lascia andare al pressapochismo (per dire, perché le scuole chiudono fino al 15 marzo e i teatri fino al 3 aprile? Ci diranno il 15 marzo che le scuole resteranno chiuse ancora? Probabilmente sì). Ma anche necessario essere ottimisti. Perché la disperazione in genere non è di nessun aiuto, in nessun campo della vita, men che meno quando si tratta di mettere insieme il pranzo con la cena.

Quindi, mentre cominciano a arrivare i primi spunti, le prime canzoni già finite, le prime adesioni alla mia pacifica chiamata alle armi di mercoledì 4 marzo (qui trovate il link), mentre, cioè, un piccolo gesto concreto, poi toccherà ragionare di come renderlo qualcosa di più concreto, all’italiana e all’inglese, ricevo input anche su altri fronti, che sempre decameronianamente, ormai è la nostra condizione quotidiana, provano a ipotizzare altri scenari. Me ne parlava la brillante cantautrice Nicole Stella, che vi invito a seguire ovunque, quindi sui social (questo è il suo sito, qui trovate tutto quel che serve, www.nicolestella.com). Ma me ne parlava anche Tizio Bononcini, cantautore indipendente da tenere d’occhio, amplificando l’intelligente iniziativa di Alice Mazzoni dal nome Musica Contro il Coronavirus, attiva su Facebook. In queste ore stanno spuntando veri e propri concerti in streaming, concerti che hanno più di uno scopo. Sicuramente il primo è quello di intrattenere, di fare compagnia, di distrarre attraverso la musica, e quindi l’arte, e già tanto basterebbe a alzarsi in piedi e applaudire. In secondo luogo, perché queste iniziative esistevano in qualche modo già prima, parlo, per dire, delle dirette live di Nicole Stella, per provare a mettere un altro piccolo mattoncino in un paniere, quello degli artisti indipendenti, non solo invisibili per chi ci governa, ma sposso anche per chi opera nel medesimo settore. Una sorta di busking virtuale, quello delle dirette streaming, con la possibilità di mettere un cappello altrettanto virtuale (ma concreto) attraverso PostePay, ma al tempo stesso un modo per far conoscere e girare la propria musica, quindi magari di andare a incappare nel direttore artistico di un qualche locale e andare quindi a procurarsi una data non virtuale, e nella specificità di questi giorni di isolamento stiamo pensando ottimisticamente al futuro. Chiaro, mi fa notare sempre Nicole Stella, ripeto, seguitela per respirare un po’ di aria buona, tocca essere costanti, metodici, perché costruirsi un pubblico è sempre difficile, fosse anche un pubblico che ti segue a distanza, chiedergli di contribuire fisicamente al tuo percorso artistico ancora di più, e in questo vi consiglio spassionatamente il libro The Art of Asking di Amanda Palmer, artista immensa che ha fatto dell’arte di chiedere, appunto, uno dei capisaldi della sua vita professionale e che è riuscita a mettere in piedi un vero e proprio miracolo, a riguardo, prima con la famosa campagna di crowdfunding che le ha fruttato oltre un milione e duecentomila dollari, poi con la sua presenza su Patreon, piattaforma che consente agli artisti di accendere un rapporto di scambio diretto coi propri fan.

Proprio a riguardo, tanto per continuare a guardare il bicchiere mezzo pieno, come non citare i miei conterranei The Gang, al momento in procinto di tornare con l’album Ritorno Al Fuoco, come tutti i loro ultimi lavori sponsorizzato dai seguaci/co-produttori che hanno già messo su in pochissimi giorni, neanche una settimana, oltre ventunomila euro di budget. Chiedere. Ottenere. Provarci. Sognare. Essere ottimisti mentre tutto sembrerebbe dirci che dobbiamo disperarci.

Questo per dire che seppur nell’impossibilità di andare lontani, nel verde, nell’isolamento reale, come ipotizzato e agognato all’inizio di questo mio scritto, ancorato a un isolamento cittadino, metropolitano direbbe il mio sindaco Sala, quello della cazzata #Milanononsiferma, sto provando, come molti, a cercare un modo concreto di fare rete, di mettere in circolo buoni propositi e belle idee. Aiutiamoci a casa nostra, è davvero il caso di dirlo.

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