40 anni dopo The Wall dei Pink Floyd siamo ancora tutti nel tritacarne

Roger Waters, infastidito da un fan che voleva scavalcare le transenne, gli sputò addosso. Era il 6 luglio 1977 e quel gesto di insofferenza fu il casus belli che gettò le basi di una delle opere rock più importanti del Novecento

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The Wall dei Pink Floyd compie 40 anni. Se per l’uomo qualunque è il disco di: “We don’t need no education”, con un ritornello vilipeso per fare da sigla a un programma di approfondimento televisivo qui in Italia, è anche l’album più frainteso della storia dell’uomo. Siamo tutti cascati, almeno una volta, nella leggenda della denuncia al muro di Berlino. Ciò che inseminò la mente di Roger Waters, invece, era uno stato di insofferenza culminato con un gesto di disprezzo rivolto al pubblico.

Era il 6 luglio 1977 e quella meravigliosa band che ci fece arrivare idealmente sullo spazio con The Dark Side Of The Moon (1973) stava suonando allo Stadio Olimpico di Montreal di fronte a un pubblico sovraeccitato e rumoroso. Waters, bassista e compositore, era nervoso. Dentro di sé covava quel sentimento che negli anni è stato ripreso da Pierpaolo Capovilla de Il Teatro Degli Orrori, che in un’intervista disse: “Se la gente viene ai concerti per ballare e fare casino vada in discoteca, oppure vada a fan**lo”. Ecco, a Montreal stava accadendo che una parte di pubblico si comprimeva sulle transenne della prima fila per invadere il campo. Un ragazzo osò spingersi oltre e tentò di scavalcare la barriera che divideva gli spettatori della band.

Roger Waters gli sputò addosso. Testimoni riferiscono che i Pink Floyd stavano suonando Pigs. Il bassista esplose e riversò la sua rabbia su un inconsapevole capro espiatorio. Probabilmente lo sputo non centrò il bersaglio, ma la storia della band di Money arrivò inevitabilmente a una svolta. Da Wish You Were Here a Wish You Weren’t Here fu un attimo, perché con quel gesto di stizza il muro che avrebbe disegnato i contorni dell’opera rock per antonomasia trovò la sua definizione.

Waters ne delineò i tratti su un foglio di carta e scrisse la storia di Mister Waters, un personaggio fittizio che di lì a poco sarebbe diventato Pink. Era il suo alter ego, era la sua proiezione schiantata in un labirinto di dolore, rabbia, perdizione, smarrimento e paura. Il muro segnava i confini tra Pink e il mondo esterno, una gabbia che lo teneva stretto ma allo stesso tempo lo proteggeva.

Tutto partì da una demo incisa sotto il nome di Bricks In The Wall che Waters consegnò ai suoi compagni di band, anch’essi tagliati fuori dallo stesso muro elevatosi a seguito di dissapori interni nati da contrasti sulle royalties e sulla creatività: il tastierista Richard Wright fu cacciato dalla formazione e andò a vivere in Grecia con la moglie. Partecipò al tour promozionale dell’album con una retribuzione minima, un segno che tradiva l’equilibrio ormai pronto a cedere.

Il 30 novembre 1979 arrivò il doppio disco The Wall. In 26 brani Pink raccontava il dolore della perdita del padre, uno sfogo autobiografico che rifletteva sulla scomparsa di Waters Senior, caduto durante la battaglia di Anzio nel 1944, il rapporto con le droghe, con le donne e con l’istruzione, ma anche con la madre. La suite scomposta di Another Brick In The Wall, inevitabilmente, divenne il cuore del disco insieme a Comfortably Numb – una bellezza che pareggiava Breathe, Echoes e Wish You Were Here – con un Nick Mason quasi militaresco e assolutamente pop, affiancato alla batteria da Jeff Porcaro dei Toto in Mother e da tanti altri musicisti.

Nessuna attinenza col muro di Berlino, dunque: The Wall dei Pink Floyd era il confine tracciato da Roger Waters tra se stesso e gli altri, tra gli anni ’80 e tutto il resto. I ’70 volgevano al termine e i 4 ragazzi che avevano incantato Pompei si trovavano a un punto di rottura. Era esploso il punk e la darkwave si faceva strada in un Regno Unito sempre più decadente e sovversivo. I Pink Floyd, per questo, suonavano In The Flesh? per interrogarsi sulla loro identità. Proiezioni che con il contributo del produttore Bob Ezrin venivano riversate anche sul suono: The Wall dei Pink Floyd è il disco in cui i delay di David Gilmour trovano la loro essenza, con quelle cavalcate in muting a metà tra il Rocky Balboa più tamarro e l’evanescenza più deliberata.

La prima parte di Another Brick In The Wall è uno stato sospeso di cose, un episodio atmosferico che oggi mantiene il suo status di monumento del rock a partire dalla prima frase: “Daddy’s flown across the ocean leaving just a me-mo-ry”.

Tutto si interrompe con The Happiest Days Of Our Lives, una sequenza di rumori – le pale di un elicottero, un vociare perentorio – che anticipa la seconda parte di Another Brick In The Wall, quella che ancora oggi non smettiamo di cantare. Il giro di basso è essenziale ma geniale, limitato parzialmente alle toniche ma percussivo abbastanza da sposarsi con le chitarre quasi funk di Gilmour e la batteria dritta come una marcia.

Le voci infantili della seconda strofa e del secondo ritornello sono quelle degli studenti della Islington Green School, un contrasto etereo tra l’innocenza delle voci bianche e la violenza della chitarra distorta. “All in all it was just another brick in the wall. All in all you’re just another brick in the wall” suona ancora oggi come il suggello di una condizione: dopotutto siamo tutti mattoni nel muro.

The Wall
  • Spedizioni in imballaggi apertura facile autorizzati
  • Pink Floyd, The Wall

La terza parte di Another Brick In The Wall arriva dopo Don’t Leave Me Now, quasi in antitesi dal momento che quest’ultima è la sommatoria della sensazione di smarrimento che arriva alla fine di una relazione, per poi continuare con: I don’t need no arms around me, dunque: “Non ho bisogno di braccia che mi avvolgano”, uno stato bipolare di necessità che crea continuamente la condizione di separazione anche tra gli emisferi cerebrali.

Ciò che ascoltiamo in The Wall dei Pink Floyd è un’opera enciclopedica, che diventerà un film firmato da Alan Parker con Bob Geldof nel ruolo di Pink e le grafiche di Gerald Scarfe. Martelli che marciano ricordando con raccapriccio il passo dell’oca delle divisioni militari durante le grandi dittature, mostri che mettono le persone nel tritacarne e bambini mascherati disposti in fila su un nastro verso la distruzione di massa: elementi che ancora oggi ci fanno rabbrividire ed emozionare, perché del resto la paura è l’emozione più controversa e determinante.

Il disco fu partorito grazie ai denti stretti di Roger Waters e Bob Ezrin, che lavorò meticolosamente alla struttura e alla forma perché già dallo stato embrionale dell’opera ne aveva intuito l’importanza. Non è un caso se oggi, nel 2019, 40 anni dopo, The Wall dei Pink Floyd è uno degli esempi più alti dell’avanguardia del Novecento.

Quel tritacarne siamo noi: abbiamo fatto del nostro quotidiano una macchina divoratrice, incapaci di liberarci dal retaggio di vecchi pregiudizi dal momento che preferiamo un’omologazione – che vince nel termine “sociale” declinato nell’anglosassone – a una collettività che inconsapevolmente defloriamo con egoismo, a una verità che abbiamo disimparato a leggere e a una pace che oggi releghiamo in reparti marginali, dai quali attingiamo con comodità per un maldestro libero arbitrio.

Il muro è eretto dall’interno, ma è invisibile: The Wall dei Pink Floyd era ed è l’esempio di uno smarrimento sicuro che oggi si ritrova ribaltato nei connotati. La nostra è un’insicura consapevolezza, una cecità che ci proietta sul quel nastro trasportatore sul quale, a questo giro, camminiamo a ritroso senza percepire quella direzione opposta che ci conduce lentamente all’autodistruzione.

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