Pinocchio, il Matteo Garrone pittore ha la meglio sul regista e sul narratore

La nuova versione del libro di Collodi è piena di invenzioni visive. Ma la fedeltà al testo è eccessiva. E si rischia l'illustrazione. Benigni è un Geppetto dolce e misurato

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“Pinocchio sebbene fosse un ragazzo allegrissimo, si fece tristo anche lui: perché la miseria, quando è miseria davvero, la intendono tutti: anche i ragazzi”, scrive Collodi. Le Avventure Di Pinocchio è un libro bicefalo, a partire dallo strano essere di legno e carne che ne è il protagonista. Un libro attraversato da uno spirito fiabesco e insieme radicato in un contesto di realismo scabro, una riconoscibile provincia contadina toscana di cui la povertà è il tratto più rimarchevole. Lo dimostra quel singolare “padre” che è Geppetto, del quale Pinocchio dice che per lavoro fa il “povero”. Non il falegname.

Insomma è questo il mondo duro e terragno in cui si svolgono Le Avventure Di Pinocchio, strette dentro un’indigenza che confina, appena dissimulata dalla trasfigurazione fantastica, con la disperazione. Ed è qui, quindi, che si svolge il Pinocchio di Matteo Garrone, che comincia dall’inquadratura di Geppetto (un misurato Roberto Benigni) che sta lavorando sì di scalpello, ma su una crosta di formaggio dalla quale cerca di ricavare qualcosa da mangiare.

La tensione al meraviglioso e all’invenzione di questo Pinocchio si situa sempre in uno spazio e un tempo definiti, che appartengono a quell’antico paesaggio italiano ritratto dalla pittura dei macchiaioli – riferimento esplicito di Garrone – di cui il regista, nell’individuazione delle location, ha cercato residue sopravvivenze, tra Toscana e Puglia soprattutto.

Pinocchio
Geppetto-Benigni davanti alla sua creatura

Gli effetti speciali che danno vita agli esseri fantastici rispondono quindi alla medesima ispirazione: Pinocchio (Federico Ielapi) è un burattino di legnosa concretezza, con un corpo nodoso che cigola letteralmente e sotto la cui spessa corteccia si vede battere un cuore (quel “cuore buono” che spinge la Fata Turchina a perdonargli qualunque monelleria). Lo stesso vale per le creature antropomorfe che incontra – il Gatto e la Volpe di Rocco Papaleo e Massimo Ceccherini (anche cosceneggiatore insieme e a Garrone), la figurativamente stupenda Lumaca (Maria Pia Timo) che sembra sbucata fuori dal precedente Il Racconto Dei Racconti, il Grillo parlante (Davide Marotta) e il giudice Gorilla (Teco Celio). Tutte sono reinvenzioni dal gusto fantasy di corpi che mantengono la traccia d’una fisicità umana, artefatti a metà tra tecnologia digitale, make up e puro artigianato.

Garrone segue fedelmente il filo delle avventure picaresche, anche se semplifica e asciuga l’epopea. Nell’adattamento emergono anche gli elementi personali della sua rilettura, che mostra con più nettezza l’affetto che lega Geppetto alla sua creatura (“M’è nato un figlio”, corre a dire in giro per il borgo il falegname in piena notte appena s’accorge del miracolo”), che ancora di più contrasta con la diffusa cattiveria umana. Quella del Gatto e della Volpe, che senza pensarci un attimo impiccano Pinocchio per sottrargli le monete d’oro (uno dei momenti più dark della favola), o del Direttore del circo (Massimiliano Gallo) che, una volta azzoppatosi il ciuchino in cui è stato trasformato Pinocchio nel Paese dei Balocchi, lo vuole affogare per ricavarne una pelle per un tamburo.

Pinocchio
Il Gatto-Papaleo e la Volpe-Ceccherini con Pinocchio

L’amore per il figlio del padre e di quella madre surrogata che è la Fata Turchina (Marine Vacth) costituiscono gli unici squarci di luce in un contesto che risalta per la sua tristezza – sarà anche per questo che il rosso del vestito del burattino è l’unica chiazza di colore in una palette fatta di grigi smorti e polverosi. In questa chiave anche le birbanterie, il gusto del dolce far niente di Pinocchio più che segni d’una imperdonabile irresponsabilità sembrano le reazioni forse bambinesche ma umanamente comprensibili a un contesto dai tratti demoralizzanti.

Basti vedere come Garrone rappresenta la scuola, uno sconfortante modello pedagogico fatto di domande terroristiche, bacchettate e inginocchiamenti sui ceci, in cui il maestro ha una smorfia di disappunto quando realizza che i colpi inferti sulle mani di legno di Pinocchio non sortiscono alcun effetto. Allora si comprende perché insieme a Lucignolo – che nel film, diversamente dal libro, è obbligato dalla famiglia ad abbandonare la scuola per andare a lavorare nei campi – Pinocchio sogni il Paese dei Balocchi. Che purtroppo è solo un altro incubo, dal quale, uno degli altri momenti strazianti e cupi, entrambi i ragazzini si risvegliano trasformati in asinelli.

Il limite di questo Pinocchio sta però nel suo porsi in un dialogo così stringente con il testo di partenza da sembrarne un commentario ad autonomia limitata. E sebbene affascini l’inventività immaginifica dispiegata da Garrone e i suoi collaboratori nella costruzione di un’estetica visionaria, si rischia di non andare al di là di un gusto raffinatissimo ma illustrativo. Perché delle “avventure di Pinocchio” manca esattamente l’avventura, la vertigine romanzesca, il senso ipercinetico delle peripezie e delle corrispettive emozioni. Il Pinocchio di Garrone procede come una scansione di tavole di alta fattura pittorica, figurativamente smaglianti, ma statiche.