Tolo Tolo e il Checco Zalone che è in noi, un film sul carattere degli italiani

Esce oggi il nuovo film di Luca Medici in arte Zalone, per la prima volta regista, coadiuvato da Paolo Virzì alla sceneggiatura. Si conferma la vena politica della comicità dell’artista pugliese, che manda il suo alter ego in Africa per far risaltare l’antropologia dell’italiano

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Foto di Maurizio Raspante

Esce oggi Tolo Tolo, quinto film di Checco Zalone e primo in cui Luca Medici, firmandosi col suo vero nome, cura la regia, dopo la separazione da Gennaro Nunziante, Produzione Taodue di Pietro Valsecchi e distribuzione Medusa in circa 1200 sale. Un’invasione. Giustificata dalla storia al botteghino di Zalone, 174 milioni di euro d’incasso in quattro film, con l’ultimo del 2016, Quo Vado?, a a 65 milioni.

Tolo Tolo si muove nel solco del predecessore. In Quo Vado? Checco andava in Norvegia dove, sottoposto a un corso accelerato di democrazia, risaltavano netti gli stereotipi del maschilismo italiota. Ora siamo in Africa, ma si continua a parlare di italiani. Checco scappa lì dopo il fallimento del suo ristorante di sushi nelle Murge, lasciando la famiglia sommersa dai debiti. Lavora come cameriere in un resort in Kenia, ma l’arrivo dei terroristi islamici lo obbliga alla fuga insieme a Oumar (Souleymane Sylla) e la bellissima Idjaba (Manda Touré), accompagnata dal piccolo Doudou (Nassor Said Birya; “come il cane di Berlusconi” dice Checco). Con loro fa un viaggio della speranza, con traversata nel deserto, tappa nelle prigioni libiche, ritorno su di una carretta del mare (Checco punta non all’Italia, ma al paradiso fiscale del Lichtenstein).

Tolo Tolo, scritto da Medici-Zalone insieme a Paolo Virzì, ha l’incedere dell’apologo. L’attore e regista si preoccupa di inserire quanti più dettagli possibili connessi alla realtà e al carattere dei nostri connazionali, con una comicità che guarda certo alla commedia all’italiana, in una chiave meno di costume e più esplicitamente politica.

Tolo Tolo
La traversata del deserto. Foto di Maurizio Raspante

Checco è un bastardo italiano ignorante, riottoso alle regole, egoista, però gaglioffo e simpatico. Un ritratto da cinepanettone, se non fosse per lo scenario in cui il protagonista viene immerso. Il che non vuol dire che la difficile prova lo faccia cambiare. Luca Medici vuole che il suo personaggio non scivoli nel buonismo e perciò mantiene un sottofondo di cinismo e cattiveria – in Tolo Tolo anche più che in Quo Vado? Persino col bambino Checco mostra un atteggiamento d’affetto un po’ di circostanza, senza eccessivi sentimentalismi. E pure nel mezzo della tragica epopea le scarpe Prada e la crema all’acido ialuronico (“l’Abc di una società civile”) gli sembrano più importanti del destino dei compagni di viaggio – non necessariamente migliori di lui, tanto gli intellettuali che i “coraggiosi” giornalisti d’inchiesta.

L’importante però non è che muti il personaggio, ma che il pubblico lo guardi interagire in un contesto problematico. Ed è un bene che il film mantenga una certa ambiguità – che i malevoli leggono come furbesco cerchiobottismo – perché sollecita lo spettatore a trarre conclusioni non scontate. Magari tenendo conto di quel tanto di Checco Zalone che è in noi.

Medici-Zalone si assume l’onere non solo di salvatore dell’industria del cinema italiano, ma addirittura di (piccola) coscienza critica del paese. Non è un caso che la prima inquadratura del film sia quella delle impronte digitali di Checco. Tolo Tolo insomma vuole guardare nel dna e nel carattere degli italiani. Che è quello che è: i familiari di Checco non vedono l’ora di dichiararne la morte per intascare il risarcimento per le vittime del terrorismo; Checco all’improvviso sente nelle orecchie la voce di Mussolini e il richiamo dell’intolleranza (la già proverbiale battuta del fascismo “come la candida”); l’odio per tasse, burocrazia e regole come unico collante degli italiani – nel resort infatti ne parlano male imprenditori milanesi, romani e napoletani.

Da sinistra: Manda Touré, Souleymane Sylla, Checco Zalone, Nassor Said Birya. Foto di Maurizio Raspante

A proposito di notazioni malevole, geniale il cameo di Nichi Vendola, che qualcuno potrebbe intedere come ruffiana strizzata d’occhio agli amici di sinistra, se non fosse che il politico si presta a una gag che spiega meglio di un saggio la distanza siderale della rive gauche parolaia dalla vita di tutti i giorni della gente comune. Il politico che fa carriera, invece, è un pagnottista qualunquista (Gianni D’Addario) che vediamo all’inizio disperato chiedere lavoro a Checco e ritroviamo alla fine primo ministro e alto commissario per i rifugiati, con un atteggiamento , ha detto Zalone, che è una sintesi di Di Maio, Conte e Salvini.

Gli aspetti più inquietanti degli italiani, più che nel carattere potremmo dire che affondano nell’inconscio dei nostri connazionali. Ed è perciò nei sogni di Checco, organizzati come sequenze musical, che Tolo Tolo si prende i rischi maggiori, con numeri sulla “gnocca d’Africa”, poveracci che cantano mentre la nave fa naufragio o canzoncine modello Zecchino d’Oro con inserti fumettistici sulle cicogne che segnano il destino della vita facendo nascere qui bimbi bianchi e lì neri (perché come dice il neo primo ministro, “non è colpa mia se siete nati in Africa”).

L’eterogeneità dei toni e la sgradevolezza a tratti programmatica sono i pregi migliori di un film che ha anche stilisticamente qualche ambizione. Certo, la trama è elementare e il realismo è attenuato, ma la stringatezza narrativa del prologo pugliese, l’attenzione alle scene di massa e ai dialoghi a più personaggi attestano anche la cura di un progetto che non si riduce al tipico film italiano del comico-comico. I limiti maggiori Luca Medici semmai li mostra come attore, perché la sua maschera è troppo tipizzata, in questo senso lontana da quel modello che qualcuno richiama forse con troppa disinvoltura, e che lui cita nelle movenze, di Alberto Sordi.

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