Jojo Rabbit, un Hitler da ridere in una satira che non ha il coraggio di andare fino in fondo

Da oggi nelle sale il film di Taika Waititi, che racconta il nazismo attraverso gli occhi di un piccolo fanatico che ha per amico immaginario il Führer. Dalla comicità si passa al sentimentalismo. E il messaggio diventa troppo esplicito. Sei nomination all’Oscar

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Germania 1945, Seconda guerra mondiale agli sgoccioli, i tedeschi hanno quasi perso. Johannes detto Jojo (Roman Griffin Davis), dieci anni, padre disperso in guerra, sorella morta per un’influenza, vive insieme alla madre Rosie (Scarlett Johansson), è fedelissimo al nazismo e al suo amico immaginario, Adolf Hitler, un compagno di giochi tanto antisemita quanto apparentemente buffo. A Jojo è stato affibbiato il soprannome di Rabbit (coniglio) quando al campo di addestramento della Gioventù hitleriana – è un piccolo fanatico sempre in divisa – è stato deriso perché non è riuscito a tirare il collo a un coniglietto, come gli aveva ordinato il Capitano Klenzendorf (Sam Rockwell).

La madre non condivide la fede cieca del figlioletto e, anzi, ha nascosto in casa una un’adolescente ebrea, Elsa (Thomasin McKenzie). Un giorno Jojo scopre la ragazza: la propaganda le impone di odiarla, l’amico immaginario è dello stesso avviso. Jojo passa dall’iniziale confusione all’attrazione. E prendersi una cotta per un’ebrea potrebbe spingerlo a riconsiderare l’intera sua scala di valori. E rovinare il suo rapporto col Führer.

Jojo Rabbit è stata una delle sorprese dell’anno sul mercato americano. Taika Waititi, regista (ha diretto Thor: Ragnarok), attore (è lui Hitler) e sceneggiatore ha riadattato liberamente il romanzo di Christine Leunens, Il Cielo In Gabbia, spingendo su una rappresentazione del nazismo comica e grottesca.  Risultato esagerato: sei nomination agli Oscar 2020, persino miglior film, altrettante candidature ai Bafta e due nomination ai Golden Globes, con la prima candidatura all’Oscar per Scarlett Johansson e la rivelazione del talento del piccolo protagonista.

Il tono del film aspira alla satira. L’inizio di Jojo Rabbit è intrigante, con quell’aria da cartoon alla Wes Anderson, uno stile tra surreale e impassibile che ricorda in particolare Moonrose Kingdom. Creando quasi un corto circuito tra gioventù hitleriana e boy scout: e il nazismo diventa un gioco, tanto tragico quanto divertente. La prima parte del film è straniante, con l’incedere fumettistico, il Führer razzista ma ammiccante, la colonna sonora paradossale (I Want To Hold Your Hand dei Beatles in versione tedesca).

I problemi di Jojo Rabbit non derivano certo dal puntare sul pedale del comico per raccontare una storia drammatica. Lo humour nero è un elemento portanti della comicità ebraica – il neozelandese maori Taika Waititi è di madre ebrea. Nel cinema poi la chiave sardonica per raccontare il nazismo ha l’età del nazismo stesso, dal Chaplin del Grande Dittatore al Lubitsch di Vogliamo Vivere (un capolavoro senza moralismi che fa una satira molto acida), fino al Billy Wilder delle “risate in posti spiacevoli”, che racconta la Berlino del dopoguerra in Scandalo Internazionale e i soldati prigionieri in un campo tedesco di Stalag 17 (una mescolanza atroce di comicità e cinismo). Fu geniale, puntando tutto su grottesco e voluta grossolanità Mel Brooks in Non Toccate Le Vecchiette, dove c’è un raccapricciante musical con Hitler protagonista, vero trionfo del camp.

La satira di questi film funziona perché rende invisibile il punto di giuntura tra presa in giro e presa sul serio. E la comicità nasce proprio dal fatto di prendere assolutamente sul serio il nazismo, rappresentandolo nella sua natura e aggredendolo a colpi di risate liberatorie e ridicolizzanti.

Jojo Rabbit invece non ha il coraggio di essere satirico fino in fondo. Quando compare il personaggio di Elsa a poco a poco il film riorganizza le sue coordinate abbandonando la comicità per il racconto sentimentale. E la presa di consapevolezza progressiva di Jojo è quella dello spettatore, condotto per mano attraverso una lezione elementare su cosa è il nazismo, dove stanno i buoni e dove i cattivi. E infatti anche l’amico immaginario da mellifluo che era comincia a mostrare i denti. Il film però così si incanala in una direzione via via più dolciastra e tranquillizzante. Per un pubblico giovane, il messaggio può avere una sua utilità. Ma il film non fa più ridere. E per la sua didascalicità, fa anche pensare di meno.