L’importanza di essere Ringo Starr dei Beatles: l’uomo che ci ha insegnato l’arte della coperta nella grancassa

La sua forza è l'essenzialità: i suoi riff sono intuitivi e di facile esecuzione, e proprio questo lo rende un degno precursore dei migliori batteristi rock

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Ringo Starr dei Beatles è colui che ha suggerito di microfonare gli elementi della batteria.

Sì, quel Richard Starkey che arrivò a sostituire Pete Best ma che fu tenuto fuori per le registrazioni di Love Me Do su decisione di George Martin, ridotto a suonare tamburello e maracas mentre i Fab Four registravano con Andy White alla batteria.

Quel Richard Starkey che i più accaniti sbeffeggiano per il lato estetico, essendo il meno baciato da Madre Natura rispetto a quegli adoni che erano John Lennon, Paul McCartney e George Harrison.

Quel Richard Starkey che oggi è Ringo Starr dei Beatles, il più alto esempio nel mondo dei batteristi pop in termini di precisione e semplicità. Colui che in tanti considerano uno scarso performer è in realtà un batterista essenziale, lontano dai virtuosismi e vicino alla melodia del pezzo che andava ad eseguire.

L’opinione dei batteristi contemporanei

Non lo dice un uomo qualsiasi: Taylor Hawkins (Foo Fighters), Dave Grohl (Nirvana, Foo Fighters, Probot, Them Crooked Vultures), Tré Cool (Green Day), Stewart Copeland (The Police) e Chad Smith (Red Hot Chili Peppers) gli hanno tessuto le lodi in un video celebrativo in cui hanno avuto l’onore di suonare la sua storica Ludwig.

“Un maestro del fill”, dicono tutti mentre eseguono i suoi riff più celebri: il flam su rullante, tom e timpano di Ticket To Ride, la sequenza su charlie e la rullata tom-timpano di Come Together e soprattutto quel suo modo singolare di colpire il charleston che sembrava più una serie di ceffoni. C’è da considerare, inoltre, la sua postura: Ringo Starr ondeggia e segue i suoi colpi con tutto il corpo, spiritualmente dentro i suoi groove.

Essenziale, Ringo Starr. Dritto, quadrato e in armonia con il ritmo delle canzoni dei Beatles, Ringo è da sempre definito l’uomo giusto al posto giusto al momento giusto, anche se ancora oggi c’è chi insiste nel dire che fosse l’uomo fortunato che brillava di luce altrui.

Microfoni, bacchette, accordatura delle pelli e sordine

La sua rivoluzione partì, come già abbiamo anticipato, dai microfoni applicati sulla zona percussiva. Fino a quel momento i batteristi venivano microfonati con un due panoramici. I Beatles, per curiosità di Ringo, vollero sperimentare applicando più microfoni in prossimità dei singoli elementi del kit.

La sua rivoluzione arrivò anche dall’impugnatura delle bacchette: la tecnica adottata da Ringo era l’impugnatura definita “matched”, ovvero con le bacchette trattenute in maniera uguale su entrambe le mani. Il mondo era abituato alle performance jazz di Buddy Rich et similia e i batteristi, fino a quel momento, impugnavano la bacchetta destra inclinata e perpendicolare all’avambraccio e quella sinistra in modo normale.

Oggi tutti usiamo le bacchette esattamente come ci ha insegnato Ringo Starr. Oggi tutti, almeno quando non scegliamo di essere dei virtuosi, suoniamo come Ringo Starr. Il merito di Richard Starkey è aver forgiato quel suono al quale tutti, oggi, siamo abituati dal mondo del pop.

Lo dobbiamo anche al suo modo di accordare le pelli: i tiranti venivano tenuti più leggeri e il risultato era quel tonfo profondo, che quasi rendeva un suono da timpano per ogni elemento del suo kit. C’è poi quella storia della sordina, senza la quale oggi nessun batterista riesce a performare. Ringo Starr inventò la sordina perché sentiva la necessità di fermare il suono per tagliarlo un po’ sulla coda.

A volte ricorreva ad asciugamani applicati sugli elementi, altre volte usava le bustine da té e, ovviamente, fu il primo a mettere una coperta dentro la grancassa. Lo abbiamo fatto anche noi, e lo ringraziamo. Poi ci abbiamo messo cuscini, peluche, giubbotti in disuso e a volte persone, ma è tutto partito da una coperta.

C’era poi, infine – ma ce ne sono tantissime altre – quella storia della Trixon. Ringo scelse una Ludwig perché gli piaceva il colore, altrimenti avrebbe scelto la Trixon. Da quel momento la Ludwig divenne la batteria di Ringo Starr dei Beatles.

A Ringo Starr dei Beatles dobbiamo la sua essenzialità entrata nelle grazie del mondo del rock perché lui, prima di tutti, ha sdoganato l’arte di picchiare sulle pelli senza esibizioni di tecniche e ci ha insegnato che si può stare dietro il metronomo senza essere Buddy Rich, semplicemente: ci si siede sullo sgabello, si segue il tempo, si fa un fill e si entra nella storia dopo aver curato anche il suono che un giorno entrerà nella storia.

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