12 Anni Schiavo, stasera in tv c’è il film premio Oscar com Michael Fassbender

Su Canale 5 alle 21.20 c'è il vincitore della statuetta di Miglior Film degli Oscar 2014. Il regista Steve McQueen sceglie una vicenda vera di metà Ottocento per riflettere sul razzismo e la storia americana

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Se siete interessati al cinema, allora dovete vedere 12 Anni Schiavo”. È la dichiarazione, perentoria, che apre la recensione che l’influente critico del Guardian, Mark Kermode, scrisse in occasione dell’uscita del film diretto nel 2013 da Steve McQueen, capace di ottenere nove nomination agli Oscar vincendone tre, per il miglior film, l’attrice non protagonista (Lupita Nyong’o, al suo esordio) e la sceneggiatura non originale. Per questo si tratta anche della prima pellicola della storia diretta da un regista di colore che ha vinto la statuetta di miglior film.

12 Anni Schiavo racconta l’incredibile storia vera di Solomon Northup (nel film Chiwetel Ejiofor), da lui poi raccolta in un libro di memorie. Nero, violinista di professione, nel 1841, Solomon vive da uomo libero con la sua famiglia a Saratoga Springs, New York. Raggirato da due sedicenti impresari bianchi che fingono di assumerlo per una tournée, viene rapito e drogato e si ritrova, al risveglio, ammanettato e venduto come schiavo in Louisiana. Di lì comincia la sua tragica odissea. Impossibilitato a dimostrare la sua condizione di uomo libero. Solomon, cui viene dato da schiavo il nome di Pitt, è alla mercé dei suoi padroni, chi di indole più magnanima (Benedict Cumberbatch) chi fanatica e violenta (Michael Fassbender). Umiliato e torturato, sopravvive per dodici anni fino a all’incontro con un abolizionista canadese (Brad Pitt, anche produttore del film) che gli farà riottenere la libertà (ma non la giustizia, Solomon non riuscì a far condannare i suoi rapitori).

L’America degli anni di Obama era tornata a riflettere sul suo passato di paese schiavista in un pugno di film di primo piano usciti nello stesso giro d’anni. Il notevole Lincoln (2012) di Steven Spielberg mette tra parentesi la violenza e racconta l’abolizione della schiavitù come un laborioso processo legislativo fatto di delicati equilibri di potere. In Django Unchained (2012) la violenza invece è in primo piano, ma riletta in chiave ribaltata, secondo le modalità di disinvolta riscrittura della storia tipiche di Quentin Tarantino, con al centro un vendicatore ex schiavo che fa giustizia a modo suo (c’è anche spazio per una grottesca, velenosa presa in giro del Ku Klux Klan).

12 Anni Schiavo sceglie una rappresentazione oggettiva, nella sua volontà di mostrare il dolore per quello che è, inciso sulla carne dei protagonisti ripetutamente seviziati. Steve McQueen è un autore raffinato, britannico di origini caraibiche arrivato al cinema dalla scultura e dalla videoarte, con un curriculum importante e la vittoria, a soli trent’anni, nel 1999, del prestigioso Turner Prize. Il suo approccio alla descrizione della violenza perciò, nella sua nuda letteralità è insieme scioccante e spiazzante. Scioccante perché, appunto, privo di qualsivoglia eufemismo, spiazzante perché anche le sequenze più dure sono all’interno di una impaginazione visiva elegante e calibrata, attentissima all’uso simbolico del colore e ai passaggi tra campi lunghi e primi piani.

La perdita della libertà è scandita da un’improvvisa immersione in un buio fitto, che descrive lo smarrimento del protagonista, gettato in un mondo improvvisamente irriconoscibile e privo di senso. E un foglio di carta che brucia con le residue speranze di Solomon si spegne tra barbagli di luce che, inquadrati in primissimo piano, sembrano quelli di una galassia che sta morendo. Sorprendono poi gli slittamenti dalla violenza a momenti sospesi in cui la maestosa ma indifferente natura prende il sopravvento, come fossimo in un film di Terrence Malick. Fino alla sequenza esemplare in cui, con la corda al collo e penzolante da un albero, Solomon sopravvive perché riesce a toccare terra con le punte dei piedi, restando in quella posizione per ore mentre intorno la vita scorre come se niente fosse.

Sin dagli inizi del cortometraggio Bear, Steve McQueen ha posto al centro del suo sguardo un forte interesse per la carne, il dolore, la punizione. Il suo primo lungometraggio, Hunger è la storia del militante dell’Ira Bobby Sands che morì in galera stremato dallo sciopero della fame iniziato per protestare contro la durezza del regime carcerario. E il secondo, Shame, racconta di un uomo ossessionato dalla pornografia e con tendenze pesantemente masochiste.

12 Anni Schiavo
  • Rai Cinema Dvd 12 anni schiavo
  • Codice Prodotto: B2_0405424

McQueen approccia il cinema col piglio dell’artista visivo. Per lui la radiografia impassibile della brutalità non mira al pugno nello stomaco fine a sé stesso, né al gusto compiaciuto del voyerista. Mostrare la realtà senza eufemismi è il modo per essere assolutamente onesto e trasparente con lo spettatore, sollecitato però a qualcosa di più di una pura reazione viscerale. C’è un primo piano di Solomon, apparentemente inspiegabile, di un minuto e mezzo: proprio perché non accade nulla, lo spettatore finisce per sentirsi interrogato e chiamato in causa da una storia che è scritta sul volto stremato di un uomo passato attraverso l’orrore.

Le ambizioni autoriali di Steve McQueen però lasciano perplessi quando dal piano della composizione visiva si passa agli snodi del racconto. In Shame, la masochistica coazione a ripetere del protagonista si spiega, stringi stringi, con una disastrata storia familiare. In 12 Anni Schiavo l’ingombrante personaggio di Fassbender ripete il cliché del razzista sadico, paranoico, probabilmente impotente, sessualmente attratto dalla donna di colore. Ma la schiavitù è stata la conseguenza di un preciso sistema sociale, economico e culturale, mentre McQueen la trasforma nel frutto psicotico di un maniaco che vuole soddisfare le sue perversioni. Un percorso di riduzione della complessità che depotenzia anche lo stile ricercato delle inquadrature, la cui eleganza raffreddata finisce per diventare estetizzante e invece di oggettivare l’orrore lo spettacolarizza.

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