Gli impresari “vorrei ma non posso”: le volpi che rovinano il mondo della musica

Cinici, commossi, arroganti, ruffiani, contabili, creativi, furbetti e sprovveduti. Questa figura non riesce ad avere un profilo chiaro

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"Pinocchio" - Walt Disney (fotogramma)

Il mondo della musica è affetto da tanti malanni: quello di un mercato discografico debole, di un sistema radiofonico viziato da logiche commerciali, di un sistema promozionale concentrato nelle mani di pochi player. Ma il malanno peggiore è rappresentato da quegli agenti, impresari e organizzatori che appartengono alla categoria del “vorrei ma non posso”. All’infuori di alcuni circuiti gestiti in modo professionale prolifera infatti un sottobosco di “praticoni” i quali, più che la passione per la musica hanno l’arte di arrangiarsi, quella di galleggiare nel mondo dei concorsi canori, dei memorial dedicati a qualche artista scomparso, delle mille serate “a un passo dal cielo”…
Avendo prospettive di corto respiro, e un posto fisso nelle retrovie del management musicale, l’impresario “vorrei ma non posso” passa la gran parte del suo tempo a cercare di accreditarsi, collezionando selfie con l’artista di nome, millantando amicizie importanti , raccontando di collaborazioni prestigiose, di successi ottenuti, e presenziando a manifestazioni prestigiose senza invito e senza ruolo pur di postare sui social la sua presenza.
Nel suo vivere di espedienti, l’impresario praticone lavora su alcuni effetti speciali: si finge l’unico referente per un certo territorio, si lamenta della disonestà di tanti che operano nel suo stesso settore, blatera che la musica è tutto per lui e finge di commuoversi davanti ai giovani talenti, ha sempre sotto mano un cantante sconosciuto ma straordinario da lanciare nel firmamento musicale, paga il compenso agli ospiti d’onore, ma solo la prima volta – è il ticket che gli serve per potersi fare il selfie – perché già dalla seconda sparisce senza lasciare traccia.

È un abile equilibrista nella gestione degli eventi musicali distribuendo a raggiera le incombenze economiche: l’impianto voci lo mette in conto alla pro-loco, la presentatrice in conto ai fondi del comune, il catering allo sponsor, mentre gli artisti li accolla ad un socio che il più delle volte non si presenta all’atto del pagamento per un “imprevisto familiare”. Puntualmente, in questa girandola di smistamenti si perde traccia di quelle che sarebbero le sue personali responsabilità.

Un po’ cinico e un po’ commosso, un po’ arrogante e un po’ ruffiano (nel corso dell’evento chiama applausi per tutti) un po’ contabile e un po’ creativo, un po’ ambizioso e un po’ micragnoso, un po’ furbetto e un po’ sprovveduto, il manager “vorrei ma non posso” non riesce ad avere un profilo chiaro. Questo gli permette di fare il camaleonte essendo un momento una cosa un momento un’altra, riuscendo a danneggiare tutti contemporaneamente: le giovani promesse, gli ospiti, i professionisti coinvolti, gli sponsor,  le amministrazioni locali e a mettersi in tasca il profitto.

Per tanti ruoli che riesce a simulare, uno invece non gli riesce mai, quello di promuovere effettivamente la musica, di esserne in qualche modo “nume tutelare”.

Fidarsi del finto manager e affidare  un evento musicale ad uno di questi è assai rischioso, è come mettere la famosa volpe…a guardia del pollaio. Bennato deve aver scritto qualcosa…

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