Mi è bastato stringere tra le mani una Noah Paraffina per desiderare di tornare a suonare e a scrivere romanzi

A Sanremo ho avuto l'onore di stringere la chitarra di alluminio prodotta da Renato Ruatti per Noah Guitars e disegnata da Lorenzo Palmeri per Lou Reed

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In realtà non ho mai saputo come si chiamasse davvero Ayala. Immagino che quello non fosse il suo nome. Anzi, ne sono certo. Era un soprannome che gli era stato sicuramente dato per quel suo sembrare un indiano, e in tempi di non politicamente corretto, da intendersi non come politically unconrect, intendiamoci, ma proprio di assenza del concetto di corretto o non corretto politicamente, così funzionava neanche troppo tempo fa, e allora, parliamo di una trentina di anni fa, Ayala era il soprannome che qualcuno aveva affibbiato a Ayala per quel suo sembrare un indiano, inteso come un nativo americano. Perché ai miei tempi così venivano chiamati i nativi americani, indiani, in genere dipinti anche come i cattivi da contrapporre ai buoni, i cowboy. Il nome, è noto, derivava da quell’errore tutto italiano di Colombo, che era arrivato lì, nelle Americhe, convinto di essere arrivato in India, vedi a non sapere bene come era fatta la geografia del mondo.

Ayala era quindi Ayala, tutti lo chiamavano così, e così lo chiamavamo anche noi, che eravamo decisamente più giovani di lui e a cui lui, Ayala, era stato da subito presentato con quel nome. Forse, vado a memoria, ci si era presentato lui stesso così: “Piacere, Ayala”. Sia come sia, nessuno di noi sapeva il suo vero nome, e nessuno di noi sapeva neanche esattamente quanti anni avesse. Perché era chiaro a tutti che fosse parecchio più vecchio di noi, ma quando si è molto giovani, all’epoca avevamo tutti meno di venti anni, è difficile distinguere le età degli adulti. Tendono tutti a sembrare vecchi, senza quelle sfumature che, una volta cresciuti, tendiamo a darci non fosse altro che per prendere le distanze da quelli più anziani di noi, e con loro dall’idea della morte. Credo, andando indietro con la memoria, avesse una ventina d’anni più di noi, quindi oggi dovrebbe avere intorno ai settant’anni. Sapevamo solo che sembrava in effetti un indiano, in quel senso lì, che lavorava in una piattaforma petrolifera, al largo di Ancona, motivo per il quale spesso era via, lontano, ma quando c’era non aveva praticamente nulla da fare, e passava le giornate con noi, lì in sala prove, a suonare la sua chitarra elettrica, una Fender bianca dal suono liquido come raramente mi è poi capitato di sentire in vita mia.

Quando dico sala prove, in realtà, intendo il garage di Massi Di Prenda, il mio amico batterista. Massi abitava, anzi, abita ancora, in una zona residenziale di Ancona, dalle parti del Passetto. Sotto casa sua, nel suo condominio, c’era un garage che aveva anche una sorta di mansarda. Massi l’aveva insonorizzata e lì aveva messo la sua batteria, con la quale si esercitava tutto il giorno. La storia di Massi era piuttosto nota in città, perché era sopravvissuto a un intervento al cuore che quasi tutti davano per impossibile, di quelli che per farli si doveva volare in America, e volare in America quando Massi era piccolo, cioè quando anche io ero piccolo, perché Massi aveva pochi anni meno di me, era una cosa molto complicata e anche molto costosa. Lui era sopravvissuto a quell’intervento, anche se poi in molti pensavano non sarebbe durato a lungo. Lo ha ricordato quando ha festeggiato i suoi primi quarant’anni, come Marina Ripa Di Meana, perché a volte sovvertire le aspettative negative che ci si porta cucite addosso è fatto meritorio che va esibito con orgoglio. Di fatto Massi era e è uno dei più grandi appassionati di rock che io conosca, in modo particolare dell’hard rock e del metal. Aveva imparato a suonare la batteria, fatto che lo aveva reso raro tra i miei amici, quasi tutti come me dediti alla chitarra, e suonava con un numero incredibile di band. Tra queste c’era questo strano gruppo senza nome che aveva messo su con me e Ayala. Strano perché, a differenza di alcune di quelle band che lo stesso Ayala idolatrava, dai Creem ai Led Zeppelin, mancava il basso, mentre c’erano due chitarre elettriche, la sua, solista, e la mia, ritmica, e la batteria. Io, poi, cantavo, perché passi di fare del rock senza basso, ma senza cantante no, non si poteva fare. A accomunarci tutti, e per tutti intendo noi tre, c’era l’amore per il rock classico, quello degli anni sessanta e dei primi anni settanta, ma anche per il southern rock. Era stato proprio Massi a introdurmi a questo genere, facendomi diventare di lì a breve un grande fan dei fratelli Allman, dei Lynyrd Skynyrd, con quel nome talmente impronunciabile da finire anche come titolo di un loro album, dei Molly Hatchet. Provare a riproporre le canzoni di quelle band con quel trio era faccenda complicata, perché eravamo decisamente troppi pochi, ma ci si provava, e ci si provava a lungo. Pomeriggi e pomeriggi lì, nel garage insonorizzato di Massi, mentre i genitori erano fuori al lavoro e i vicini, evidentemente, pure.

Durante le pause, dovute più che altro al fatto che dopo un po’ mi facevano male le mani, per la foga che mettevano nel riproporre quei pezzi, Massi ci faceva vedere le ultime memorabilia che aveva acquistato, non ho mai capito dove. Statuette dei Kiss, magliette dei questa o quella band, pelli della batteria customizzate. Poi si riprendeva.

L’ultima volta che ho provato con Ayala, credo fossimo ancora negli anni Ottanta, era su una cover di Mistreated dei Deep Purple, dall’album Burn, quello in cui a cantare era David Coverdale. Un brano piuttosto difficile da cantare, perché Coverdale, come tutti i cantanti hard rock, ha una estensione notevole. Io lo avevo conosciuto per Here I Go Again, ballad mid-tempo divenuta una hit con la sua band, gli Whitesnakes. Erroneamente inclusi, per noi che seguivamo il rock americano come potevamo, attraverso le poche radio che li passavano, attraverso certi video che passavano a Deejay Television, attraverso le poche pubblicazioni editoriali che arrivavano nelle nostre edicole e, economie personali permettendo, nelle nostre camerette, nel calderone del cosiddetto hair rock, cioè quella branca dell’hard rock caratterizzato più per le pettinature di chi lo suonava che per un vero e proprio suono, gli Whitesnakes erano finiti nelle nostre cassette a base di Bon Jovi, Poison, Hanoi Rocks, LA Guns e affini, dove per affini si intendevano band considerate minori come i Mr Big o gli Extreme, vedi tu l’ingenuità adolescenziale. Ayala sapeva suonare un po’ tutte quelle canzoni, ricordo una sua versione lancinante di Still got the Blues di Gary Moore, ma preferiva concentrarsi sui classici, come appunto Mistreated dei Deep Purple.

All’epoca, credo e spero come oggi, funzionava così, nella musica come nello sport. Ti ritrovavi a giocare a calcio in un campetto del quartiere, nel mio caso quello del Pincio o della Lunetta, se c’era modo provavi a giocare coi ragazzi più grandi e da loro provavi a imparare qualche trucco, qualche giocata, che poi ti sarebbe tornata utile una volta che avresti ripreso a giocare coi tuoi coetanei. Lo stesso con la musica. Suonavi con Ayala e ti apriva un mondo, quello del rock classico, che per anagrafe non avevi potuto vivere in prima persona. Certo, conoscevi i superclassici, ma per dire, Burn dei Deep Purple non lo avevi ancora sentito, non c’eri ancora arrivato. Ayala te lo faceva sentire e andava oltre, ti faceva pure provare a suonarlo, a cantarlo, arricchendoti, letteralmente. Quei pomeriggi passati con lui in garage, lì da Massi, erano un vero e proprio corso accelerato di rock, fatto con uno che magari non ne aveva fatto parte come protagonista, perché seppur non ne conosca ancora il nome sono abbastanza certo che Ayala non sia stato sotto altro nome uno dei protagonisti del rock internazionale o nazionale, come un Sixto Rodriguez di provincia, ma da uno che di rock ne capiva parecchio. Lo suonava, lo viveva, dedicandoci buona parte del suo tempo libero, quello cioè che non passava su una qualche piattaforma petrolifera lungo l’Adriatico. Non era un modo particolare per provare a fare tiri a effetto su punizione, come magari capitava al campetto della Lunetta, ma era esattamente quella magia lì, un passaggio di consegne generazionale, un testimone che passava dalla sua Fender bianca alla mia Melody Vintage della Eko. Per dire, è stato lui il primo a insegnarmi a suonare con l’accordatura aperta da slide, usando una bottiglia infilata nel medio della mano sinistra come letterale bottleneck, è stato lui a farmi capire che per prendere certe note in alto dovevo giocare di diaframma, io che neanche sapevo di averlo, un diaframma.

A un certo punto io Ayala l’ho perso di vista.

Ho lasciato Ancona, per Milano, e dopo poco ho anche lasciato la chitarra, per dedicarmi totalmente alla scrittura. Massi lo sento con una certa costanza, devo dirlo, quasi sempre grazie a lui. Non ha più da tempo la sala prove in garage, si è preso una casetta in campagna dove ha spostato la sala prove di tutte le band nelle quali continua a suonare, su tutte i Kurnalcool, vera e propria leggenda delle mie parti, sorta di Skiantos in versione Heavy Metal totalmente dediti al culto del vino, di qui il genere Vì Metal.

Ogni volta che viene su a Milano per un qualche concerto rock, e se c’è una band rock che suona da quelle parti potete star certi che lui è lì presente, mi avvisa, ma io sono diventato un po’ asociale, dedito al culto del mio divano più che delle grandi arene per concerti. Capita quindi che quando ci vediamo e quasi sempre in Ancona, la nostra città. Credo che l’ultima volta che abbiamo suonato insieme fosse negli anni Novanta, probabilmente quando per qualche tempo abbiamo militato nella formazione da cui sono nati poi gli Epicentro, la band punk-hardcore con la quale per un certo periodo ho spaziato per il centro Italia, trainati dalla hit Pentiganò. Anzi, credo che quando l’abbiamo scritta, Pentiganò, io e il mio amico fraterno Giacomo Curzi, oggi affermato avvocato penalista, ci fosse proprio Massi alla batteria, quindi in una formazione degli Epicentro, non ancora Epicentro, totalmente differente da come le gente l’avrebbe conosciuta. Con due bassi, quello di Giacomo e quello di Roberto, poi unico bassista della band, con Massi alla batteria al posto di Michele, con me alla chitarra, senza ancora Marco. Emanuele, che negli Epicentro avrebbe cantato, non era ancora arrivato. Nella mia testa, l’ho raccontato poi nel romanzo Anime @ Losanghe, la band si sarebbe dovuta chiamare Dead Kossigas, chiaro omaggio sia ai Dead Kennedys sia a un periodo che proprio in quegli anni era in via di archiviazione, quello in cui Cossiga, allora Presidente della Repubblica, era il periodo delle picconate, per intenderci, si scriveva ancora con la kappa. Io, che avevo suonato la chitarra in Mistreated con Ayala, e che per anni avevo suonato violoncello all’Istituto Pergolesi, allievo del maetro Maroncelli, per suonare punk ho letteralmente dovuto dimenticare tutto quello che sapevo fare, credo che chi ha avuto il piacere di ascoltarci, allora, lo può ben testimoniare. Anche di quel periodo, come di tutti i pomeriggi passati nel garage di Massi, con Ayala, non resta alcuna prova, né audio né fotografica. C’è giusto qualche video del periodo degli Epicentro che gira per il tubo, ma lungi da me facilitarvi la ricerca dicendovi come andarli a trovare. Probabilmente la sola traccia storica di tutto quel periodo è racchiuso appunto nei miei racconti di allora, nei tre romanzi che a quel periodo ho raccontato, oltre al giù citato Anime @ Losanghe, Questa Volta Il Fuoco e Una Notte Lunga Abbastanza, da qualche mese tornati in libreria in un unico volume, dal titolo Avrei Voluto Tutto, edito da PeQuod. Proprio in quella raccolta campeggia in copertina la mia Melody Vintage della Eko, versione fake della Fender Strato che per anni ho esibito nei peggiori locali di Caracas. Si possono distinguere quelli che all’epoca erano i miei feticci, dal Bart Simpson che fa surf all’adesivo sugli ottanta anni della Settimana Rossa di Ancona. Quello che non si può sentire è però il suono che da quella chitarra, comprata dopo uno dei tanti fallimenti del noto marchio marchigiano, riuscivo a tirare fuori.

A Sanremo, per Attico Monina, ho avuto l’onore di stringere tra le mie mani una Noah Paraffina, la chitarra di alluminio prodotta da Renato Ruatti per Noah Guitars e disegnata da Lorenzo Palmeri per Lou Reed. Una chitarra dal suono incredibile, non una vibrazione, un suono fuori posto. Ecco, l’idea di dovergliela restituire mi immalinconisce quasi più del pensiero che nel mentre il tempo è passato e io non sono più uno che suona la chitarra, ma uno che ne scrive.

Resta sempre l’idea, prima o poi, di rimettere insieme la band. Passato il venticinquennale, chissà, dovremo aspettare il trentennale, nel 2024, o, da veri anarchici punk, fregarcene di tutto e farlo quando cazzo ci pare. Magari proprio con una Noah Paraffina tra le mani.

Potrebbe anche essere la volta buona che torni a scrivere narrativa, fatto che immagino verrebbe ben accolto dai tanti hater che ho raccolto in questi anni fiammeggianti da critico musicale, almeno per un po’ non starei a scrivere di musica. Anzi, proprio la scusa del tour della reunion potrebbe diventare oggetto di un nuovo romanzo, e al tempo stesso scusa per la reunion stessa. A questo punto, però, oltre alla band, sarebbe bello avere in scena anche Massi e Giacomo, e per questo mi basteranno immagino un paio di telefonate. Tocca solo capire che fine ha fatto Ayala. Se qualcuno ha notizie si faccia vivo, non vorrei essere costretto a tirare in ballo la Sciarelli, ma sappiate che se è necessario farò anche quello. Punksnotdead, oggi come allora.

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