Non fidatevi dell’Hype, potreste non lasciare traccia. Puntate alle Hit, come ha fatto Federico Zampaglione

Meglio puntare sulla ribalta mediatica dovuta alla qualità delle canzoni e non all'eccentricità delle performance o ai pettegolezzi televisivi come hanno fatto i vari Achille Lauro, Paradiso ed Elodie

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Era il 1988 quando Chuck D e soci, leggi al secolo i Public Enemy, diedero alle stampe, allora la musica era ancora fisica, il brano Dont’t Believe the Hype. Come spesso è capitato loro, per nostra fortuna e sfortuna al tempo stesso, fortuna perché abbiamo avuto in sorte di essere loro contemporanei, sfortuna perché raramente quel che hanno detto ha trovato poi una qualche forma di reazione nella vita di tutti i giorni, già trentadue anni fa avevano identificato nell’Hype qualcosa cui non solo non credere, ma addirittura da stigmatizzare.

Hype. Se esiste una parola che oggi sembra destinata a incarnare lo zeitgeist è Hype, anche se saranno pochi quelli che sull’Hype mangiano che saranno disposti a confermarlo in pubblico.

Per Hype, non credo sia necessario spiegarlo con troppe parole, si intende quella sorta di dopaggio che si applica a qualcosa o qualcuno che si vuole in qualche modo spingere in alto, o più semplicemente quell’attenzione e aspettativa con cui lo si colora e ammanta. Avere Hype, generare Hype significa, in sostanza, essere desiderato, essere figo, essere atteso, esserci. Giocoforza l’Hype può essere pianificato o nascere spontaneamente, a seconda che un qualcuno o un qualcosa sia in effetti spinto dall’alto o dal basso.

Non so esattamente quando è successo, ma nei fatti da un certo momento in poi è stato l’Hype, da ora in poi semplicemente hype, a prendere il sopravvento, e quindi si è passati dal parlare, a ragione veduta, di qualcosa o qualcuno che c’era realmente, con motivazioni specifiche e giustificate, al parlare di qualcosa o qualcuno che doveva ancora esserci, spesso giustificando questo parlarne col parlarne stesso.

Faccio un esempio, recente. Achille Lauro è uno che ha hype, che genera hype.

Parecchio.

Prova ne è che ogni suo passaggio sul palco dell’Ariston ha fatto notizia, è diventato virale, ha creato una sorta di movimento di pensiero. Prima addirittura che si capisse cosa quei passaggi, quei costumi nello specifico, volessero o potessero significare. Figuriamo quindi rispetto al fatto che, lo abbiamo appreso in corso d’opera, quei costumi fossero in realtà una scelta editoriale, Iabichino docet, fatta da Alessandro Michele per Gucci.

Poco conta che poi siano bastati un paio di minuti e qualche parola scarabocchiata su un foglietto a Morgan per annullarne la potenza espressiva, quello sì gesto dadaista, seppur probabilmente senza neanche saperlo, via, tutto spazzato in un zot.

Prova ne è il clamore suscitato dall’annuncio, a solo una settimana dal Festival, del suo passaggio alla Warner Italia, come Chief Creative Director del prestigioso marchio Elektra, e come artista, notizia che ha dato poi vita a un ping pong di smentite e controsmentite da parte della Sony, la sua vecchia casa discografica e il suo management.

Poco conta che poi sia bastato un minuto e mezzo di deliri in radio di Elodie, lì a dire che una battuta innocente di Masini era un atto di body shaming, delirio subito sostenuto da una marea montante di personaggi discutibili, pronti a cavalcare l’hype del momento, appunto, hype tanto velocemente montato quanto altrettanto velocemente sgonfiatosi nel giro di un paio di giorni, il tempo di pensare quanto sia triste una giovane artista che prova a sfruttare un piccolo accadimento personale per far parlar di sé a fronte di un album che stenta a decollare e archiviare poi il tutto nel folder delle notizie irrilevanti.

Prova ne è la curiosità suscitata da quell’annuncio su un futuro cambiamento fatto sui social, con quella foto che riproduceva La Pietà di Michelangelo con lui a fare il Cristo, e i termini che in effetti hanno accompagnato il tutto vagamente mistici lo sono, e Elena D’Amario a fare la Madonna. Annuncio che poi si è rilevato essere una mezza buffonata, con il nome cambiato in corsa, da Achille Lauro a Achille Idol, si suppone per mere faccende contrattuali, che è un po’ come se da oggi io mi firmassi Il Monina invece che Michele Monina, e il linguaggio mistico a coronare l’annuncio del tour pertinente come i commenti di Adani quando ci vuole spiegare che un calciatore risibile come Vecino sia in realtà la quintessenza del calcio uruguaiano ai suoi massimi livelli.

Poco conta che, neanche il tempo di dire, “Ma dai, ora si chiama Achille Idol, che idea” e aggiungere “E parla di sé manco fosse Gesù Cristo” che Gesù Cristo, quello vero, è stato evocato da mezza Italia per il Coronavirus, giusto a portare un po’ di apocalisse sulle nostre tavole, con tutta quella violenza che chiunque sia stato connesso col mondo nelle ultime ore ben conosce.

Achille Lauro, o forse per non far incazzare Sony dovrei dire Achille Idol ha l’hype, lo genera, è figo.

Peccato abbia solo quello. Gli manchino, cioè, le canzoni, le hit.

Poche lettere di differenza, tra hype e hit, ma tanta, tantissima differenza nei fatti. Perché senza le canzoni, se l’hype è applicato alla musica, significa semplicemente essere destinati molto presto a scomparire di scena, dimenticati, o semplicemente sgonfiati.

Ben lo sa lo stesso Morgan, uno che l’hype se lo sa costruire con un talento da cane da caccia, capace di manipolare i media come pochi altri. Chi lo ha visto in faccia l’altra sera dalla D’Urso, a Coronavirus già scoppiato, ha capito come lui, che tutti definiscono con una certa leggerezza un drogato poco lucido, in realtà sappia perfettamente quel che gli succede intorno, e al momento gli sta succedendo intorno che la sua hype è in via di estinzione, per chiare ragioni di ordine pubblico.

Avesse le canzoni, anche lui, Morgan, la faccenda sarebbe totalmente differente. Perché, magari, anche nel momento in cui non si parlasse costantemente di lui, come accadrà nelle prossime ore, giorni, settimane, ci sarebbero le canzoni a lavorare per lui, anche in sua assenza.

Invece niente. Da una parte un personaggio che si è convinto che emulare, magari anche in maniera figa, David Bowie, Renato Zero o Lady Gaga, seppur in presenza di cagatine come Me Ne Frego laddove gli artisti su menzionati hanno sfornato fior fiore di capolavori fosse sufficiente, dall’altra un mago della comunicazione, un mago inconsapevole, più istintivo che razionale, vero, ma pur sempre un mago, che a parte saper manipolare i media, usare la tv, esserci, non ha più canzoni rilevanti da quasi venti anni. Bye bye hype.

Sempre parlando di hype, e di hype in assenza di hit, guardate che fine del cazzo ha fatto Tommaso Paradiso. Solo un paio di mesi fa sembrava che ci fosse solo lui. Non si parlava d’altro. La sua faccia incorniciata dalla barba era la sola faccia. Le sue canzoncine fatte coi suoni brutti degli anni Ottanta ce le spacciavano per le sole canzoni. Poi ha sfanculato la band, ha tirato fuori sta robetta di Non Avere Paura, canzone il cui titolo oggi potrebbe valergli il primo posto in classifica, e il suo soufflé si è sgonfiato clamorosamente. Puf, scomparso nel nulla. Perché hai voglia di parlare di biscotti inzuppati nel latte, se poi tiri fuori canzoni loffie, come in questo caso, la gente ti segue per un po’ ma preso si occupa d’altro, bye bye hype. Così lui, che ambiva a essere l’Umberto Tozzi del nuovo millennio, l’Antonello Venditti del nuovo millennio, al momento si può godere solo il secondo posto della Lazio, e se tanto mi da tanto mi sa che si godrà poco pure quello.

Tutte storie di gente che è quel che è, cioè un cazzo, più in virtù del lavoro che è stato fatto loro intorno che per reali meriti conquistati sul campo. E parlo non solo di Achille Lauro o Idol che dir si voglia e Paradiso, ma anche della stessa Elodie. Il grande nulla, l’assenza totale di repertorio (Paradiso magari un po’ di repertorio ce l’avrebbe pure, ma ha peccato d’alterigia, volendo ballare da solo).

Chi invece il repertorio ce l’ha, chi ha le hit, non ha affatto bisogno di hype, perché l’attenzione arriva da sola, e rimane.

Esattamente venti anni fa, oggi, è uscito un album che fa ancora parte pesantemente della nostra storia musicale. Anzi, che fa parte della nostra storia musicale, a prescindere dall’oggi o dai venti anni passati nel mentre. Parlo di La Descrizione Di Un Attimo dei Tiromancino. Un album che all’epoca ci fece sobbalzare sulle sedie, almeno a chi di noi era attento alla musica che girava intorno, e che col tempo, nei mesi successivi all’uscita, si è dimostrato non solo un blockbuster, ma una sorta di matrice che avrebbe dato vita a non so quanti tentativi di imitazione, non esattamente riuscitissimi. I Tiromancino erano allora una band composita, coi fratelli Federico e Francesco Zampaglione e Laura Arzilli, coadiuvati per l’occasione da Riccardo Sinigallia, produttore di questo lavoro e voce nel brano Strade, presentato al Festival della Canzone Italiana di Sanremo. La Descrizione Di Un Attimo, ma questo succederà più avanti, sancirà anche la fine di questa formazione, con il solo Federico Zampaglione a tirare le fila del progetto fino a oggi, ma questa è altra storia. Nei fatti questo particolare mix di musica d’autore, con sfumature battistiane ben rappresentate dal canto di Zampaglione nel brano eponimo, di quello che oggi viene erroneamente chiamato indie, ma che all’epoca era attitudine all’indipendenza, all’underground, splendidamente incarnato nel brano Il Pesce, un certo sguardo attento alla musica urban, ottimamente rappresentato in quella perla di Muovo Le Ali Di Nuovo, brano che vedeva coinvolto anche Ice One, un gigante del beat, o nella finale Roma di notte, ancora con il feat di Sinigallia ma anche con quella di Frankie Hi NRG Mc, regista anche dei video che hanno accompagnato i singoli, ma più semplicemente di pop elevato all’ennesima potenza, come ben dimostra l’evergreen Due Destini, assurta a inno generazionale grazie al suo essere finito dentro il film di Ozpetek Le Fate Ignoranti, ma ancora oggi molto amato dal pubblico italiano, nei fatti, questo mix di attitudini e musiche differenti hanno portato La descrizione di un attimo a aprire un ponte tra quella che fino a quel momento era la musica alternativa e il mainstream, e, per dire, uno come Tommaso Paradiso, non fosse per Zampaglione, oggi starebbe a gestire il patrimonio di famiglia, invece che a fare canzonette.

Perché quel che Zampaglione ha poi dimostrato con gli album precedenti non è stato solo e tanto di essere stato lui la vera anima anche di quell’album, nonostante in molti avessero puntato tutto sulla sua capitolazione una volta messasi in pratica la divisione tra lui e gli altri membri del gruppo, ma ci anche detto che nel corso del tempo ha saputo tirare fuori dal cilindro ancora tante altre belle canzoni, solide, consistenti, vere. Capaci, quindi, di esserci anche in assenza di una costruzione fittizia, di un qualche hype costruito a tavolino, o, magari raggiunto per attitudine personale.

Sappiamo tutti, per dire, che la vita privata di Zampaglione è stata toccata negli ultimi anni da almeno due fatti che avrebbero potuto serenamente, beh, serenamente poco, essere usati per cavalcare la cronaca. Fatti legati ai sentimenti e alla famiglia. Ma nulla di tutto questo è avvenuto. Niente sentimenti sbattuti in piazza o fatti propri elevati a bandiera per conquistare la Luna. Inseguire le hit invece dell’hype, questo ha fatto Zampaglione nel corso della sua carriera. Giocando coi generi, tanti, dal blues al funky, cazzo se ripenso a Bruciare mi metto a muovere la testa all’impazzata oggi come oltre venti anni fa, quando è uscita, passando per l’alt country, il pop lieve, l’RnB.

Prendessero nota tutti quelli che oggi pensano che basti vestirsi da buffone o fare i maliardi a beneficio di telecamera per poter ambire a rimanere nel tempo. Senza le hit si scompare presto. Per sfortuna, vostra, e fortuna, nostra.

Non fidatevi dell’hype. Questo è invece l’invito rivolto a voi pubblico. Inseguire successi effimeri può anche essere divertente, leggero, ma è destinato a non lasciare traccia. Dentro o fuori di noi.

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