I migliori film del 2019, la top ten di OM Optimagazine

Il consueto bilancio sui titoli imperdibili della stagione. In un anno che in futuro potrebbe essere ricordato come quello del definitivo passaggio dal cinema allo streaming

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Il 2019 potrebbe essere in futuro ricordato come l’anno del passaggio di testimone dal cinema alle piattaforme streaming. Il modello di business di Netflix, fino al 2018 guardato con un misto di curiosità, entusiasmo e scetticismo, ha definitivamente preso il sopravvento. La Disney ha lanciato il 12 novembre Disney+, che in un giorno solo aveva già superato i dieci milioni di abbonati, nell’attesa dello sbarco in Europa il 31 marzo 2020. Nello stesso mese ha esordito Apple Plus e la prossima primavera toccherà a HBOMax e Peacock, i canali streaming, rispettivamente, dei colossi Warner e Nbc Universal.

Persino un autore dal curriculum tradizionale come Martin Scorsese ha realizzato il suo ultimo film, The Irishman, con Netflix. E se l’anno scorso gli Oscar a Roma di Alfonso Cuarón si trascinarono un’interminabile coda di polemiche, adesso i favoriti numeri uno per le statuette sono proprio The Irishman e Storia Di Un Matrimonio di Noah Baumbach, altro film Netflix. Intanto, Star Wars – L’Ascesa di Skywalker al cinema va bene ma non benissimo, mentre su Disney+ la serie The Mandalorian con la mascotte Baby Yoda fa sfracelli. Comprensibilmente, i commentatori avvertiti dicono che il futuro della saga sarà sullo streaming.

Il cinema prodotto e distribuito in sala, insomma, è al tramonto. Sarà per questo che tanti film importanti di quest’anno parlano di vecchiaia. Almodóvar, il novantenne Eastwood de Il Corriere, il Woody Allen di Un Giorno Di Pioggia A New York, in cui i giovani ostentano gusti anacronistici e s’innamorano al modo dei film d’una volta. Persino il 56enne Quentin Tarantino s’accuccia nella nostalgia del “c’era una volta”, ovviamente a Hollywood. Certo, poi ci sono tanti giovani autori capaci di intercettare stimoli e opportunità che nuovi contenitori, contenuti e linguaggi offrono a chi sa maneggiarli consapevolmente. Però volendo stilare una lista dei migliori film del 2019, tanti hanno un sapore crepuscolare, tra bilanci esistenziali e nostalgia, o rivolgono lo sguardo al passato. Ovvio che, valga come avvertenza, la cosa potrebbe dipendere non tanto dal cinema e dai film, ma dalle distorsioni del nostro sguardo. Indiscutibilmente soggettivo e parziale.

Fratelli Sisters

10. I Fratelli Sisters di Jacques Audiard

La lista dei migiori film del 2019 comincia con un western indefinibile, né revisionista né crepuscolare. Il regista francese Jacques Audiard, al suo primo film in lingua inglese, rispetta la forma del genere americano per definizione – i grandi spazi delle inquadrature ariose dei classici, la dettagliata ricostruzione d’epoca coi costumi di Milena Canonero e le scenografie di Michel Barthélémy – ma la scava dall’interno per piegarla al suo stile, dando al racconto una dizione tra dramma e commedia picaresca. Due bounty killer, i “fratelli sorelle” (Joaquin Phoenix e John C. Reilly), sono indeterminati a tutto fin dal paradossale cognome. Si aggirano nel west come orfani, appigliandosi solo alla loro professionalità e al contorto legame di sangue. Hanno scoppi di rabbia violenta, improvvisi sdilinquimenti sentimentali, sono due soggetti dalle motivazioni enigmatiche e dalle cicatrici emotive incancellabili. Sono cacciatori di uomini, ma devono cercare sé stessi. Uno dei film più sottovalutati dell’anno.

Selfie

9. Selfie di Agostino Ferrente

Il regista elimina l’autore e dice a due sedicenni di un quartiere difficile di Napoli di mettersi a riprendere e riprendersi. Ferrente non vuole fare del moralismo sul narcisismo dei giovani, né indugia compiaciuto sul degrado. Nel rione è stato ucciso un ragazzo da un carabiniere perché scambiato per un criminale. I due protagonisti/registi lo conoscevano: forse lasciando a loro il racconto è possibile ottenere qualcosa di non artefatto, che non sembri il solito reportage giornalistico. Ma ormai sono tutti così smaliziati nell’uso dei dispositivi che l’oggettività è una chimera irraggiungibile. Ne esce un documentario in cui anche la realtà viene sporcata dalla finzione (i due improvvisati registi che inquadrano uno stradone come fosse una spiaggia). L’unica oggettività che resta è quella delle camere di sorveglianza, che registrano con disinteresse glaciale tutto ciò che passa. E sembra il nostro sguardo di spettatori, ben felici di restare lontani e indifferenti a quelle vite di periferia.

Dolor y Gloria

8. Dolor Y Gloria di Pedro Almodóvar

Tra i migliori film del 2019, come dicevamo, alcuni raccontano la vecchiaia e il tempo perduto. Come Dolor Y Gloria, in cui un regista omosessuale (Antonio Banderas), immalinconito dagli anni e ritiratosi per i troppi acciacchi, attraverso l’incontro con alcune persone del passato ripercorre la sua vita, a partire dall’infanzia poverissima insieme all’amorevole madre Penélope Cruz. Almodóvar ha firmato il suo film più sorprendente e maturo, un bilancio esistenziale scopertamente autobiografico nel quale il cinema diventa un escamotage per parlare soprattutto di un essere umano. Lo stile trasgressivo delle regie giovanili è solo un ricordo, come il manierismo calcolato dei suoi melodrammi più celebrati, Tutto Su Mia Madre o Parla Con Lei. Almodóvar non strizza più l’occhio allo spettatore e se mostra il marchio di fabbrica del suo colore “rosso passione” è solo per metterlo subito da parte, indirizzandosi verso un racconto memoriale senza effettismi, sfaccettato e sommesso, in cui la felicità si agguanta solo dopo aver attraversato lutti e sofferenze, la vita e la morte, il dolore e la gloria. Un film commovente, rasserenato.

Migliori film del 2019

7. Martin Eden di Pietro Marcello

Pietro Marcello riadatta il suo cinema di poesia a un racconto più tradizionale, passando, come ha detto qualcuno, “dall’astratto al figurativo”. La storia è quella di un romanzo inattuale, Martin Eden di Jack London, che parla di darwinismo sociale, anarchismo, socialismo e cultura come mezzo di ascesa sociale. L’azione è spostata dalla California a Napoli, ambientata in un tempo enigmatico, che affastella interni domestici sottoproletari, canzoni pop e tv in bianco e nero. Pure i generi sono multipli, melodramma, sceneggiata, film modernista. E i formati, con un super 16 millimetri che dà alle immagini una consistenza granulosa che si sposa benissimo con i materiali d’archivio. L’impasto finale ricapitola tutta la storia del Novecento, dal lato degli ultimi. Ultimi di cui può restare traccia solo in un film anch’esso inattuale, che sembra sbucato fuori da un magazzino polveroso. Luca Marinelli, premiato a Venezia con la Coppa Volpi, è straordinario.

Peterloo

6. Peterloo di Mike Leigh

Nell’anno dell’impeccabile lezione di messinscena di L’Ufficiale E La Spia di Polanski, c’è un altro film da ricordare per le stesse ragioni. Peterloo racconta il massacro di Manchester nel 1819, quando sessantamila pacifici manifestanti per il diritto al voto vennero attaccati dalla guardia nazionale, con un bilancio di 15 morti e 500 feriti. L’affresco è di cura filologica. Le scenografie in primo luogo, con le fabbriche stipate di macchine tessili e i delicati interni delle modeste abitazioni popolari illuminate dal sole che filtra dalle finestre. Mike Leigh aggiunge una fotografia della società inglese: corte, riunioni parlamentari, aule di tribunale, assemblee di politicanti radicali, dibattiti di protofemministe, conversazioni in famiglia su corn laws e habeas corpus. Il regista è di parte, malevolo coi notabili e affettuoso, ma equilibrato, con la classe operaia. Un film volutamente didattico su politica e società, che è anche un’opera sull’individuo soggiogato dalla Storia con la s maiuscola, che schiaccia i poveri cristi che stanno a cuore a Mike Leigh.

Noi di Jordan Peele

5. Noi di Jordan Peele

Tra i migliori film del 2019 c’è questo apologo a sfondo politico incentrato sul conflitto di classe tra ricchi e poveri. Noi è la storia d’una famiglia benestante di colore presa in ostaggio da quattro individui che sono i loro doppi esatti, in versione deformata e minacciosa. Dopo Get Out, Jordan Peele rideclina l’horror, allargando il discorso dal razzismo a un ritratto ambizioso delle ipocrisie del capitalismo, partendo dal sentimentalismo di superficie di un paese che sa unirsi in un abbraccio da una costa all’altra dal paese per beneficenza – Hands Across America, un evento realmente avvenuto nel 1986 – ma che è incapace di autentica solidarietà. L’impaginazione visiva è abbagliante e i dettagli, vestiti rossi, forbici, conigli, rituali della violenza recano la firma di uno stile autonomo. Un film che invita a guardare dall’altro lato dello specchio, al fondo dell’inconscio, dei desideri, paure e, inevitabilmente, incubi. Perché l’inferno non sono gli altri, siamo noi.

Migliori film del 2019

4. The Irishman di Martin Scorsese

Sia o meno, come dichiarato, l’ultima opera di Martin Scorsese, The Irishman ha qualcosa di terminale. I bravi ragazzi non sono semplicemente invecchiati, sono sul punto di morire. Il film evita toni e condanne moralistiche, ma l’incedere del racconto è inequivocabile. Nel lungo epilogo il killer De Niro è avvizzito, abbandonato dalla figlia, sceglie la bara in cui essere tumulato. Il film usa genialmente il de-aging: non per ringiovanire De Niro, Pesci e Pacino, ma per farli sembrare vecchi pure da giovani. È tutto finito, fin dall’inizio. E quei mafiosi ringalluzziti che spuntano dappertutto sono bollati da didascalie che, a mo’ di memento mori, dicono quando saranno ammazzati e come. The Irishman è una specie di saga del Padrino, marchiata dal lutto e dal senso di disfacimento.

Migliori film del 2019

3. Storia Di Un Matrimonio di Noah Baumbach

Il film emotivamente più coinvolgente del 2019, una storia di separazione nella quale, sebbene nessuno di noi assomigli a Scarlett Johansson o Adam Driver, si finisce per identificarsi. Storia Di Un Matrimonio accumula situazioni imbarazzanti, paradossali, sgradevoli, malinconiche, ossia tutto quell’insieme di fatti ed emozioni che appartengono alla fine di una relazione. Il dolore non è messo in scena naturalisticamente, ma riorganizzato in una calibrata costruzione drammaturgica, che comincia da una sequenza in cui marito e moglie descrivono le qualità del partner. Solo che non si tratta di dichiarazioni d’amore, ma di un esercizio che il facilitatore del divorzio ha chiesto a entrambi per evitare l’incrudelirsi del rapporto. Ma il peggio accadrà. È inevitabile. Tutto suona sincero e coinvolge e commuove. Protagonisti in stato di grazia.

Tramonto

2. Tramonto di László Nemes

Assistente di Bela Tarr, László Nemes con Il Figlio Di Saul aveva vinto l’Oscar per il miglior film straniero. Tramonto, invece, è passato quasi sotto silenzio. Ed è persino migliore. Perché ammorbidisce lo stile formalista dell’opera precedente, tutta piani sequenza in semisoggettiva, e aggiunge anche i controcampi per costruire un racconto di elusiva bellezza ambientato nella Budapest nel 1913, dove la protagonista torna per cercare il fratello mai conosciuto. Un percorso di ricostruzione identitaria d’una donna che ricuce il passato di cicatrici familiari e insieme un affresco dell’impero austroungarico al crepuscolo, alle soglie della Grande Guerra. Il mondo è ritratto di scorcio, spesso fuori fuoco, attraverso i frammenti che appaiono nel limitato campo visivo della protagonista. Tessere di un puzzle da ricomporre, dentro il quale lo spettatore è gettato, invitato come la protagonista a partecipare attivamente per decrittare le ambiguità della narrazione e riempire i vuoti di senso. Un film che è un’avventura dello sguardo.

Migliori film del 2019

1. Parasite di Bong Joon-ho

All’apice della lista dei migliori film del 2019 c’è un congegno narrativo raffinatissimo, in cui tutto è sottoposto a un’attenta organizzazione spaziale. Il fulcro è la bellissima casa modello Architectural Digest d’una famiglia altoborghese di Seoul, dove si installano i componenti di una famiglia di poveracci che, fingendo di non avere rapporti di consanguineità, svolgono chi il ruolo di governante, chi di autista. I ricchi stanno sopra, gli indigenti sotto. Non solo in termini di gerarchia sociale, proprio fisicamente: i primi nella bella casa inondata di sole, i secondi in un sottoscala che appena piove s’allaga. Ci sono anche i terzi, ancora più poveri, ancora più in basso. Tutti s’affannano in una lotta di classe senza quartiere: non per la giustizia sociale, ma per arraffare il più possibile cose di cui non possono fare a meno. Perché siamo quello che consumiamo. C’è una ulteriore stratificazione, di racconti: sopra la commedia di costume, sotto il dramma, più giù ancora un film dell’orrore.

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