Star Wars: L’Ascesa di Skywalker, l’ultimo episodio si chiude nel segno di una grande saga familiare

Dopo 42 anni, tre trilogie e nove film, il regista J.J. Abrams fa scendere il sipario sul franchise più famoso del cinema contemporaneo. L’azione e gli effetti speciali restano mirabolanti, certo. Ma il cuore della vicenda sono i personaggi, i legami di sangue, i sentimenti

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Si temeva che Star Wars: L’Ascesa di Skywalker, ultimo episodio di una saga cominciata 42 anni fa, sarebbe potuto collassare sotto il peso delle enormi aspettative dei fan, dei troppi personaggi, dei tanti fili narrativi da chiudere. Chiudere, certo, sempre fino a un certo punto, data la proliferazione di spin-off, serie tv come il recentissimo The Mandalorian, ambienti narrativi videoludici, che seguiranno il loro corso e continueranno ad alimentare la mitologia stabilita dai testi sacri delle tre trilogie.

Il timore del fallimento, però, è stato fugato da questo nona e, dato che riesce a essere tale, ultima puntata. La quale continua a muoversi nelle coordinate che J.J. Abrams, qui tornato alla regia dopo la parentesi de Gli Ultimi Jedi diretta da Rian Johnson, aveva stabilito ne Il Risveglio Della Forza. Il che significa puntare su di una storia elementare (scritta dallo stesso Abrams insieme a Chris Terrio), su personaggi ben definiti e sentimenti netti e riconoscibili – così come è riconoscibile e lineare il conflitto fondamentale sotteso al racconto, la sfida, interna alla filosofia della Forza, tra il Bene e il Male, scritti così, con le lettere maiuscole.

La storia di Star Wars: L’Ascesa di Skywalker, infatti, è chiarissima. C’è il ritorno, già annunciato dal trailer, del supercattivo, l’imperatore Palpatine (Ian McDiarmid), grande burattinaio che ha continuato a tirare le fila della vicenda da dietro le quinte. Ad affrontarlo la resistenza guidata da Rey (Daisy Ridley) che sta ancora acquisendo la consapevolezza del suo potere di Jedi – le cui insicurezze sono legate al fatto di non conoscere la vera storia delle proprie origini –, il coraggioso e impulsivo pilota Poe (Oscar Isaac) e il disertore Finn (John Boyega), che ha quasi una funzione di ago della bilancia tra i due. L’altro nemico è Kylo Ren (Adam Driver), cavaliere Jedi che si è fatto sedurre dal lato oscuro della Forza (ha persino ucciso il padre Han Solo ne Il Risveglio Della Forza) ma che, giunto alla resa dei conti, ha dei tentennamenti.

Al netto delle avventure mirabolanti, del massiccio impiego di effetti speciali, delle scenografie affette da irrefrenabile gigantismo, le scene caratterizzanti di Star Wars: L’Ascesa di Skywalker sono quelle intime, i momenti di raccordo che stabiliscono le relazioni tra i protagonisti, svelano i loro sentimenti e il loro passato, definendo i rapporti tra padri, figli, nipoti. In virtù del peso di quella che può ben definirsi una tradizione, consolidata da oltre quarant’anni, gli autori di Star Wars hanno ben presente il ruolo che il tempo ha nella vicenda, affollata di personaggi che non lasciano mai completamente la scena. Non è solo Palpatine a tornare, ma anche figure secondare come il vecchio combattente Lando (Billy Dee Williams) e altri ancora, chi fisicamente, chi magari solo in spirito, o come voce della coscienza di un genitore interno talmente presente da diventare visibile.

Non è la fantascienza il cuore di Star Wars, che è piuttosto un grande racconto fantasy, con i cavalieri, le armature, gli oggetti magici e quindi anche gli spiriti dei trapassati. Ed è un fantasy che da un lato si nutre di un’epopea guerriera, con l’eroismo sbruffone ed elementare da film bellico e persino western – arrivano i nostri ne L’Ascesa di Skywalker, anche a cavallo –, dall’altro punta sui sentimenti da melodramma di una saga familiare, un elemento che ne costituisce l’aspetto centrale ed autenticamente emozionante, perché umanizza e personifica quello che altrimenti resterebbe solo un conflitto tra opposte fazioni.

Anche l’aspetto mistico e parareligioso legato alla Forza assume sempre i contorni di un dramma interiore, individualmente vissuto da figlie che soffrono perché sono state abbandonate e non sanno da chi e perché (Rey), da figli che hanno ucciso come in una tragedia greca il proprio padre (Kylo) e madri che non sanno se riusciranno a riportarli sulla retta via (la Leia di Carrie Fisher, con l’attrice, morta tre anni fa, che compare grazie all’uso di sequenze già girate).

All’epica metallica e astratta dei supereroi Marvel, la saga di Star Wars, con una storia tanto più lunga e così diversa, risponde facendo sempre incarnare i valori e gli ideali da personaggi che hanno sempre dei rapporti di sangue ben definiti, figli, padri, madri o fratelli di qualcun altro. Ed è vero che poi a un certo punto qualcuno dirà che ci sono cose più forti persino dei legami di sangue. Ma comunque ciò che conta è la famiglia, naturale o allargata, anche perché la forza dell’imperatore Palpatine sta nel riuscire a far credere agli eroi che sono soli di fronte alle proprie insicurezze, paure, smarrimenti. Il titanico, smisurato Star Wars termina nel segno di un intimismo familiare e sentimentale.