Cattive Acque, il film con Mark Ruffalo nella tradizione del cinema civile americano

La storia vera dell'avvocato che denunciò il colosso chimico colpevole di disastro ambientale. Il maestro del mélo Todd Haynes dirige evitando il sensazionalismo. Un racconto di solitudini. E della doppia anima dell'America

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C’è chiaramente una storia vera dietro Cattive Acque, della quale Mark Ruffalo, protagonista e produttore del film, venne a conoscenza leggendo nel 2016 un articolo del New York Times, L’avvocato che divenne il peggior incubo di DuPont. Rob Bilott è l’avvocato di un importante studio legale di Cincinnati specializzato nell’assistenza di grandi gruppi industriali del settore chimico. Viene contattato da Wilbur Tennant (nel film Bill Camp), un agricoltore della Virginia Occidentale intenzionato a denunciare uno stabilimento industriale che, a suo dire, ha sversato rifiuti chimici inquinanti nelle acque della zona, causando un disastro ambientale di enormi dimensioni e un aumento vertiginoso dell’incidenza dei tumori nell’area.

Il legale, che ha vissuto la sua infanzia da quelle parti, prende a cuore la faccenda e comincia a indagare, scoprendo l’amara verità. E cioè che il colosso chimico DuPont, consapevole del danno, aveva riversato per decenni nel fiume Ohio un agente chimico sintetico, il PFOA (l’acido perfluoroottanico), utilizzato per la produzione del Teflon, la sostanza di cui sono rivestite le padelle antiaderenti. A quel punto Bilott intraprende una interminabile battaglia legale, piccolo Davide contro il gigante DuPont, una class action terminata vent’anni dopo con un enorme risarcimento danni di 670 milioni di dollari per oltre 3500 querelanti.

Cattive Acque è un film nella migliore tradizione del cinema civile americano. Ed è apparentemente strano che a dirigerla Mark Ruffalo abbia voluto Todd Haynes, un regista normalmente associato al melodramma, di cui ha offerto i migliori esempi degli ultimi anni, Lontano Dal Paradiso e Carol. Haynes ha messo la sua sensibilità al servizio del racconto, però non eclissandosi dietro una narrazione cui ha aggiunto notazioni proprie della sua cifra stilistica.

Emerge in primo luogo in Cattive Acque il legame con l’esempio del cinema d’indagine degli anni Settanta, quello di Tutti Gli Uomini Del Presidente per intendersi, per quell’approccio non sensazionalistico ma sempre attento alla logica dei fatti e alla loro minuziosa progressione. Bilott è un uomo metodico che lavora sullo sterminato archivio che i legali della DuPont gli mettono a disposizione, nella speranza che in quell’interminabile mole di documenti non riesca a individuare le prove della loro colpevolezza. Quello che invece l’avvocato fa, pedinato da una regia che ha la sua stessa silenziosa metodicità.

In un’epoca in cui i thriller sono diventati puzzle temporali con continui andirivieni tra flashback e flashforward, solitamente utilizzati per amplificare misteri, tensioni ed emozioni, Haynes opta per un racconto lineare, che segue puntigliosamente la scansione cronologica progredendo un anno dopo l’altro, un (lento) passo in avanti dopo l’altro di un’indagine frustrante, osteggiata in ogni modo.

E pur nell’ottimismo legato allo scioglimento positivo della vicenda – i buoni alla fine, come si dice, vincono –, Cattive Acque mantiene un tono sommesso e tutt’altro che trionfalistico, a partire da una fotografia cupa, che giostra tra le tonalità verdognole, fredde e asettiche del mondo delle corporation, e tinte giallastre, spente, come se a essere contaminato fosse l’intero mondo, fisico e morale, del racconto.

Cattive Acque

Haynes mostra il suo stile anche nella capacità di raccontare la doppia anima del protagonista. Bilott è diventato socio di un importante studio legale di una grande città, ma mantiene una sensibilità da “campagnolo” – così lo apostrofa stizzito un legale della DuPont –, che fa scattare la sua adesione istintiva per la fierezza dell’agricoltore Tennant. Un personaggio dietro il quale si agita un mondo che è quello degli sconfinati spazi aperti dell’interno del paese, di ambienti sociali che vivono secondo regole e ritmi diversi da quelli delle metropoli, con le canzoni country di John Denver e Johnny Cash. Una realtà che Haynes non idealizza – Tennant viene isolato dalla sua comunità, la cui vita materiale dipende dalla fabbrica della DuPont – ma che racconta con precisione e adesione.

Cattive Acque è quindi anche il racconto di una solitudine. Bilott per storia personale e caratterialmente è un uomo estraneo all’ambiente nel quale vive. E la sua ossessione legalitaria mette a dura prova la vita familiare con la moglie Sarah (Anne Hathaway) e le relazioni professionali stabilite nel corso di una vita. E qui alla fine, esattamente come nei suoi melodrammi, Haynes fa percepire quanto sia difficile e quale prezzo comporti, sempre, il tentativo di essere integralmente sé stessi.