Il Diritto Di Opporsi, con Michael B. Jordan e Jamie Foxx: la legge non è uguale per tutti

Da giovedì 30 in sala il film di Destin Daniel Cretton, tratto dalla storia vera dell’avvocato Bryan Stevenson, paladino dei diritti civili. Un legal drama dai nobili intenti, che non sfugge a una certa retorica

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Ne Il Diritto Di Opporsi, Bryan Stevenson (Michael B. Jordan) è un giovane avvocato nero idealista. Laurea ad Harvard, grandi prospettive di carriera: lui però sceglie di andare in Alabama a difendere persone cui il sistema non ha garantito un equo processo, quasi sempre povere e di colore. I casi più drammatici sono quelli dei condannati a morte, tra questi Walter McMillian (Jamie Foxx), nero, nel braccio della morte per l’assassinio di una ragazza bianca diciottenne nel 1987, a Monroeville. Basta poco a Bryan per capire l’assurdità di quella condanna senza prove oggettive, basata su di una sola, sospetta testimonianza. Comincia la battaglia per riaprire un caso in cui la malagiustizia è palesemente la conseguenza di una cultura venata di razzismo, in una comunità in cui la gente di colore è saldamente al fondo della piramide, senza opportunità, soldi e difesa.

Il Diritto Di Opporsi è tratto dalla storia vera raccontata nel memoir omonimo di Bryan Stevenson, un uomo che il premio Nobel Desmond Tutu ha definito “il Nelson Mandela americano”, fondatore insieme all’attivista bianca Eva Ansley (nel film Brie Larson) della Equal Justice Initiative, organizzazione che fornisce rappresentanza legale ai prigionieri che potrebbero essere stati condannati erroneamente o senza un avvocato, garantendo la difesa a chi in Alabama sia coinvolto in casi che prevedono la pena capitale.

Il Ted Talk del vero avvocato Bryan Stevenson, cui s’ispira il film.

Monroeville è la città natale di Harper Lee, l’autrice de Il Buio Oltre La Siepe, capolavoro della letteratura americana che rappresenta un caposaldo dell’idea di giustizia statunitense, con la figura dell’avvocato bianco Atticus Finch che, negli anni Trenta, assiste un uomo di colore accusato di stupro di una donna bianca. Il procuratore distrettuale Chapman (Rafe Spall) invita Bryan a visitare il museo dedicato al libro – “una delle pietre miliari dei diritti civili nel Sud”, dice. Ma la sensazione è che, dagli anni Trenta, e nonostante la stagione dei diritti civili degli anni Sessanta, ancora nulla sia cambiato da quelle parti all’approssimarsi del nuovo millennio.

Il Diritto Di Opporsi è l’ultimo esemplare di quel nutrito filone del legal drama, che ha spesso svolto una funzione civica, un’opportunità per riflettere attraverso il cinema sullo scollamento tra princìpi democratici e loro incerta applicazione quotidiana. Il valore del film diretto da Destin Daniel Cretton sta esattamente nel rivelare quanto ci sia da fare, ancora oggi, per combattere pregiudizi, discriminazione razziale strisciante, un modello economico segnato da fortissimi squilibri che danneggiano sempre degli stessi. E come, anche, sia da riconsiderare la questione della pena capitale.

Qui Il Diritto Di Opporsi ha i suoi accenti più sinceri. Accanto alla storia di Walter, infatti, c’è quella di Herbert (Rob Morgan), anche lui nel braccio della morte, condannato per un assassinio che ha effettivamente commesso. Reduce del Vietnam con una grave diagnosi di disturbo da stress post-traumatico, un uomo abbandonato a sé stesso con una vita finita in tragedia. Il film ne segue la vicenda fino al rituale macabro di avvicinamento a quella morte saggiamente lasciata fuori campo, ma riflessa attraverso lo sguardo di Bryan, che assiste all’esecuzione. E in quello sguardo sbigottito, nel fuori campo silenzioso, il film trova i momenti più alti in un racconto che offre in gran parte una rappresentazione di più prevedibile, per quanto comprensibile, didascalicità.

Il punto di vista è sempre quello nobile di Bryan, le parole sono sempre quelle giuste (“Il mio lavoro non è rendere felice la gente, ma ottenere giustizia per il mio cliente”) di un avvocato inflessibilmente dedito alla sua missione. Di Bryan sappiamo poco o nulla, la sua identità è inscritta nella sua dimensione professionale, senza un privato, e non aiuta l’interpretazione legnosa di Jordan. Brie Larson è una pura funzione narrativa – sebbene si tratti di una figura esistente, sembra messa lì per dimostrare che esistono anche bianchi non razzisti –, mentre Jamie Foxx e la comunità di colore tutta svolgono il ruolo di controcanto morale, in nobile attesa di una giustizia che non arriva, senza però mai trascendere in atti di aperta disobbedienza.

I cattivi sono guardati sempre attraverso la prospettiva dei buoni, dunque quasi privi di parola. E sono come da previsioni, rozzi e ottusi, dal procuratore al fondo imbelle allo sceriffo dallo sguardo minaccioso, con la polizia che, si scopre, ha condotto un’indagine contraria ai più elementari princìpi di tutela dell’indagato. Di fronte a una visione così semplificata della realtà, si rischia di pensare che i problemi dipendano dai singoli, dall’uomo sbagliato al posto sbagliato. Mentre quando leggiamo in una didascalia finale che lo sceriffo della contea, dopo il rilascio di McMillian è stato rieletto per sei volte, fino al pensionamento nel 2019, è evidente che le questioni siano più complesse e di ordine strutturale.

Il Diritto Di Opporsi dà il meglio di sé nelle figure secondarie: il condannato a morte Herbert, appunto, o l’accusatore interpretato con grande senso di pietà da Tim Blake Nelson (visto ne La Ballata Di Buster Scruggs dei fratelli Coen), bianco ma povero e sfigurato, che ha le sue comprensibili per quanto sbagliate ragioni per essersi inventato la testimonianza che ha inchiodato McMillian. Le quali hanno a che vedere con i rapporti di forza di modelli sociali e culturali in cui il discrimine tra chi sta sopra e chi sta sotto non passa unicamente per il colore della pelle.