Morgan ha portato la vera musica in TV, altro che i talent

Cantautore, musicista, compositore, paroliere, mattatore, divulgatore, nel giro di tre giorni ha fatto tre passaggi televisivi importanti confermando il suo evidente stato di grazia. E noi ce lo godiamo

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Morgan c’è.

Così, come si diceva di Dio sui cartelli stradali quando ero poco più di un bambino, fatto che, si è poi favoleggiato, stesse a indicare punti di spaccio, o forse parcheggi per le astronavi degli alieni.

Morgan c’è nel senso che è evidente a chiunque sia dotato di occhi, orecchi e ancor più di un’anima senziente che Morgan è in questo preciso momento un artista in evidente stato di grazia.

Non badate a quanti sui social si sono lasciati andare a critiche sterili per le sue esibizioni nei programmi che, con una personalità decisamente solida, limpida, riconoscibilissima, loro non sanno quello che dicono. Perché quel che Morgan ci ha regalato la settimana scorsa, con i suoi tre passaggi in prima serata, una su Canale Cinque, ospite di Adriano Celentano nel suo surreale Adrian, due su Rai 1, da Gigi D’Alessio e Vanessa Incontrada e da Enrico Ruggeri e Bianca Guaccero ha del miracoloso. Perché, seppur lì a fare quelle che tecnicamente si chiamano cover, nella realtà dei fatti Morgan ha compiuto il gesto estremo di chi, come certi personaggi che fanno irruzione durante le partite di Premier League costringendo i Bobbies e gli uomini della sicurezza a corrergli dietro, imbarazzati, si mostra completamente nudo di fronte a un grande pubblico. Chiaramente, non essendo l’esibizionista di cui sopra, quello che in genere viene accompagnato dal Bobby a bordo campo, il caratteristico elmetto nero a coprirne quelle che non a caso si chiamano “le pudenda”, ma un artista, Morgan compie tutt’altro che un gesto narcisista. Fa esattamente quel che il suo ruolo lo porta a fare, scorticarsi l’anima per permettere a noi, che siamo nel caso specifico spettatori, di poter vedere la nostra, di anima. E lo fa attraverso il repertorio altrui, a dimostrazione che, come ha detto Enrico Ruggeri, in realtà parlando di altri ospiti della sua Una Storia Da Cantare, le Vibrazioni, esiste una netta differenza tra chi fa una cover e chi reinterpreta. Morgan, cantautore, musicista, compositore, paroliere, mattatore, divulgatore, nel giro di tre giorni ha fatto tre passaggi televisivi importanti, come se fossero tutti parte di uno stesso discorso. Come se fossero tutti parte di uno stesso discorso perché lo sono, parte di uno stesso discorso. Il suo, nello specifico. Non deve quindi stupire se nel primo e l’ultimo dei suoi interventi, quello al fianco di Celentano e quello chez Ruggeri/Guaccero, ha deciso di infilare a tutta forza se stesso dentro quella narrazione. Andando, quindi, esattamente a fare quel che un Anastasio qualsiasi non riuscirebbe mai a fare. Non stravolgere una canzone, andando a scriverci sopra parole che con l’originale nulla hanno a che spartire, al limite della denuncia alla SIAE, ma usare le parole e le note che un grande autore ha scritto in precedenza, e un grande artista ha interpretato in precedenza, Conto Su Di Te di Adriano Celentano, nel primo caso, Il Mio Canto Libero di Lucio Battisti e Mogol, nel secondo, per farne un manifesto di se stesso, per scarnificare la propria anima fino a lasciarne esibita solo l’essenza, e con la sua la nostra.

Andiamo nel dettaglio, perché una storia che sia poco definita finisce per confondere, più che accompagnare. Giovedì 28 novembre, mentre andava in scena una delle ennesime peggiori puntate di sempre di X Factor, Morgan, che dell’X Factor che funzionava è stato cuore pulsante, andava ospite da Adriano Celentano nel suo Adrian. Un incontro tra artisti diversi, decisamente, seppur accomunati da due aspetti non di minor conto, l’amore incondizionato per la musica, il primo, una modalità quasi naif di affrontare il mondo, la seconda. Dopo aver rockeggiato con il molleggiato, questo in fondo ci si aspettava dal suo passaggio, Morgan ha graffiato andando in profondità con una versione importante di un brano che, confesso, poco conoscevo, Conto Su Di Te, dall’album Uh… Uh... del 1982. Un brano, quindi, uscito quando Morgan aveva appena dieci anni. Nel presentarlo, Morgan, ci ha svelato l’essenza della sua anima da artista, andando talmente in profondità dall’indicarci, senza pudore, questo dovrebbero sempre fare gli artisti, un momento della sua esistenza che ha influito come poche altre nella sua vita di uomo e di artista. La canzone in questione, infatti, che ha interpretato non senza un visibile coinvolgimento emotivo, è la canzone con il quale suo padre, nel 1988, ha deciso di accomiatarsi da lui. Evidentemente deciso a togliersi la vita, infatti, qualche giorno prima del gesto fatale gli ha fatto ascoltare la canzone, Morgan, ancora Marco all’epoca, un sedicenne già immerso anima e corpo nella musica. Il brano parla di un padre che chiede al figlio di farsi carico della propria famiglia, una sorta di lettera d’addio, di testamento. Un momento bello di televisione. Un momento molto bello di televisione. Doloroso, ma non di quel doloroso pasticciato che è appunto proprio della tv del dolore, ma di quello serio e sincero di quando l’arte, almeno per qualche istante, si impossessa di un media ormai neutralizzato, destinato a una prossima estinzione. Si potrebbe parlare di catarsi, non fosse magari fuoriluogo parlando di prime serate in tv. Ma questo è.

E siccome Morgan non è capace di fermarsi, questo ci dice la sua storia personale e artistica, ecco che, dopo aver gigioneggiato da par suo a 20 anni che siamo italiani, lì sopra il pianoforte a cantare Carosone mentre alle altre tre tastiere da ottantotto tasti si esibivano i colleghi Gigi D’Alessio, padrone di casa, Sergio Cammariere e Raphael Gualazzi, ecco che sabato 30 novembre il nostro è andato da Ruggeri e la Guaccero a omaggiare Lucio Battisti, o meglio, il Lucio Battisti che ha collaborato con Mogol, perché a quello era dedicata la prima serata del sabato su Rai 1.

Anche in questo caso è stato duplice il suo passaggio, e anche in questo caso è sulla seconda performance che ci dobbiamo, e ci dobbiamo proprio, perché è una necessità, non una volontà, soffermare. Verso la fine del programma, lo dico anche se non è questo l’argomento del mio scritto che state leggendo, un programma ben fatto, che finalmente porta la musica di qualità in prima serata sulla rete ammiraglia di sabato sera, chi non lo capisce si merita i talent e i programmi della De Filippi, manicheisti buoni solo a fare le punte al cazzo, e del resto questo ci si doveva aspettare da Enrico Ruggeri, ecco, verso la fine del programma Morgan è tornato in scena per eseguire quella che poi verrà incoronata come la canzone più amata del repertorio di Battisti dal pubblico a casa (stesso tipo di risposta avuta per altro su Spotify, dopo l’ingresso nel colosso svedese del repertorio Battisti/Mogol), Il Mio Canto Libero. Una canzone, confesso, che come tutte quelle troppo famose di Battisti, penso a Acqua Azzurra, Acqua Chiara o La Canzone Del Sole, non mi ha mai particolarmente esaltato, pur riconoscendole una bellezza fuori del comune.

Questo almeno fino a ieri sera. Perché l’interpretazione di Morgan, e considerate che considero il Battisti interprete un gigante tanto quanto il Battisti compositore, una delle più belle voci mai ascoltate in cinquant’anni di vita, e non parlo solo dell’Italia, è riuscita a far emergere quella che probabilmente era la vera natura di quella canzone, una sorta di inno alla vita contro tutto e tutti. Da intendersi, attenzione, non in senso ostile, ma nel senso di chi si attacca fermamente alla vita nonostante l’ostilità altrui. Un mondo che non ci vuole più, appunto. Nel bel mezzo della canzone, infatti, prima dello special, Morgan si è messo a parlare, e si è messo a parlare, rivolgendosi anche direttamente a Mogol, più volte tirato in ballo durante la serata per il suo autobiografismo nello scrivere quelle liriche. Nelle sue parole, però, non c’era traccia di Battisti, era di se stesso che stava parlando. Del suo sentirsi in un mondo che non lo vuole più. Ha citato il suo imminente diventare padre per la terza volta, il suo non sapere dove questo figlio nascerà, con chiaro riferimento alla sua casa pignorata (e lo dico in tono perentorio, così immaginate che io lo stia pronunciando mentre leggete queste mie parole, trovo scandaloso che gli artisti italiani tutti abbiano contravvenuto a un modus operandi che risale alla notte dei tempi che li vuole solidali nei confronti dei loro colleghi che si trovano a passare un brutto momento economico, scandaloso al limite dello schifo). Insomma, ha preso un testo quasi logoro dalle migliaia di ascolti cui tutti noi lo abbiamo sottoposto e lo ha reso vivo, pulsante, come un cuore appena estratto da un torace. Il suo cuore. Il nostro cuore. Questo prima di riprendere a cantare quell’inciso, coinvolgendo come un vero performer di classe quale è tutto il pubblico presente negli studi Rai di Napoli.

Ora, non abbiamo idea di quando e se il nuovo album di Morgan vedrà la luce. Non lo sappiamo perché più e più e più volte se n’è parlato, ma più e più e più volte quel che si era detto non ha trovato riscontri nei fatti, ma quel che è certo, certo come lo è il fatto che la vita è esattamente quella roba lì, quella cantata nelle canzoni di Lucio Battisti, di Celentano, di Enrigo Ruggeri, di Gigi D’Alessio, di Morgan, anche se Morgan, di canzoni nuove, ne tira fuori troppe poche, capace com’è di fare sue quelle degli altri.

Per ora accontentiamoci di questi imprevedibili sprazzi di vita, finché Morgan vorrà regalarcene.

Commenti (1):
fede.lauda

Ottima e condivisibile riflessione. Da citare anche l’esibizione di Morgan nella prima puntata del programma di Ruggeri/Guaccero, dedicata a Fabrizio De Andrè, in cui Morgan ha reinterpretato Un Giudice, regalandoci una performance carica di significato ed emozione, salvando il programma dalla solita mediocrità nazionalpopolare.

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