Rula Jebreal a Sanremo, lo straziante monologo sulla vittimizzazione secondaria spegne ogni polemica (video)

Il monologo di Rula Jebreal a Sanremo 2020, tanto rumore per un momento toccante di televisione sulla violenza di genere

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Tanto rumore inutile per un momento di bella, straziante ma doverosa televisione. Sarà ricordato così il caso Rula Jebreal a Sanremo 2020: giorni e giorni di polemiche che hanno rischiato di far saltare la partecipazione della giornalista, voluta dal conduttore e direttore artistico Amadeus, alla 70ª edizione della kermesse. Troppo politicizzata, troppo femminista, troppo impegnata per un palco su cui molti pretendono si portino in scena solo lustrini e canzonette. Alla fine la partecipazione della Jebreal è stata finalizzata e si è trasformata nell’unico vero momento non musicale degno di nota della prima serata del Festival.

Palestinese con cittadinanza israeliana e italiana, giornalista per CNN e New York Times, docente a Miami in un corso sui diritti umani (qui la sua biografia), è stata cercata da Amadeus a ottobre per portare un valore aggiunto al Festival, uno sguardo internazionale sulla condizione femminile. Lei ha proposto un monologo sui tanti diritti ancora negati alle donne e sulla violenza di genere, trovando Amadeus perfettamente d’accordo.

La Jebreal sul palco

Dopo aver bacchettato Amadeus con la sua prima uscita (“Cerchiamo di fare un passo avanti e di non fare gaffe“), Rula Jebreal a Sanremo 2020 ha tenuto il suo monologo poco prima della mezzanotte, leggendolo da due leggii: nel testo ha alternato storie di vita personale, dati e statistiche sul tema della violenza di genere e versi di canzoni che parlano di donne.

Il monologo della Jebreal ha avuto un unico grande filo conduttore: il tema della vittimizzazione secondaria delle donne oggetto di violenza, quella pratica odiosa per cui si tende a colpevolizzare chi riceve abusi, a ricercare nella vittima le cause del sopruso, ad accusarla di aver in qualche modo istigato la violenza subita o perlomeno di non averla evitata. Come si suole dire volgarmente, essersela cercata. Un fenomeno frequentissimo nei processi per violenza sessuale, ad esempio, quando un’indagine su uno stupro si trasforma in una radiografia della vittima, delle sue abitudini sessuali, delle pratiche anticoncezionali che usa, dei suoi vestiti, dei suoi atteggiamenti. Si chiama vittimizzazione secondaria proprio perché rende le donne vittime una seconda volta, dal punto di vista psicologico ed emotivo, schiacciate del giudizio altrui, dell’infamia di essere indotte a pensare meritarsi il male ricevuto.

Rula Jebreal ha raccontato di sua madre Nadia, che stuprata a 13 anni e costretta a non denunciare il suo abusatore si è uccisa dandosi fuoco, eliminando quel corpo che era stata la sua prigione: “Sono cresciuta in un orfanotrofio, tra figlie sfortunate: ci raccontavamo delle nostre madri, spesso stuprate, torturate e uccise” è l’incipit straziante del suo monologo. La giornalista ricorda i numeri “spietati” dei femminicidi e dei casi di violenze di genere, soprattutto in Italia (sei donne uccise solo la scorsa settimana, un record impietoso), violenze che avvengono perlopiù dentro le mura di casa. Ha raccontato il dolore di sua madre, la Jebreal, e quello delle donne non credute quando denunciano oppure indotte a non denunciare, ha citato Franca Rame e il suo celebre monologo Lo Stupro. E ha inframezzato il suo con i versi de La Cura di Franco Battiato, La donna Cannone di De Gregori, Sally di Vasco Rossi: “Queste sono tutte canzoni scritte da uomini, è la prova che è possibile trovare le parole giuste, parole che non siano solo cantate ma vissute ogni giorno. Dobbiamo urlare e lottare da ogni palco anche quando ci diranno che non è opportuno“. Il finale è una richiesta agli uomini: “Lasciateci essere quello che vogliamo, madri di dieci figli o di nessuno, casalinghe o donne in carriera, siate nostre complici: indignatevi insieme a noi quando ci chiedono ‘lei cosa ha fatto per meritarsi quello che le è accaduto’“. E ancora, contro la vittimizzazione delle donne e con un accenno alle polemiche che l’hanno riguardata in questi giorni: “Domani chiedetevi pure come era vestita la Jebreal, ma che non si chieda mai più a una donna come era vestita quando è stata stuprata. Non vogliamo più avere paura. Non abbiamo colpa. Lo devo alla mia mamma Nadia e a mia figlia che è qui“.

Un monologo toccante e volutamente duro, netto, asciutto, fin troppo crudo nelle immagini evocate, dal suicidio della madre all’infanzia in orfanotrofio. Qualcuno obietterà che c’entra poco con le canzoni, ma è stata un’incursione di realtà che ha decisamente alzato il livello della serata. La Jebreal ha parlato alle donne ma soprattutto alla fonte del problema, agli uomini, affinché non perpetuino modelli di mascolinità tossica. Ha parlato alle vittime e a chi dovrebbe difenderle, a sua figlia adolescente che la guardava dalla platea, ad un Paese che sulla questione di genere ha ancora troppo da recuperare, in primis in termini culturali e di educazione alla parità.

Senza Michelle Obama né Roger Waters

Nella conferenza stampa di martedì mattina la Jebreal ha spiegato di non essere riuscita ad ottenere un collegamento con Michelle Obama, che avrebbe voluto portare all’Ariston, seppur non fisicamente, come esempio di una donna di umili origini che dalla classe operaia di Chicago è riuscita a diventare un avvocato di successo e poi la first lady d’America. Ha chiesto alla Rai di riprovarci, ma intanto ha promesso che avrebbe portato con sé un videomessaggio di Roger Waters, il leggendario bassista dei Pink Floyd, come lei impegnato in numerose battaglie per i diritti civili e in particolare al fianco del movimento di liberazione della Palestina. Da sempre vicino al popolo palestinese e sostenitore del boicottaggio di Israele, Waters ha in passato polemizzato spesso con i colleghi che hanno accettato di esibirsi in Israele senza curarsi del mancato rispetto dei diritti umani e civili dei palestinesi (di recente, ad esempio, ne ha chiesto conto a Lana Del Rey). Il videomessaggio che avrebbe dovuto anticipare il suo intervento, però, non è andato in onda.

Le polemiche sul compenso

25.000 euro, si era detto in questi giorni, sarebbe stato il suo compenso per il monologo da realizzare nella prima serata. Cifra smentita dalla Jebreal in conferenza stampa, con la precisazione che non è quello il suo cachet e che sarà la Rai a rivelarlo a momento debito. Ma il compenso, che rivendica come giusto per una prestazione di lavoro e per aver dovuto lasciare per qualche giorno la sua cattedra universitaria, sarà devoluto per metà a Nadia Murad, l’attivista irachena yazida rapita e stuprata dai miliziani dell’Isis e che oggi aiuta il presidente francese Macron come consigliera sulle questioni mediorientali.

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