Gli Anni Più Belli, Muccino racconta le emozioni di una generazione

Dagli anni Ottanta a oggi, la storia di quattro amici tra sentimenti, tradimenti, speranze. Guarda a “C’Eravamo Tanto Amati”, però senza la grande Storia. È il ritratto di una generazione di orfani. Che punta sulle star Favino, Ramazzotti, Rossi Stuart e Santamaria

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Gli Anni Più Belli di Gabriele Muccino parte bene al botteghino, primo giorno in testa alla classifica e buone aspettative per questo weekend di San Valentino, dopo gli ottimi incassi del precedente A Casa Tutti Bene (10 milioni). Lì aveva concentrato in un unico tempo e un unico spazio un gruppo di famiglia, stavolta si distende lungo un quarantennio, dagli anni Ottanta a oggi, per raccontare a modo suo una generazione.

Simboleggiata da un quartetto di amici per la pelle che gli anni e le alterne vicende uniscono, separano, riappacificano. Li incontriamo adolescenti negli anni della scuola, li vediamo trasformarsi poco a poco. Giulio (Pierfrancesco Favino), figlio povero del meccanico si laurea in legge e fa la scalata sociale, tradendo legami e ideali; Riccardo (Claudio Santamaria), coi genitori fricchettoni, ha l’aspirazione traballante di diventare critico cinematografico; Paolo (Kim Rossi Stuart), sensibile e introverso, fa la trafila da precario per insegnare a scuola, eternamente innamorato della fidanzatina di gioventù, Gemma (Micaela Ramazzotti), la donna intorno a cui ruotano storie e passioni dei tre amici.

Dichiarato l’omaggio de Gli Anni Più Belli a C’Eravamo Tanto Amati, coi personaggi chi più chi meno tratteggiati su quelli del film di Ettore Scola e sequenze che Muccino ripete volutamente (un litigio tra Favino e il suocero Acquaroli è identico a quello tra Gassman e Aldo Fabrizi). Quello che manca è il rapporto tra i personaggi e il contesto. In C’Eravamo Tanto Amati, per Gassman, Manfredi e Satta Flores la grande Storia nazionale era il tutto che ne modellava, a partire dalla comune partecipazione alla Resistenza, il carattere, i comportamenti, le delusioni – per un paese incapace di essere all’altezza delle loro aspettative.

Ne Gli Anni Più Belli, invece, i passaggi epocali restano un fondale, sbucano qua le là, principalmente da uno schermo televisivo – perché la Storia la guardiamo più che viverla –, dalla caduta del Muro di Berlino, a Tangentopoli all’11 settembre. Ma sono cose che scivolano addosso ai protagonisti: il film tende soprattutto a scandagliare i loro intrecci sentimenti, le difficoltà pratiche, utilizzando almeno fino a un certo punto del racconto lo stile a perdifiato tipico di Muccino, i personaggi col cuore a mille letteralmente trascinati dalle proprie emozioni.

Lo scollamento tra personaggi e vicende storiche però non è un difetto del film semmai, secondo Muccino – che firma la sceneggiatura insieme a Paolo Costella -, una caratteristica che ha a che vedere con quello che proprio a partire dagli anni Ottanta si definì riflusso, il progressivo ritorno al privato dopo decenni d’impegno e d’ideologia. I tre ragazzini incrociano solo casualmente la Storia: nel 1982 escono da una discoteca, si trovano nel bel mezzo di uno scontro di piazza (chi protesta contro cosa e perché? Non si sa, per il film è ininfluente) e Riccardo viene ferito. Però non fa che ripetere che lui, con quel che sta succedendo, non c’entra niente.

E per tutto Gli Anni Più Belli i protagonisti continuano a non c’entrare niente con i vari decenni, assorbiti dalle loro vicende personali. E probabilmente in questo, dal punto di vista dell’autore, sono rappresentativi di generazioni che il rapporto col contesto storico l’hanno vissuto in maniera via via meno viscerale. In un certo senso è come se Giulio, Riccardo, Paolo e Gemma fossero soli, orfani del proprio tempo. Ed orfani lo sono per davvero: i loro genitori o sono morti, o sono malati, arrendevoli, violenti. Quindi la vita dei personaggi si svolge tutta nel perimetro materiale del lavoro e soprattutto sentimentale delle turbolente vicende affettive, degli amori e poi del difficile rapporto coi loro di figli – perché non è semplice essere di buon esempio per una generazione senza padri e madri.

Da sinistra Rossi Stuart, Favino, Santamaria e Ramazzotti

L’unica madre sembra Roma, che attraverso quarant’anni resta, seppur vista di scorcio, sempre calda e accogliente, con le sue strade e piazze assolate, le trattorie giusto un po’ più eleganti, ma nemmeno così diverse dai tempi di C’eravamo Tanto Amati. L’altro collante è il cinema: perché se non hai una Storia collettiva cui appigliarti allora è meglio prendere un racconto fondativo del nostro immaginario come quello di Scola e ripeterlo, per sentire di appartenere a una tradizione (con la consapevolezza però, come nella scena della Fontana di Trevi, che è impossibile rianimare il passato). E così non sentirsi soli.

Gli Anni Più Belli ha cose che lasciano perplessi. Manca il coraggio della cattiveria, la nostalgia e l’elegia si depositano sui personaggi che Muccino vuole ostinatamente perdonare – per perdonarsi, per perdonarci e blandirci. E in questa focalizzazione sui sentimenti che dimentica la Storia, il film finisce per slittare dal dramma quasi verso il fotoromanzo, nelle psicologie sommarie e in certi dialoghi tirati via: “La nostra amicizia è sacra, ma ormai la frittata è fatta. Cerca di pensare in grande”, dice Giulio; “C’ho tante tempeste che mi scuotono dentro”, dice Gemma.

Nel bene e nel male però questo è lo stile di Muccino, che filma da par suo e sa coinvolgere e commuovere lo spettatore. Al quale non vuole offrire l’affresco di un’epoca, ma un racconto in primo piano delle emozioni di una generazione giunta ai cinquant’anni, incapace anche per un solo attimo di guardare oltre sé stessa. Perché come dice Riccardo: “Basta parlare di noi. Adesso parliamo di noi”.