Piccole Donne, Greta Gerwig e un classico capace di parlare alle nuove generazioni

Sei nomination all’Oscar per il film tratto dal romanzo di Louise May Alcott, che punta su femminismo e anticonformismo del libro. Aggiornandolo ai nostri tempi

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All’annuncio delle nomination degli Oscar 2020 è stata disapprovata la mancata nomination a Greta Gerwig per la regia di Piccole Donne (Richard Brody sul New Yorker l’ha definita “scandalosa”), nonostante le sei nomination, tra cui film, attrice protagonista e non protagonista (Saoirse Ronan e Florence Pugh), sceneggiatura alla stessa Gerwig. L’origine della polemica è legata a una lettura di questa sesta versione cinematografica del romanzo di Louise May Alcott come un manifesto del femminismo all’epoca del Me Too, individuando nella scelta dell’Academy una presa di posizione conservatrice nei confronti del rispetto degli equilibri di genere.

Non vogliamo entrare nel dibattito. Si potrebbe infatti sottolineare la presenza di diverse donne in altre categorie e ricordare che la Gerwig aveva ottenuto una nomination alla regia per Lady Bird appena due anni fa. È certo però che la sua versione di Piccole Donne offra molti spunti di lettura in chiave femminista. Il tema pedagogico e l’autodeterminazione femminile sono preoccupazioni della Alcott, che aveva ricevuto un’educazione non tradizionale, figlia di un filosofo trascendentalista, cresciuta in una casa frequentata da Thoreau, Emerson, Hawthorne. E, infatti, se da un lato il personaggio della madre della quattro piccole donne, Marmee (Laura Dern) dice che “essere amate e scelte da un uomo buono e onesto è la cosa più bella, la più dolce a cui possa aspirare una donna”; d’altro canto sostiene pure che “è molto meglio essere zitelle contente che mogli infelici”, anteponendo dunque la libertà alle regole sociali consolidate.

Nel suo Piccole Donne Greta Gerwig rende questa prospettiva anticonformista ancora più evidente. In primo luogo attraverso la disarticolazione della linearità narrativa. Il romanzo è composto da due volumi, usciti nel 1868 e 1869, che seguono le ragazze nel passaggio tra adolescenza e prima maturità. Il film però, comincia con le protagoniste già grandi del secondo libro, Piccole Donne Crescono. Il tempo della gioventù e della leggerezza irresponsabile (fino a un certo punto, la famiglia March è indigente e il padre è partito per la guerra civile) riappare solo in flashback, perché Jo, Meg, Amy e Beth sono sin dalla prima sequenza poste di fronte a prove e interrogativi dell’età adulta.

Da sinistra: Eliza Scanlen, Saoirse Ronan, Emma Watson e Florence Pugh, ossia, Beth, Jo, Meg ed Amy

Il mescolamento dei tempi narrativi consente anche di dare meno importanza all’intreccio e agli aspetti più romanzeschi dei singoli episodi, comunque tutti presenti: il libro bruciato di Jo (Ronan), il salvataggio di Amy (Pugh) nel lago ghiacciato, la proposta di matrimonio di Laurie (un Timothée Chalamet troppo imberbe per la parte), l’acquisto della stoffa di Meg (Emma Watson),  il regalo del pianoforte a Beth (Eliza Scanlen). Così risaltano maggiormente i caratteri, ben definiti, delle quattro sorelle. Tra le quali emerge Jo, la scrittrice in cui la Alcott, che per questo romanzo s’ispirò alla propria famiglia, si identificava.

Nel romanzo Jo dice “non mi sono mai potuta consolare di essere nata femmina”. Più ancora delle sorelle sente l’urgenza dell’affrancamento da precetti costrittivi, la necessità di conseguire un’autonomia economica, il rifiuto del matrimonio a ogni costo. La ricca zia March (Meryl Streep) istiga le ragazze a scegliersi un buon partito (lei è potuta restare zitella perché ha i soldi). Amy, da buona allieva dice che “il matrimonio è una questione economica”. Jo invece ribatte che “le donne hanno mente e anima e non solo cuore, ambizione e talento e non solo bellezza. Sono stanca di sentir dire dalla gente che per le donne esiste solo l’amore”.

La Gerwig esplicita la parentela tra Jo e la Alcott, rendendo la protagonista l’autrice di un libro che si chiama Piccole Donne, per il quale contratta con l’editore per ottenere una percentuale più alta sulle vendite. Una donna quindi che punta all’autonomia, eppure abbastanza realista da accettare l’imposizione di un lieto fine che giudica posticcio, indispensabile alla pubblicazione del libro. “Se la protagonista è una donna si assicuri che alla fine si sposi o muoia”; “il finale giusto è quello che vende”: sono queste le perle di saggezza che la Gerwig, non la Alcott, mette in bocca all’editore (Tracy Letts). La scrittrice le avrebbe approvate, dato che lei stessa s’adattò a pubblicare storie sensazionali per guadagnarsi da vivere.

Una volta che Jo diventa l’autrice del romanzo è chiaro che la conclusione, lo sbocciare dell’amore tra il personaggio-Jo e Friedrich Bhaer (Louis Garrel), viene come messa tra parentesi, mostrata per quello che è, non un finale autenticamente romantico ma una concessione necessaria alla diffusione del libro. Che la scrittrice Jo commenta: “suppongo che il matrimonio sia sempre una questione economica, anche in un romanzo”.

Questo non vuol dire che lo sguardo della Gerwig sia demistificante. È vero, in alcuni momenti la macchina da presa si pone a distanza, con campi lunghi che oggettivano e raffreddano alcuni passaggi del racconto. Ma la natura intima del romanzo viene rispettata e tanti passaggi mantengono la loro temperatura emotiva. Su tutti quel momento spartiacque che è la morte di Beth. “La Valle Dell’Ombra”, si chiama il capitolo che racconta l’episodio. Il film lo scandisce con una spaccatura stilistica che s’ispira all’ombra del titolo. Le scene che si svolgono prima della scomparsa della ragazza hanno colori luminosi. Dopo predomina un tono bluastro, glaciale. Questo a testimoniare quanto la Gerwig, nella sua rilettura, rispetti una storia che ritiene ancora capace, crediamo abbia ragione, di parlare alle nuove generazioni.