Lazza, Capo Plaza, Sfera Ebbasta e il video di Gigolò: quando la donna viene rappresentata da culi e non da volti

Il montaggio ritmato del video musicale alterna le immagini per alludere alla dinamica relazionale maschio-femmina. Peccato che l’elemento maschile sia rappresentato da figure intere mentre quello femminile dai soli culi

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Il trio composto da Lazza, Capo Plaza e Sfera Ebbasta lancia il video musicale della canzone “Gigolò” dove per rappresentare la donna si punta su una sequenza ininterrotta di “culi”. 

Una delle figure retoriche più utilizzate non soltanto in poesia ma anche nel linguaggio comune è la sineddoche. È un artificio linguistico che consiste nel citare una parte per intendere il tutto. Se una squadra di calcio sta cercando un bravo giocatore si può dire che è alla ricerca di “piedi buoni”, dove per piedi s’intende naturalmente l’atleta nella sua interezza. Allo stesso modo, si può dire che un artigiano ha “l’occhio” per il proprio lavoro, laddove per occhio s’intende l’insieme delle sue abilità, che non comprende solo una vista allenata ma anche la capacità manuale, l’esperienza, il gusto personale, la competenza. Analogamente si può dire che una persona aggressiva è il “braccio armato” di qualcuno o di qualcosa, sapendo che la sineddoche cita il braccio per descrivere il bellicoso nel suo insieme.

Le suggestioni offerte dalla retorica servono a sintetizzare i concetti e a rendere efficace il discorso ma, come tutte le semplificazioni, comportano un rischio, quello di creare stereotipi e distorsioni di significato anche molto insidiose, soprattutto quando hanno a che fare con questioni politiche,  di razza o di genere.

Quando era di moda l’avanspettacolo, sui cartelloni si promettevano non già “otto ballerine” ma “sedici gambe”, riducendo il senso dell’intero spettacolo alla sola vista delle estremità inferiori, un criterio poco gratificante per tante professioniste che magari sognavano di portare in scena un’idea più completa del ballo e della femminilità. Anche in pubblicità, quando Rocco Siffredi garantisce sulla qualità di certe patatine ricordando di averne assaggiate di tutti i tipi, usa un’allusione scontata, ma soprattutto conta le donne avute in termini di patatine, usa “la parte per il tutto”.

Un esempio di sineddoche fra i più tragici è quello fornito dal video-clip del brano musicale dal titolo “Gigolò’”, realizzato dalla collaborazione di tre giovani talenti: Sfera Ebbasta, Capo Plaza e Lazza, tre trapper che attraverso le canzoni raccontano emozioni, sogni, aspirazioni e la loro filosofia di vita.

Al di là delle tematiche – ancora una volta l’esaltazione del denaro e il gusto per le “troie” – è il modo in cui si presenta e si visualizza il femminile a creare preoccupazione. Nell’intero video, nel quale i tre cantanti raccontano una storia con l’altro sesso, appare raramente un volto di donna, ma a segnalarne la presenza, in compenso, compaiono culi in quantità. I volti dei tre nuovi cantori dell’umanità giovanile, invece, ricorrono con dovizia di dettagli (capello colorato, sopracciglio ben disegnato, piercing e tatuaggi).

Il montaggio ritmato del video musicale alterna le immagini per alludere alla dinamica relazionale maschio-femmina: peccato che l’elemento maschile sia rappresentato da figure intere mentre quello femminile, appunto, dai soli culi, come dire – ancora una volta – la parte per il tutto. Identificare la donna nel suo sedere sarà sembrata a qualcuno una trovata creativa, ma è qualcosa che porta in sé un messaggio pericoloso, che nega in un colpo solo decenni di battaglie per la dignità della donna. A chi dice che l’arte non deve avere restrizioni e censure si può ricordare che l’arte, quando è tale,  è soggetta al dibattito pubblico, che il diritto di critica è sacrosanto e che persino qualche boicottaggio – quando serve ad evitare pessime derive nella cultura e nella mentalità – ha la sua ragione di essere.

Il video di “Gigolò’” avrà avuto la sua fase preparatoria, ci sarà stato una sorta di “casting” femminile; ci saranno stati una post-produzione, una selezione delle immagini, un montaggio finale; e sorprende che in tutto questo non vi sia stata nemmeno una voce di dissenso. E se qualcuna delle ragazze coinvolte ha pensato di avere una chance nel partecipare a quella impresa, ha pensato che fosse interessante prendere parte alla realizzazione di una “hit”,  che potesse convenire il contatto ravvicinato con qualche divo del momento o di poter contribuire ad un successo, si riguardi il video… e si dia la risposta. E soprattutto ascolti molto attentamente il testo,  in cui qualcuno si vanta di aver messo la faccia, e qualcun altro ha messo solo il culo.

Commenti (5):
Vlad

il twerk ha una sua dignità, non giudico le ragazze che hanno scelto di fare questo video, amo le ragazze belle e sexy, amo l’erotismo ma qui di erotico non c’è nulla ma la musica trap importata dagli usa è una schifezza..

Maria Teresa Mancia

A giudicare dalla facilità con cui anche le ragazzine di dodici tredici anni si apostrofano a vicenda con l’insulto “troia”, assimilando in modo così precoce e sconfortante il medesimo sguardo dei maschi (quelli del video e non solo) sulle femmine, direi che un video del genere è imputabile di concorso di colpa. Sperare che certi maschi cambino modo di vedere le donne è illusorio. Conterei più sulla consapevolezza delle stesse ragazze. Onore al merito alla cantautrice Grazia Di Michele che, non a caso, è una ragazza degli anni Settanta. Quante ragazze di oggi saprebbero ribellarsi alla “filosofia di vita” (t)rap fatta di auto lussuose, denaro e corpi di donne sculettanti?

tommasovivaldi

Il trash c’è sempre stato. Il problema di oggi è che sta diventando sempre più popolare, utilizzando come strumento divulgatore la musica e i giovani che camminano per strada ascoltando queste ripugnanti oscenità. Giovani che non crescono con Bach, Mozart, Beethoven, Michael Jackson, Bjork, o i grandi cantautori italiani. La musica ha un forte potere sulla psiche umana, la plasma, lavora sul cervello, non per niente esiste la musicoterapia. Mi chiedo se i cervelli di coloro che si nutrono quotidianamente a “sfera ebbasta, soldi, fondoschiena e autotune” saranno in grado mai di distinguere la differenza tra il potere di una sinfonia beethoveniana e il nulla cosmico di quello che stanno ascoltando ora.

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