Il Natale si avvicina, ma per favore non svuotatelo del suo significato originale

Allontanato dal proprio significato, qualsiasi oggetto natalizio, qualsiasi riproduzione musicale, è pacchiano e inutilmente rumoroso

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Con l’avvicinarsi del Natale siamo abituati a veder cambiare il paesaggio urbano. Dalle vetrine dei negozi ai balconi delle case, dalle facciate delle chiese alle piazze piccole e grandi la città si riempie di luci e decorazioni colorate. Ma insieme con il paesaggio visivo cambia anche il paesaggio sonoro. Purtroppo, sempre più spesso non sono le cornamuse o i cori gospel a segnalare il tempo della festa ma le trombette elettroniche, i finti carillon, i cicalini ossessivi, i tormentoni striduli che si sprigionano dall’oggettistica a poco prezzo di cui i negozi “cinesi” e certi magazzini dozzinali sono infaticabili collezionisti.

Nel periodo natalizio, le luminarie sonorizzate, i pupazzi cantori, i babbo natale meccanici che picchiano su piatti e tamburi, i presepi con la ninna nanna incorporata, le mille piccole giostre di musica e luci sono freneticamente in azione. In certi negozi i carillon elettronici vengono stipati sugli scaffali e accesi tutti contemporaneamente, a formare un’accozzaglia di melodie dove un canto liturgico e una marcetta militare, un coro celestiale e uno standard jazz si mescolano, accomunati dallo stesso timbro acuto e un po’ nasale tipico dell’oggettistica prodotta nei capannoni di qualche Paese lontano.

Al di là dell’orribile qualità di quei suoni, ci sono almeno due elementi, uno di natura psicologica uno d’origine culturale, che meritano un minimo di riflessione. Il primo elemento riguarda quello che potremmo definire l’atteggiamento mentale di chi concepisce e realizza questa sorta di “gadget” natalizi. L’approccio all’evento festoso è sempre ipercinetico, le luci intermittenti pulsano ad un ritmo incessante che andrebbe bene per una discoteca o per una festa psichedelica, e così le musiche risultano accelerate, esageratamente ritmiche, espressione di un’idea di festa chiassosa e stereotipata, fatta per distrarre la mente da qualsiasi pensiero, distoglierla dal motivo stesso per cui si festeggia. Una festa può nascere dal credo religioso, dalla celebrazione di un fatto storico, da una tradizione popolare, da una particolare circostanza; può avere una dimensione familiare o collettiva, può coinvolgere in modo particolare alcune persone piuttosto che altre, e per ciascuna di queste finalità dovrebbe avere la propria atmosfera e i propri simboli. Non è il caso del Natale “alla cinese”, dove quello che si festeggia non ha molta importanza e dove basta un qualsiasi oggetto chiassoso e luccicante, valido indifferentemente per il Natale o Halloween, per intrattenere i bambini o per far giocare il gatto.

Il secondo elemento riguarda la sensibilità narrativa che si dovrebbe avere quando si tratta del Natale e che invece l’oggettistica col cicalino elettronico non concepisce. Nella nostra cultura il Natale è la festa che racconta la nascita di un Dio bambino, l’atmosfera di una notte santa, il viaggio di Re Magi che hanno un presagio e seguono una stella cometa. Solo per questi elementi, la festa della natività merita la contemplazione, il canto soave, quel senso della poesia che rende meravigliosi, nella tradizione cristiana, i cori dei bambini,  le atmosfere ovattate che sono il preludio di un evento unico e straordinario. In questa narrazione, e solo in questa, c’è il senso del Natale e c’è tutta la sua estetica. Senza questo retroterra culturale, qualsiasi oggetto natalizio, qualsiasi riproduzione musicale, sono destinati ad essere pacchiani e inutilmente rumorosi. Senza la consapevolezza e l’intensità di una “storia”, qualsiasi angelo potrà essere trattato come fosse un Pokemon.

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