Giornata internazionale della disabilità, 5 tra le serie tv più sensibili alla vita delle persone diversamente abili

Ecco cinque serie tv che crediamo aiutino a sensibilizzare gli spettatori su alcune delle sfide affrontate dalle persone con disabilità

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La Giornata internazionale delle persone con disabilità si celebra il 3 dicembre di ogni anno, a partire dal 1981, in cui è stata istituita dall’ONU per promuovere i diritti degli individui diversamente abili. Come nel caso della Giornata Mondiale contro l’AIDS e di ogni altra ricorrenza del genere, non ci si aspetta che i problemi di una certa fetta di persone si risolvano come per magia.

Ciò che è perfettamente possibile, invece, è fermarsi a riflettere su condizioni che ne rendono la quotidianità particolarmente complessa. La televisione, al pari di altri mezzi di comunicazione, può fare molto per accrescere l’inclusività delle storie di cui si fa portavoce. Per questo abbiamo pensato a cinque serie tv che crediamo aiutino a sensibilizzare lo spettatore medio su alcune delle sfide affrontate giorno dopo giorno dalle persone con disabilità. Eccole.

Special

Breve, brevissima serie prodotta da Jim Parsons, Special ha fatto il suo debutto su Netflix alcuni mesi fa svelando al mondo la voce autoironica e fuori dal comune di Ryan O’Connell. Questa comedy in otto episodi da 15 minuti ciascuno racconta la storia di Ryan Hayes, ragazzo gay affetto da una forma lieve di paralisi cerebrale. Dopo un banale incidente d’auto, Ryan svolge un tirocinio come blogger presso Eggwoke, rivista online di cui lui stesso, in quanto millennial, rappresenta il pubblico ideale.

Stufo e a disagio per via dei vincoli della disabilità, Ryan mente ai nuovi colleghi e attribuisce la causa delle sue difficoltà motorie allo stesso incidente. Si presenta così l’occasione di dare un colpo di spugna alle limitazioni imposte dalla paralisi cerebrale, o perlomeno alle percezioni che gli altri hanno delle stesse, e provare quindi ad affrontare la vita da una prospettiva diversa.

Come abbiamo già avuto modo di sottolineare nella nostra recensione estesa di Special, la serie intenerisce e conquista per l’universalità di certe sue dinamiche. Ha ragione Ryan O’Connell a dire che non serve essere affetti da paralisi cerebrale per empatizzare con il suo personaggio. Perché le percezioni estreme di sé, i dubbi nei rapporti interpersonali, la brama di libertà e il bisogno di definirsi al di fuori dalla sfera familiare non sono vincolati a una condizione fisica ma, appunto, universali.

Glee

L’esordio del teen drama che ha consolidato la fama del trio Ryan Murphy-Brad Falchuk-Ian Brennan risale al 2009, e questo rende ancora più speciale la naturale tendenza della serie a far posto a qualsiasi outsider incontrasse sulla sua strada. Nel Glee Club della McKinley High School trovano infatti rifugio ragazze e ragazzi ricchi di talento nel canto e nel ballo, ma spesso marginalizzati nella vita sociale.

Coming out e omosessualità, dipendenze, maternità, relazioni complesse o addirittura fallimentari in ogni ambito, sfide della genitorialità… Nell’arco di sei stagioni Glee riesce a rendersi rilevante e moderna di qualsiasi cosa parli, arrivando in alcuni casi a essere persino rivoluzionaria. Il musical è parte integrante del suo DNA e carica di sentimento le riflessioni su qualsiasi tema sensibile che la serie si proponga di affrontare. Fra questi emerge la rappresentazione dei giovani con disabilità.

Il personaggio più rilevante in questo senso è Artie Abrams, interpretato da Kevin McHale. Artie è un ragazzo paraplegico, costretto sulla sedia a rotelle e convinto di doversi accontentare di un ruolo da comparsa nella sua stessa vita. Il Glee Club gli offre la possibilità di trovare una voce, una personalità ben definita, che emerge nel tempo portandolo a mettere in discussione e infine sconfiggere parecchi dei limiti della sua condizione.

Glee dà spazio anche a Becky Jackson, studentessa con sindrome di Down interpretata da Lauren Potter. Intelligente e molto sensibile, Becky soffre per l’emarginazione cui si vede costretta dall’impossibilità di unirsi al Glee Club. La svolta nella sua vita arriva dal rapporto instaurato con la coach Sue Sylvester (Jane Lynch), della quale Becky diventa segretaria personale e compagna di molteplici battaglie.

The L Word

Nonostante le critiche che a ondate l’hanno travolta, The L Word – pronta a tornare con un nuovo e attesissimo sequel – ha sempre provato a fare della diversità un punto cardine del proprio essere. E non solo perché ha svelato episodio dopo episodio la vita relazionale e professionale di un gruppo di donne lesbiche e bisessuali nella Los Angeles dei primi anni Duemila, ma anche perché tra la quarta e la quinta stagione ha dato ampio spazio a uno dei pochi personaggi sordi mai visti in una serie televisiva.

The L Word - The Complete Seasons 1-6 (10 Dvd) [Edizione: Regno...
  • Audience Rating: PG-13 (Presenza dei genitori consigliata)

Si tratta di Jodi Lerner, scultrice sorda interpretata da Marlee Matlin, Premio Oscar per Figli di un Dio Minore nel 1987. Il personaggio di Jodi si presenta sulla scena come interesse amoroso e poi compagna di Bette (Jennifer Beals) ma offre spunti interessanti sulla vita delle persone sorde grazie alle dinamiche quotidiane che instaura con la stessa Bette.

Lungi dall’essere una figura disabile relegata sullo sfondo, Jodi ruba la scena grazie a una personalità intensa e decisa. Di fronte a sé ha una Bette più che disposta ad apprendere la lingua dei segni, a coinvolgerla nel proprio microcosmo di relazioni e adattare la quotidianità alle necessità di Jodi.

Stranger Things

Ad accomunare la maggior parte dei personaggi diversamente abili di questa lista è il fatto che a impersonarli siano interpreti affetti dalle medesime forme di disabilità. E così come Ryan O’Connell soffre davvero di paralisi cerebrale e Marlee Matlin è davvero sorda, Gaten Matarazzo di Stranger Things soffre realmente di displasia cleidocranica. La sua condizione non ha impedito lo sviluppo di un personaggio che trasla sullo schermo tutto il talento di un giovane attore promettente.

Così la serie può occuparsi dei misteri del Sottosopra, dell’inspiegabile scomparsa di Will (Noah Schnapp) nella prima stagione, dei poteri di Eleven (Millie Bobby Brown) e del suo tenero rapporto con Hopper (David Harbour) e Mike (Finn Wolfhard). Il protagonismo di Gaten Matarazzo e del suo Dustin è ancor più significativo se si pensa al fenomeno pop globale che Stranger Things è diventata in appena un paio d’anni.

L’enorme popolarità che questa serie ha saputo assicurare ai suoi giovani protagonisti ha infatto permesso a Matarazzo di sensibilizzare il pubblico sulla sua rara patologia, sostenere le associazioni non-profit, raccogliere fondi. Insomma, spendersi per chiunque non sia fortunato abbastanza da avere la sua voce.

Stumptown

Chiudiamo questa lista di serie tv capaci di riflettere in modo costruttivo sulla disabilità con Stumptown, inatteso e insperato successo dell’autunno 2019. Al contrario di molti dei titoli tratti dai fumetti, Stumptown trae la sua forza da una dolcezza e una quotidianità capaci di toccare il cuore. Se la serie è in sé l’osservazione della vita di Dex Parios (Cobie Smulders) fra le sfide del nuovo lavoro da investigatrice privata, molta della sua umanità deriva dal tenero rapporto fra la stesa Dex e il fratello Ansel (Cole Sibus).

Ansel soffre della sindrome di Down, ma non per questo ne è definito. Non è un personaggio passivo, relegato sullo sfondo e parte della storia per via di un’inclusività di facciata. Al contrario, in Stumptown trova un posto tutto suo fra i protagonisti grazie a un carattere dolce e maturo, a tratti inevitabilmente fragile, ma sempre capace di reagire e bastare a sé stesso.

Dex e Ansel vivono insieme, ma soli. Non hanno genitori e devono contare uno sull’altra. Il ragazzo se ne sente per certi versi dipendente, ma riempie la sua quotidianità lavorando con grande profitto nel bar dell’amico Grey (Jake Johnson). I due sono legati da un rapporto altrettanto tenero e fraterno, che scalda il cuore per una normalità che speriamo diventi sempre più comune sullo schermo.

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