Se la musica in Italia funzionasse, Giorgieness sarebbe uno dei nomi più importanti e campeggerebbe in tutti i Festival

Ho riascoltato il secondo album dell'artista, Siamo Tutti Stanchi, e sono sempre più sicuro che ha raggiunto un livello altissimo

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Giorni fa, parlando di calcio, mi sono lasciato andare a un impari confronto tra campioni del passato e del presente. Provo a ritornare sull’argomento, affrontandolo non nello specifico, ma in generale.

Partiamo da un presupposto sbagliato, non c’è generazione che, arrivata alla propria età matura, non guardi a quella più giovane con accondiscendenza. Di più, con lo sguardo bonario che presto diventa disgustato di chi non può che dire a voce alta: “ma che ne potete sapere voi, ai miei tempi…”, a voi aggiungere quel che meglio ritenete per dimostrare che la vostra sia una generazione che ha vissuto situazioni migliori della precedente, specie in fatto di musica, cinema o qualsiasi cosa che abbia a che fare con la cultura e lo spettacolo.

Il presupposto è sbagliato perché in realtà tutto questo, ve ne ho già parlato tempo fa, non risale alla notte dei tempi, non fosse altro perché i giovani, come categoria di fruizione e quindi di pubblico, sono un’invenzione della metà del Novecento.

Mio padre, per dire, amante di Modugno ma anche di Renato Zero, faccenda questa che mi ha sempre spinto a guardare al re dei sorcini come a una sorta di moralista mascherato, visto che mio padre è un diacono, non esattamente il prototipo del trasgressivo, non ha mai fatto raffronti tra la musica che piaceva a lui e quella che piaceva a mio nonno Mario, nato alla fine dell’Ottocento, in guerra con gli Arditi a diciassette anni, poi espulso dalle Ferrovie dello Stato per non aver aderito al Partito Fascista, automutilatosi del pollice della mano destra per non essere arruolato nell’esercito nella seconda guerra mondiale, mentre stava al macello, lui che un tempo era ferroviere. Lo avesse fatto, immagino, mio nonno lo avrebbe guardato con sorpresa, se non con vera e propria meraviglia. Non ha mai fatto neanche confronti tra la musica che piaceva a lui e quella che piaceva a me o ai miei fratelli, Marco, appassionato di cantautori e di west coast, e Caterina, appassionata di Baglioni (sì, lo so, ho una sorella appassionata di Baglioni e nonostante questo l’anno scorso a Sanremo…). Non lo ha fatto perché, con buona probabilità, non gli interessava di mettere a confronto i suoi gusti coi nostri, ritenendo, immagino, la musica che ascoltavamo noi in buona parte orribile, specie quella che ascoltavo io, penso al rap, penso al grunge, penso all’hardcore, ma non per questo ritenendo che noi non dovessimo ascoltarla. Del resto, lui era cresciuto con Vola Colomba Bianca o Grazie Dei Fior, ci avesse anche solo provato a confrontarli con Fight The Power, Hunger Strike o Sorry Somehow.

Ecco, credo che qui però salti fuori un problema. E il problema è che io, nato nel 1969, cioè esattamente cinquant’anni fa, sono stato un ragazzo, un giovane, nel periodo presumibilmente più florido, da un punto di vista musicale, dell’ultimo quarto di secolo. Quello in cui, per intendersi, sono usciti fuori gli ultimi generi musicali degni di nota, e quelli in cui buona parte degli artisti che oggi vengono considerati i classici davano il meglio di loro. Prendiamo un anno a caso, il 1991. Ecco, nel 1991 sono usciti Nevermind dei Nirvana, il Black Album del Metallica, Blood Sugar Sex Magik dei Red Hot Chili Peppers, Ten dei Pearl Jam, Gish degli Smashing Pumpkins, Achtung Baby degli U2, i due Use Your Illusion dei Guns N’ Roses, Dangerous di Michael Jackson, Screamadelica dei Primal Scream, Out Of Time dei R.E.M., Mama Said di Lenny Kravitz, Temple Of The Dog del supergruppo omonimo, Sailing The Seas Of Cheese dei Primus, Loveless dei My Bloody Valentine, Death Certificate di Ice Cube, Into The Great Wide Open di Tom Petty and the Heartbreakers, 2Pocalypse Now di 2Pac, Trompe Le Monde dei Pixies, Mighty Like A Rose di Elvis Costello, Fireball Zone di Ric Ocasek, Diamonds And Pearls di Prince, Niggaz4Life dei N.W.A., Green Mind dei Dinosar Jr, Badomotorfinger dei Soundgarden, Bandwagonesque dei Teenage Fanclub, Cypress Hill della crew di B Real, nacque il trip hop con Blue Lines dei Massive Attack, il britpop con Leisure dei Blur, Perry Farrel dei Jane’s Addiction, appena sfornato Lo Ritual De Lo Habitual dava vita a quella genialata del Lollapalooza, il tutto mentre in Italia sbarcavano i Simpson, e non ho citato neanche un artista italiano, per dire. E ho preso un anno a caso.

Fare un raffronto con uno qualsiasi degli anni del nuovo millennio sarebbe impari, impietoso, imbarazzante o una qualsiasi altra parola che comincia per “im”.

Non c’è storia.

Ma proprio neanche per sbaglio.

E non perché io sono un cinquantenne brontolone pronto a dire “ai bei tempi andati” o roba del genere, ma solo perché in quegli anni, in effetti, succedeva che la musica, il pop come il rock, cominciasse a diventare adulto, a contaminarsi, a utilizzare quella tecnologia che di lì a poco, temo, ne avrebbe sancito l’involuzione se non addirittura la fine. Se poi ci mettete che all’epoca, quando tutto ciò avveniva, avevo venti anni, poco più, beh, capirete come il mio dire oggi “voi non potete capire” abbia un senso ancora più potente, e non me ne voglia Tha Supreme o Drake.

Provateci voi, se ce la fate, a dire, ecco, questi sono i dieci dischi di quel periodo che mi porterei su un’isola deserta, per dire. Non ne basterebbe una, di isola deserta, per contenerli tutti.

Mentre oggi, sarà che non ci sono proprio più i dischi e con lo streaming ci vogliono far credere che possiamo ascoltare tutta la musica del mondo, ma l’isola deserta sarebbe davvero un luogo deserto, arido, di quelli coi cammelli e le oasi che sfumano in vapore appena ci arrivi, nonostante tutto il mare che in genere sta intorno alle isole. Roba da parlare con la famosa palma solitaria. Quello del 1991 oggi è repertorio, sono i classici, quello di oggi quando mai sarà repertorio per qualcuno?

Tra trent’anni continueranno a ascoltare quei dischi lì, ci scommetto tutto quel che ho, non certo le cagate che girano oggi.

Ma se uno, mi voglio sbilanciare, mi chiedesse di fare uno sforzo titanico, magari dietro lauto compenso, e mi chiedesse di scegliere un solo disco da portare sulla già anche troppe volte menzionata isola deserta, beh, dovendo pescare in quegli anni ricchissimi non avrei dubbi, e andrei a scegliere Get A Grip degli Aerosmith.

Conoscevo ovviamente già gli Aerosmith, anche se li conoscevo per il loro ritorno ai tempi di Permanent Vacation, non al loro esordio, che mi vedeva decisamente troppo piccolo. Non avevo apprezzato particolarmente la versione coi Run DMC di Walk This Way, ma DagDoll era un brano che non avevo disprezzato di suonare in sala prove, coi miei amici, e quando poi era arrivato sul mercato Pump, il loro album targato 1989, mi ero letteralmente innamorato di loro, andando a recuperare tutte le loro produzioni precedenti, e finendo per perdermi, come sarebbe potuto essere diversamente, in Dream On. Di Pump amavo particolarmente due canzoni, la megahit Janie’s Got A Gun, canzone claustrofobica che si occupava in tempi non sospetti di violenza sulle donne, indicando una soluzione decisamente molto rock’n’roll, e la blueseggiante What It Takes. Il video di quest’ultima, in una situazione che ricordava quel pezzo dei Blue’s Brothers nel quale i fratelli Blue si trovano costretti a suonare in un locale country, metteva particolarmente in evidenza la carica erotica dei due assi del gruppo, il cantante Steven Tyler e il chitarrista solista Joe Perry, oltre che una capacità tutta loro di fare del rock’n’roll comprensibile anche per chi di rocl’n’roll ne capisse davvero poco. In effetti tutta la musica degli Aerosmith era così. Struttura dei brani decisamente rock, con venature blues e incursioni frequenti nel folk americano, con tanti cori a supportare una voce devastante di Steven Tyler e gli assolo di Perry sempre presenti. “Let’s guitar“, così dice a un certo punto Tyler, proprio in What It Takes. Brano, questo, che esaltava la sua estensione vocale, con un falsetto che arrivava a note, credo, disumane.

Non è comunque di Pump che voglio parlarvi, ma del successivo Get A Grip, uscito nel 1993, quindi un paio di anni dopo quel 1991 poco sopra preso in considerazione, in piena esplosione del grunge. E questa faccenda del grunge, permettetelo, non è citata lì per caso. Perché proprio nel momento in cui un certo hard rock classico, penso ai Black Sabbath, ma anche a qualcosa di vagamente Southern, comincia a entrare nell’immaginario collettivo grazie a personaggi decisamente poco pop come Kurt Cobain, Chris Cornell, Eddie Vedder e Billy Corgan, sempre che gli Smashing Pumpkins rientrino nel genere, decisamente poco pop ma altrettanto decisamente divenuti mainstream, forti di una attitudine comunicativa che metteva in campo un ribellismo post-adolescenziale e un maledettismo romantico elevato all’ennesima potenza, proprio in questo momento specifico in cui a entrare nelle classifiche, passando da MTV, di certo, e dalle radio, arriva quindi il grunge, ecco che svetta in classifica un album che in qualche modo rende adulto certo hair rock anni Ottanta, forse giusto inspessito da suoni più ruvidi e veri, quello di Tyler e soci. Prodotti da quel mezzo genio di Bruce Fairbairn, scomparso pochi anni dopo, colui che già aveva prodotto Permanent Vacation, cioè l’album del ritorno in vita dei nostri, oltre che il loro successivo Pump, ma anche Slippery When Wet e New Jersey dei Bon Jovi e Flesh & Blood dei Poison, come dire i capisaldi dell’hard rock americano, gli Aerosmith impongono sul mercato, un mercato che nel mentre si è appunto imbastardito, un album solidissimo, fatto di mid-tempo come Cryin’ e Crazy, più squisitamente rock, come di brani più hard, come il selvaggio Livin’ On The Edge, ma è soprattutto con Amazing che la band di Boston ha dato il suo meglio.

Chiaramente a me di chi aveva prodotto un album, all’epoca dei fatti, non fregava nulla. E un po’ anche della collocazione di questo lavoro nella discografia degli Aerosmith e più in generale del rock. All’epoca la musica non era parte del mio lavoro, ma era decisamente parte della mia vita. Molta parte della mia vita.

E la mia vita era qualcosa che correva velocemente su binari non esattamente confortevoli.

Ne ho parlato più volte, anche da queste parti, e a riguardo ho scritto anche tre romanzi, ora raccolti nel libro Avrei Voluto Tutto, edito da PeQuod, i miei anni 90 sono stati un filo estremi, specie nella parte centrale, e per motivi che sarebbero dovuti essere tutto fuorché estremi. La mia esperienza da obiettore in un dormitorio, la violenza fisica e psicologica nella quale ho quindi vissuto immerso per mesi e mesi, il mio essere al tempo stesso un giovane anarchico che viveva suo malgrado gli anni di discesa in campo di Silvio Berlusconi, con la destra per la prima volta al governo, il mio suonare in una band punk, gli Epicentro, tutto questo è di colpo diventato una sorta di cocktail mortale, solo che alla fine non sono morto.

C’è stato un preciso momento, parliamo del 1994, in estate, in cui ho avuto la netta sensazione che non sarei sopravvissuto a tutto quello.

Ero lì, i miei capelli lunghissimi, fino quasi al sedere, le mie t-shirt sbiadite, i miei pantaloncini di un pigiama Arimo portati per tutta la stagione, le mie scarpe da tennis costantemente ai piedi, la mia chitarra elettrica riposta nella sua custodia nel portabagagli della Ford Fiesta verde fluo, ero lì e correvo per la strada tutta tornanti che da Portonovo porta verso Sirolo, sul Monte Conero. Poche sere prima, in un locale molto frequentato della costa avevo dato il meglio di me, del me di quei giorni, sfidando un energumeno a reggere il mio sguardo in mezzo alla calca di chi al bancone andava a ordinare birra e patatine. Sguardo che l’energumeno, evidentemente non intimorito dal mio fisico magro e nervoso, erano altri tempi, aveva abbassato per aver ravvisato in fondo ai miei occhi quello che in un film di Rocky avrebbero chiamato “lo sguardo della tigre”, un lampo intermittente di follia e violenza di chi sa di non avere nulla da perdere. Bigbie di Trainspotting che in un pub lancia il boccale di birra verso la folla alle sue spalle e poi si butta nella mischia puntando al più grosso, questo mi sentivo. E un po’ in fondo lo ero, perché il mio passare le giornate con chi davvero nulla possedeva mi aveva spinto a identificarmi in loro, spingendomi oltre quel confine che il brano degli Aerosmith così bene descriveva.

Un mio amico di allora, Francesco, nel vedermi lì, immobile come Ibrahimovic al centro dell’area di rigore, lo sguardo fisso su un ragazzo alto almeno venti centimetri più di me, le vene del collo pulsanti, era rimasto incredulo, non riconoscendo in me l’amico di sempre.

Quei giorni erano così, selvaggi.

Nello specifico, quel giorno sto correndo con la mia Ford Fiesta verde fluo lungo i tornanti che da Portonovo portano a Sirolo. L’autoradio, una di quelle da poche decine di migliaia di lire, con ancora le audiocassette, spara a manetta Amazing degli Aerosmith. La canzone in questione, anche in virtù di quel tardo pomeriggio di luglio, è probabilmente una delle mie preferite di sempre. Lo è perché, nel suo essere estremamente “normale”, descrive esattamente me, lì, in quella macchina. Parla di come allora avessi lasciato fuori tutte le cose giuste, lasciando al mio fianco solo quelle sbagliate, anche se non ho mai sentito un angelo della misericordia al mio fianco. Dice che pensavo di potermene andare, ma che non trovavo la porta. Si chiede quanto in alto sia possibile volare con le ali spezzate. Dice che prima di imparare a camminare devi imparare a strisciare. Quella canzone stava parlando esattamente di me, stava parlando a me. E dopo aver aperto a una speranza, in quel ritornello aperto, positivo, ecco che parte un assolo di chitarra nevrotico, un assolo che parte dal minuto tre e trentotto e prosegue, come una cascata di lava purificatrice fino al minuto sei e ventitrè, con la voce di Tyler a fare da contrappunto, struggente come solo la sua voce sa essere in certi pomeriggi di luglio. Quelle parole, quell’assolo, quegli archi che fanno da tappeto sotto le note che Joe Perry tira fuori dalla sua Gibson, beh, hanno avuto su di me lo stesso l’effetto di un secchio di acqua gelata su chi sta sonnecchiando sotto l’ombrellone il pomeriggio di ferragosto, esattamente nel momento in cui sta per scattare la guerra di gavettoni che andrà avanti fino a sera. Di colpo mi ha riportato a terra, stava solo da capire se si trattava di una caduta o di una risalita.

Per restare a quel disco e ai video che lo hanno accompagnato, mentre accostavo nel primo spazio disponibile, lasciando una buona porzione delle gomme della mia vecchia auto sulla carreggiata, è come se fossi il Joe Perry che suona l’assolo a metà di Livin’ On The Edge, lì a suonare la chitarra in mezzo alle rotaie mentre alle sue spalle arriva un treno in corsa, salvo poi schivarlo proprio all’ultimo secondo. Questione di secondi, di millimetri, ma ero vivo.

Ancora oggi, ogni volta che sento Amazing, e la ascolto spesso, come spesso ascolto tutto quell’album a cui sono legato come a volte ci si lega a un album e a una canzone più per questioni sentimentali che musicali, sempre che sentimenti e musica debbano necessariamente stare separati, con la piccola differenza che di grande album si tratta, fatto che non sempre accompagna i nostri album della vita.

Dico questo perché giorni fa, pochi giorni fa, mi è capitato di riascoltare il secondo bellissimo album di Giorgieness, Siamo Tutti Stanchi. Lo ascolto spesso, un po’ come Get a Grip, e come Get a Grip lo ascolto in auto, uno dei pochi posti dove posso isolarmi a ascoltare musica. In quell’album, tutto davvero di grande livello, al punto che mi verrebbe da chiedere perché Giorgieness non sia adesso uno dei nomi più pesanti della nostra musica italiana, perché il suo nome non campeggi in tutti i Festival dello stivale, magari anche in quello di Sanremo, in quell’album, comunque, tutto davvero di grande livello c’è una traccia, la quarta, che si intitola Vecchi. Una traccia che parla dell’essere giovani, dell’essere giovani adesso, con tutte le problematiche del caso. La canzone inizia con una frase che da sola varrebbe il prezzo di un biglietto, se oggi Giorgieness suonasse a Milano e se non bastassero anche le altre canzoni a spingermi a andarla a sentire. “Ricordati che saranno questi i bei tempi andati”. Frase che, la ripetessimo tutti in coro, come si fa con certi slogan alle manifestazioni, ammazzerebbe sul nascere tutti questi confronti tra generazioni. Giorgieness, anche per questo ti voglio un sacco di bene.

I miei bei tempi andati erano lì, su quella Fiesta verde fluo, un paio di pantaloni corti del pigiama Arimo addosso, i capelli lunghi fino al sedere, a correre lungo i tornati del Conero sul punto di capire se in effetti è poi così difficile morire mentre Steven Tyler parlava di cadute e risalite da un autoradio da poche decine di migliaia di lire.

Perché noi nati alla fine degli anni Sessanta avremo anche avuto una grande musica, migliore di quella che è venuta dopo, ma quanto a giovinezza siamo in perfetta media con quella di Steven Tyler, classe 1948 e Giorgieness, classe 1991, sì, proprio quel 1991 che, oltre a lei, ci ha regalato così tante gioie, una comunissima giovinezza di merda.

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