Daniele Bossari dalla Toffanin ha parlato del suicidio per depressione e non per delusione professionale

I "colleghi" devono far attenzione a come usano le parole: chi non lo sa fare, cambi mestiere!

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Parto da un articolo che ho letto qualche tempo fa. Di un giornale per il quale ho scritto, e che per spirito missionario non intendo citare, pur continuando a sentire addosso un senso di disagio ogni volta che vedo un loro scivolone, e capita spesso. Nell’articolo si parla del passaggio di Daniele Bossari dalla Toffanin, quindi si prende spunto da un’intervista fatta da qualcun altro per scriverci su un pezzo. Niente di strano, a volte funziona così, specie da quelle parti. Quello che però è strano, dal mio punto di vista agghiacciante, è che già nel titolo si faccia riferimento a un tentativo di suicidio da parte di Bossari, e di questo in effetti l’ex Vj ha parlato alla Toffanin, ma si parla esplicitamente di responsabilità da parte di un critico televisivo. Non si diceva la cosa in questo modo. Ma c’era una consequenzialità tra la frase sul suicidio e il fatto che il giudizio di un critico televisivo lo avesse distrutto che questo lasciava esplicitamente intendere. Senza far riferimento, i titoli sono titoli, alla depressione, all’abuso di sostanze stupefacenti, all’alcolismo. Così, volevo suicidarmi, il giudizio di un critico televisivo mi aveva distrutto.

Questa cosa, da critico musicale, mi ha colpito.

Mi ha colpito particolarmente in quanto critico non allineato, cioè poco incline a fare marchette, e soprattutto in quanto critico spesso dipinto come una sorta di serial killer, di sanguinario, lì a scannare artisti senza pietà.

Spesso mi capita, quando interagisco coi lettori, fatto che, per altro, non rientrerebbe propriamente nel mio mestiere, non fosse per i social, spesso mi capita, quando interagisco coi lettori di dover spiegare che quando scrivo non sono mosso da odio o antipatia verso gli artisti di cui mi occupo. Spesso neanche li conosco personalmente, figuriamoci se posso odiarli, premesso che non odio nessuno, in questa specifica fase della mia vita men che meno. Mi capita anche di essere accusato di “rosicamento”, ma quello neanche lo prendo in considerazione. È la faccenda dell’odio che mi lascia perplesso, perché mette in una qualche relazione me, non il me che scrive ma il me e basta, con altre persone, non le persone della cui opera mi occupo, ma proprio le persone, e basta.

Io in genere scrivo delle opere degli artisti, o sedicenti tali, non delle persone. Non mi interessano le persone di cui scrivo. Essendo uno che lavora in questo settore da quasi venticinque anni, volendo, potrei raccontare cazzi e cazzotti degli artisti le cui opere vado a raccontare, ma, appunto, è delle opere che devo scrivere. Chiaro, nello scrivere delle opere scrivo anche degli artisti che le hanno elaborate, ma mai andando sul personale, aspetto che non mi interessa affatto. Del resto tendo io stesso a essere identificato con un personaggio che non coincide propriamente con me stesso, figuriamoci se sta a me raccontare chi si nasconde dietro le maschere altrui.

Scrivo critiche che sono analisi del lavoro di artisti, o sedicenti tali. Analizzo, quindi, elaboro, cerco di spiegare, di iscrivere dentro un disegno più ampio, cerco, in sostanza, di fornire a chi ascolta, e che spesso ha già ascoltato, visto che quasi mai esco con un pezzo su un lavoro il giorno stesso in cui è uscito, cerco di fornire a chi ascolta gli attrezzi per meglio comprendere quello che ha ascoltato, non certo per fargli cambiare idea (che me ne frega a me di far cambiare idea a gente che neanche conosco riguardo a gente che a volte neanche conosco), ma solo per puro spirito critico. E lo spirito critico, so di dire una banalità, non è certo da intendersi come negativo. Essere critici, nonostante l’inciso popolare, non significa essere negativi. O almeno non sempre. Sicuramente, però, non significa essere costruttivi.

L’ho già ripetuto allo sfinimento, la critica costruttiva non esiste. È l’invenzione del mondo dei talent, Amici in testa. La critica non deve essere costruttiva, affatto. Lo può essere, anche, costruttiva, se indica delle strade che gli artisti sono capaci di intraprendere, o volenterosi di intraprendere, può essere suggestiva, è sicuramente costruttiva per chi la legge e intende poi confrontarsi con l’opera della quale la critica parla, perché fornisce strumenti analitici che chi legge non è tenuto a avere, ma non deve necessariamente essere costruttiva. Non sono mosso da odio, lo ripeto, né da antipatia, ma neanche sono un missionario che concede consulenze gratuite a artisti e case discografiche. E non è neanche detto che lo saprei fare. Non sono un produttore, sono un critico musicale.

Mi si potrebbe imputare un certo gusto per l’ironia, al limite dello sfottò, e mi si potrebbe imputare, anzi, mi si imputa spesso, di lasciare più spazio a questi ultimi che alle analisi strettamente musicali, in alcuni dei miei scritti, ma è un modo per dire il non detto, se un disco è una emerita cagata meglio scherzarci su, tanto più che non lesino di prendere per il culo anche me stesso, perché se dovessi essere freddamente tecnico il risultato sarebbe assai più duro e feroce. Quando sono particolarmente ironico, quindi, è proprio il momento in cui gli artisti mi dovrebbero ringraziare, anche se più spesso mi devono ringraziare quando neanche ne parlo, perché in quel caso il mio non dire è quasi sempre un marchio a fuoco, la stroncatura più feroce. Stroncatura, ripeto, sempre mossa da amor di musica, e basta.

Sono un critico musicale, e scrivo di musica, quindi. Ma l’idea che un mio scritto possa spingere qualcuno a arrampicarsi fuori da una finestra, suppergiù è questo che ha raccontato Bossari, mi agghiaccia.

Faccio un esempio concreto.

Circa un paio di mesi fa sono stato intervistato da Pinuccio di Striscia la Notizia riguardo Sanremo Giovani, lo sapete, immagino. Ho detto diverse cose, tra le quali un nome che sicuramente avrebbe passato il turno. Ho scherzosamente citato Giucas Casella, perché in effetti quello che faceva all’epoca Giucas Casella non era tanto fare l’indovino, non credo lo sia, ma più che altro riportare rumors, sempre piuttosto fondati.

L’artista citata, pochi giorni dopo quel mio intervento, è passata al turno successivo di Sanremo Giovani. Come era del resto abbastanza ovvio. Come dire che in una partita avrebbe segnato Cristiano Ronaldo o Lautaro Martinez. Solo che subito sono stato subissato di messaggi da parte di discografici, colleghi, addetti ai lavori, che mi hanno detto che questo mio svelare il segreto di Pulcinella avrebbe compromesso il passaggio alle finali di quella determinata artista, perché, questo sostenevano tutti, gli stessi tutti che fino al giorno del mio intervento a Striscia sostenevano che in effetti quella artista sarebbe passata, perché in Rai non avrebbero permesso di sputtanarsi facendo intendere che si sapeva già chi sarebbe passato e chi no.

Come dire, la avrebbero eliminata per colpa mia, figuriamoci.

Mi è stato anche detto, da gente vicina a quella artista, artista che non conosco di persona, che lei sarebbe andata abbastanza in paranoia per quel mio dire il suo nome. Perché anche a lei sarebbe stato riferito che il suo nome, prima dato per certo tra i concorrenti della sezione Nuove Promesse al prossimo Festival di Sanremo, non sarebbe mai andato avanti, sempre per il medesimo motivo: colpa mia.

Un retroscena un po’ da House of Cards, ovviamente. Fantapolitica.

Nei fatti, sorprendendo tutti, o quasi, l’artista in questione non è andata alle finali di Sanremo Giovani, e quindi non andrà a febbraio all’Ariston tra le Nuove Proposte, per altro vedendo passare nomi piuttosto prescindibili.

Io la cosa l’ho saputa non perché guardassi ItaliaSì di Liorni, quel sabato, ma perché ho ricevuto una marea di messaggi che dicevano: “Hai visto, l’hai fatta eliminare”.

Ora, a prescindere che se avessi davvero questo potere, converrete con me, troverei sicuramente il modo di usarlo in maniera più remunerativa, mica sono un santo, a me se sia vero o meno questa meccanicità tra il mio fare il suo nome a Striscia e la sua eliminazione interessa poco o nulla, interessa invece parecchio che lei possa credere che ci sia, e che per questo si sia addolorata. Non la conosco di persona, ripeto.

Non credo di essere neanche mai stato nello stesso posto in contemporanea con lei, in vita mia e sua.

Figuriamoci se vorrei farle del male.

Quando mi è stato detto, di nuovo, che ci era andata sotto, la cosa mi ha colpito. Non perché ritenessi di avere realmente delle responsabilità, ho una grande autostima ma non credo di essere così influente, lo ripeto, ma perché a furia di ripetere una cosa, magari, diventa vera.

Siccome a riferirmi queste cose sono state suppergiù le stesse persone che dicevano che il suo nome sarebbe stato sicuramente tra gli otto in gara tra le Nuove Proposte della settantesima edizione del Festival di Sanremo tenderei a considerare il tutto una emerita cazzata, ma questa kafkiana faccenda mi ha dato modo di pensare non tanto alle responsabilità di chi scrive, ma come quello che si scrive sia percepito in maniera distorta anche da chi del sistema di cui si scrive fa parte. A volte anche di chi quel sistema, come me, è chiamato a raccontarlo. Mi ha dato modo di pensarlo più che in tante altre occasioni non perché queste mie parole avrebbero avuto effetti concreti, intendiamoci, non credo che stroncare un album appena uscito abbia effetti minori, anzi, magari meno evidenti sul momento, ma sicuramente più duraturi. Solo che in genere mi premuro di colpire duramente artisti che hanno le spalle larghe, almeno da un punto di vista di carriera, che dovrebbero quindi essere capaci di interpretare le mie parole per quello che sono, o che dovrebbero avere intorno un team capace di aiutarli a decodificarle. Per essere concreti, immagino che Biagio Antonacci non sia stato felicissimo di leggere il mio articolo in cui per parlare del suo album Dediche e Manie mi soffermavo con dovizia di particolari su questa incredibile scoperta da me recentemente fatta che i cavalli affogano dal buco del culo, in quanto sprovvisti di sfintere. Non ci avrà riso su, non si sarà divertito, probabilmente ci si sarà anche incazzato, ma è un uomo adulto di oltre cinquant’anni e se ne sarà fatto una ragione. Idem per i tanti altri artisti sui quali ho speso parole non amorevoli. Succede. È il loro lavoro. È il mio lavoro. Mi sono state spesso riferite reazioni scomposte, incazzate, furiose, in alcuni casi anche confuse, ma nessuno ha mai parlato di depressione seguita alla lettura di un mio pezzo. E ci mancherebbe pure altro. Se mi si dice: ma lo sai che Tizio dopo che ha letto il tuo articolo non è uscito di casa per una settimana, ha staccato i telefoni, sta a letto e non parla con nessuno io lo interpreto per quello che è, un racconto esattamente come i miei. Storytelling, non anamnesi da triage. Non scherziamo su cose serie, io parlo di canzoni e di buchi di culo di cavalli, non di depressione.

Torno alle parole di Bossari. Quel che più mi colpisce, arriviamo al nocciolo della questione, non è tanto il reale racconto di Bossari, che parla di depressione, depressione vera, di cadute e rinascite, quando il fatto che ci possa essere un giornalista, il pezzo non è firmato ma avendo lavorato per quel giornale potrei anche immaginare chi lo ha scritto, che possa pensare e scrivere che una persona può sfiorare l’idea di uccidersi per la critica anche feroce di un critico.
La depressione è una cosa seria. Una malattia, non uno stato d’animo. Non è tristezza, malinconia, male di vivere, è depressione. Va curata, a volte anche chimicamente. Quasi sempre. È una malattia e una malattia seria. Anche il giornalismo, continuo a credere, è una cosa seria. O dovrebbe esserlo. Se una persona che soffre di depressione pensa di uccidersi, anche perché distrutto da un critico tv o musicale, aggiungo io, è la depressione la causa di quel pensiero, non la critica ricevuta, e tanto meno può essere considerato colpevole del suo stato mentale il critico in questione. Questo dovrebbe dire un giornalista nel raccontare i fatti. Altrimenti va bene dire che qualcuno ha ucciso qualcun altro perché è stato lasciato, per dire. O che qualcuno si è ucciso perché ha ricevuto un brutto voto a scuola, come se la colpa fosse del professore che glielo ha dato. Come se ci fosse una  colpa, a dirla tutta.

Le parole sono importanti.

E vanno usate con la giusta cura.

Il che, torno al punto di partenza, mi spinge a dire che no, una critica non può spingere qualcuno al suicidio. Non può affatto.

E che quindi, sì, un critico deve continuare a fare il proprio mestiere senza tenere in conto che qualcuno, poi, magari, potrebbe arrampicarsi su un cornicione intenzionato a buttarsi di sotto, perché ha letto qualcosa che ne ha minato le certezze. Il problema, nel caso, non sono le critiche, ma la vulnerabilità di quelle certezze.

Quando ho cominciato a scrivere, parliamo di una venticinquina di anni fa, ho avuto l’onore di essere scelto da Nanni Balestrini, Renato Barilli, Giulio Mozzi e Massimo Canalini per prendere parte a Ricercare, il laboratorio di scritture che andava di scena al Teatro Valle di Reggio Emilia. Funzionava così, già l’ho raccontato, uno presentava un proprio racconto, possibilmente inedito. Saliva sul palco e lo leggeva, di fronte a lui critici letterari, colleghi, editori, addetti ai lavori di varia natura. Finito di leggere se ne scendeva dal palco e lasciava spazio a chi tra i presenti voleva criticarlo, positivamente o negativamente. Così, in diretta, e senza possibilità di replica. Un modo forse radicale per registrare il rapporto tra autore e critica, ma sicuramente efficace. Chi scrive scrive, chi critica critica. Senza scambio di opinioni, convenevoli, insulti o coccole.

Così mi sono formato, e questo ritengo che sia il solo modo di intendere il mio mestiere, anche nel momento in cui, da scrittore, sono passato dall’altra parte della barricata, cominciando a lavorare come critico musicale. Anche in virtù di quanto alcuni critici mi hanno suggerito rispetto alla mia scrittura, e all’utilizzo che avrei potuto e dovuto farne.

Poi sono arrivati i social, lo scambio con i lettori e con gli artisti, che non mancano quasi mai di far sapere a te che scrivi e al proprio pubblico cosa pensano del tuo lavoro. Come se fosse parte della questione. Come se scrivere pretendesse, più che dei lettori, dei lettori che commentano.

Non è così.

Il critico scrive le sue analisi.

I lettori leggono, artisti compresi.

Le critiche, anche quelle più dure, e magari tra queste rientrano pure le mie, seppur sempre velate di una certa ironia, si occupano delle opere, non delle persone. Coinvolgono le persone in quanto autrici delle opere, ma non entrano nel personale, non lo devono fare.

Se un artista, o sedicente tale, non è in grado di reggere le critiche, nel senso che non le sopporta, non le sa gestire, ci va sotto, non le legga, non frequenti i social, si lasci circondare da gente capace di proteggerlo dalle proprie debolezze, si faccia aiutare o più semplicemente cambi mestiere.

Cambiare mestiere che è poi quello che dovrebbe fare il collega o la collega, Dio mi perdoni per averlo/a chiamato così, che ha riportato l’intervista di Bossari alla Toffanin, citando il critico tv e non citando la depressione.

Cambi mestiere e se ne vada affanculo.

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