I social genereranno sempre più registi a discapito di scrittori, pittori e musicisti?

Con gli strumenti messi a disposizione da smartphone e social, sono sempre più persone che realizzano clip e storie combinando i vari codici espressivi. Dimenticando che a volte un testo può essere più efficace

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Nel periodo delle feste natalizie, ma anche in tutte le altre ricorrenze, compleanni e anniversari compresi, siamo tempestati di video-messaggi, di animazioni spiritose o toccanti, di suggestive composizioni di testi, immagini e musica. Insomma, siamo immersi nella “multimedialità”. Con la stessa attitudine, i social network propongono fiumi di videoclip, ufficiali o liberamente realizzati dagli utenti, dove il montaggio di musica, immagini e testo parlato racconta storie, evoca ricordi, trasmette emozioni. Persino nelle comunicazioni più semplici, come i messaggi telefonici, il testo scritto non sembra più sufficiente, e occorre aggiungere tutta la gamma espressiva degli “emoticon” e degli “sticker”, oltre che la galleria infinita dei pittogrammi che servono a visualizzare i concetti.

Senza rendercene conto, siamo diventati un po’ tutti dei produttori di contenuti multimediali, convinti che il significato di un messaggio possa essere efficacemente trasmesso solo mediante un “cocktail” di codici comunicativi nel quale le parole hanno una funzione narrativa o esplicativa, le immagini grafiche servono a contestualizzare il racconto e le musiche a suscitare emozioni. Il dato sembra interessante perché riguarda il linguaggio con il quale comunichiamo, ma più ancora il destino dei nostri codici espressivi.

Il linguaggio che abbiamo imparato a utilizzare – in questo un ruolo decisivo hanno avuto le tecnologie informatiche e le telecomunicazioni – è sempre più quello del cinema e della televisione, quello che per sua natura combina immagini e sonoro e che solo grazie alla loro fusione riesce a produrre significati chiari e accessibili. Mediante la tecnologia del computer e degli smartphone siamo divenuti, un po’ tutti, una sorta di piccoli registi, capaci di costruire sequenze, di intrattenere il nostro pubblico, di spettacolarizzare quel tanto o quel poco che abbiamo da dire. L’esposizione costante al cinema e soprattutto alla televisione ci ha condizionati molto più di quanto si possa credere, portandoci spesso a realizzare le nostre rappresentazioni in modo unicamente e inesorabilmente multimediale. Avere a disposizione un armamentario digitale capace di far emergere il “regista che è in noi” ci sembra una grande conquista, ma comporta un rischio non indifferente.

In modo più o meno consapevole, ci siamo convinti che un solo codice comunicativo sia insufficiente, che senza un sottofondo musicale un paesaggio, per quanto bello, non sia mai abbastanza suggestivo; che senza una costellazione di cuori e stelline in movimento una dichiarazione d’amore non risulti convincente; che senza pupazzi e faccine nessuna frase possa essere compresa nel suo significato effettivo e nella sua intonazione (ironica, solenne, scherzosa, drammatica, allusiva…). Abbiamo perso fiducia nei codici espressivi tradizionali – la sola scrittura, il solo disegno, la sola musica… – e nella nostra capacità di utilizzarli efficacemente. In realtà, la potenza dei linguaggi è proprio quella di superare se stessi, così che un testo scritto possa non soltanto avere la capacità di “raccontare”, ma addirittura offrire una rappresentazione pittorica delle cose descritte; così che un quadro possa essere non soltanto esperienza visiva ma anche narrazione, e un brano musicale possa evocare una storia intera.

Si dice in generale che l’unione fa la forza, ma nel caso dei linguaggi non è sempre vero: la combinazione di codici espressivi, l’ansia costante di aggiungere elementi, non potenzia i singoli linguaggi, semmai li impoverisce.

Quando ero piccola, il tema era il tema e doveva bastare a se stesso, e così il disegno era un mondo tutto da esplorare, la danza disegnava lo spazio a suo modo e la musica aveva una poetica  propria. Da quella cultura sono nati scrittori, pittori e musicisti, e anche bravi registi: dalla cultura delle clip, e dei mini racconti postati sui social, c’è rischio che nasca una sola categoria, quella composta da tanti, piccoli, “registi”.

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