Figli, la famiglia (e l’Italia) secondo Mattia Torre

Diretto da Giuseppe Bonito ma ideato da Torre, scomparso lo scorso anno, il film con Cortellesi e Mastandrea è il ritratto tragicomico di due genitori alle prese con l'arrivo del secondo figlio. Dietro il privato fa capolino il politico. E la crisi di una coppia diventa quella del paese

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Figli siamo tutti quanti noi. Questo viene da pensare alla fine della visione d’un film che solo apparentemente racconta le peripezie di due genitori di una bambina ubbidiente alla prese con la nascita inattesa del secondo figlio, maschio, insonne e insofferente, che terremota la loro vita di coppia tarata su equilibri e procedure consolidate.

Il film è stato diretto da Giuseppe Bonito ma è integralmente di Mattia Torre, una delle penne migliori della sua generazione, scomparso poco prima dell’inizio delle riprese per un male sul quale aveva saputo persino ironizzare, nella serie La Linea Verticale con Valerio Mastandrea. Il quale anche in Figli funge da alter ego dell’autore, bravo a restituire quella sensazione insieme di comicità, smarrimento, malinconia propria dei suoi racconti, contraddistinti dall’ambizione di offrire una radiografia dell’essere italiani.

È questa la natura propria alla scrittura di Mattia Torre. Che parla del privato di individui o piccoli nuclei, delle loro peripezie quotidiane e sgomenti esistenziali, riannodando però sempre questo livello a un più ampio contesto pubblico, di cui finisce sempre per costituire un riflesso, espressione di condizionamenti, modi di essere e cattive abitudini che prima di appartenere al singolo appartengono alla comunità intera. In ogni occasione Torre, si tratti del ritratto surreale della gente di spettacolo di Boris (pensata insieme a Vendruscolo e Ciarrapico), della famiglia di 4 5 6, dell’ossessione per il cibo di Gola o dell’identità della donna in Perfetta, ha trattato il personale come politico, rendendo manifesti i fili che collegano la microstoria narrata alla macrostoria che la ingloba, la quale ha le fattezze di quel paese sempre sull’orlo del collasso che è l’Italia.

Figli di Mattia Torre
Cortellesi e Mastandrea alla conferenza stampa di Figli. Foto Yasmine Nicolosi @yasminenyc

Perciò figli in questo film non sono solo una bambina efficiente illividita dalla gelosia e il suo incolpevole fratellino, ma anche Nicola (Mastandrea) e Sara (Paola Cortellesi). Furiosi con i loro di genitori, che non hanno alcuna voglia di fare la parte dei nonni perfetti – il padre di Nicola addirittura ha messo in cantiere un altro figlio da fare con la nuova giovane compagna dell’est Europa. E tutto ciò accade per una loro forma di egoismo irresponsabile che è specchio di un’irresponsabilità più generale, suggerisce Torre, del sistema paese.

Un altro suo breve monologo, Colpa Di Un Altro (i testi sono raccolti nel volume In Mezzo Al Mare. Sette Atti Comici) comincia così: “È tipico di questo paese”. Questa frase potrebbe essere l’incipit di ogni testo di Mattia Torre e anche di Figli. Sara fa l’ispettrice sanitaria nei ristoranti, e nel vedere uno dopo l’altro il desolante stato igienico in cui versano le cucine di quasi tutti i locali, commenta: “Questo mestiere ti fa capire il disamore di cui è capace questo paese”. Quando sua madre le dice di non potersi occupare del nipotino lei le rinfaccia quello che non lei come genitore, ma la sua generazione ha fatto a tutti i figli e all’Italia.

Mattia Torre in Figli inocula tutto il suo sgomento disincanto. Ritrae uno scenario atomizzato, in cui gli amici si incontrano solo per divertirsi, mai disposti però a soccorrersi davvero. Individui e famiglie sono soli nell’affrontare i problemi, il massimo di condivisione consiste nel raccontarsi reciprocamente le proprie frustrazioni.

Forse l’idea di Mattia Torre era quella di sviluppare nel tempo una commedia all’italiana all’altezza dei nostri tempi, mossa da ambizioni civili più scoperte e vibrante di un’indignazione né cinica né compiaciuta, capace di tenere aperta la porta della speranza. Purtroppo non ha potuto sviluppare compiutamente il suo discorso. Ci restano un corpus di testi, monologhi teatrali, serie tv, questo film a mostrare il suo metodo e l’approccio tragicomico, insieme realista e onirico, tra dettagli del quotidiano e mondo dell’inconscio (che fa capolino anche in questo film). Figli mantiene un finale possibilista. Chissà però come sarebbe potuto evolvere il suo cinema. Il timore è che dal lettino dello psicoanalista sul quale idealmente sono distesi i suoi personaggi si sarebbe magari finiti al tavolo anatomico su cui dissezionare quel corpo forse irricuperabile che è l’Italia.

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