L’universo di Watchmen in 5 punti fra serie tv e fumetto

Se il gradimento dipende da gusti e giudizi personali, nei primi episodi di Watchmen restano comunque alcuni spunti oggettivi da trarre e sui quali riflettere

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La megaproduzione HBO di Watchmen – in onda su Sky Atlantic in contemporanea USA – è quasi arrivata a metà del suo ciclo di vita, con un numero di episodi sufficiente a scatenare le lodi o lo sdegno degli spettatori. A un estremo dello spettro troviamo critici e appassionati del tutto conquistati dalla narrativa stratificata della serie, capace di chiarire collegamenti e seminare nuove incertezze al tempo stesso. All’altro estremo una fetta di amanti del fumetto, indigati da un adattamento stupido, noioso e troppo politicizzato di una storia nata per riflettere su psicologia e umanità. Se la verità assoluta è irraggiungibile e il gradimento dipende da gusti e giudizi personali, restano comunque alcuni elementi oggettivi da trarre dai primi episodi di Watchmen. Ne raccogliamo cinque per riflettere sulle intenzioni e le ambizioni della serie.

L’America (non troppo) alternativa di Watchmen

Che la vita in Watchmen non sia un tripudio di arcobaleni e lieti finali è evidente, e Angela lo ricorda al piccolo Topher e a chiunque potesse non essersene accorto già nel secondo episodio. Ma a toccare l’animo di Damon Lindelof è innanzitutto l’idea di dolore e trauma trasmesso di generazione in generazione. In quanto bianco non posso dire di comprendere cosa significhi essere costretto a venire in questo paese contro la mia volontà, aveva dichiarato prima del debutto di Watchmen, ma basta ascoltare queste storie per avere una più chiara percezione di sé.

Al punto che la questione razziale è diventata uno dei meccanismi più potenti nell’ingranaggio narrativo della serie. Volevamo indagare sul perché non si parlasse di razza nell’universo dei supereroi, a parte in Black Panther. Perché Don Cheadle deve coprire ogni singolo centimetro della sua pelle, come Black Panther, quando invece vediamo sempre la faccia dei supereroi bianchi? E soprattutto, cos’è successo ai [supereroi] neri in un secolo di storie sui supereroi? Ce n’è stato qualcuno che poi è stato messo da parte per via del razzismo? Perché è questo che sarebbe successo nella vita reale.

La lotta al crimine come catarsi

Watchmen dà grande risonanza al talento di Regina King. La sua Angela vive un chiaro scollamento fra la vita diurna – moglie, madre, ex poliziotta ora proprietaria di una pasticceria – e quella notturna, trascorsa nei panni di Sorella Notte allo scopo di combattere i suprematisti bianchi del Settimo Cavalleria. La coesistenza fra due vite opposte non intende comunque evidenziare il solito, banale grattacapo di un’identità segreta in costante pericolo. Per tradizione i supereroi non hanno famiglia, non si sposano e non fanno figli perché sarebbero un impedimento. Capitan America non sarebbe Capitan America se avesse figli di cui preoccuparsi, commenta Lindelof. È interessante ragionare su una cosa del genere quando si cerca di infondere realtà nell’universo delle avventure in costume. Ci innamoriamo di altre persone, ci sposiamo, abbiamo figli. Nel caso specifico di Angela non è stata lei a scegliere di averli, ma adesso li ha. Quindi l’idea di avere a disposizione un pulsante per cambiare vita, e sentirsi combattuti e allo stesso tempo liberati da una maschera è qualcosa che tutti noi possiamo comprendere.

È alla luce di tutte queste considerazioni che si intuisce come il percorso personale di Angela non si limiti al tenere al sicuro il marito e i figli, soprattutto in un’America così profondamente ancorata ai pregiudizi razziali. La destinazione del suo viaggio è una vita che sia il risultato dell’elaborazione completa di quel dolore ereditato, e passa attraverso la scoperta della storia della sua famiglia dopo il massacro di Tulsa del 1921. La lotta al crimine, quindi, è uno strumento di catarsi o, per dirla con Lindelof, semplicemente una scusa per risolvere i nostri c***o di problemi.

Commistioni narrative fra serie tv e fumetto

I puristi del fumetto potranno storcere il naso di fronte ad alcune deviazioni della serie, che siano elementi narrativi o dettagli stilistici. Chi invece inizia a guardare Watchmen senza aver accumulato nel tempo una conoscenza enciclopedica del suo universo, può facilmente sentirsi sopraffatto dalla densità della serie. Il personaggio di Angela nasce anche per affrontare questo problema e si fa rappresentante dei dubbi e della confusione degli spettatori sullo schermo. Questa è la sua storia, quindi se non le interessa una cosa che succede nel fumetto vuol dire che non è fondamentale neppure per noi che guardiamo, è la spiegazione di Lindelof. Allo stesso modo, se si trova in auto con il personaggio di Jean Smart e le fa una domanda, quella è la domanda che vogliamo che anche il pubblico ponga.

La riflessione su ciò che la serie eredita dal fumetto e quanto invece è rielaborato per lo schermo potrebbe arricchirsi di settimana in settimana. Un elemento interessante tratto dalle pagine della graphic novel è l’abolizione di un numero limite di mandati presidenziali. Sulle pagine Richard Nixon è al suo quarto mandato, mentre la serie suggerisce che la massima carica politica del paese sia ricoperta da circa trent’anni dall’attore Robert Redford. La sua elezione risale al 1992 e a lui si devono i cosiddetti Redfordations, risarcimenti destinati ai discendenti delle vittime del massacro di Tulsa.

Grazie all’escamotage dell’Agente Petey scopriamo inoltre come il principale artefice delle vittorie elettorali di Redford sia Adrian Veidt, perlomeno fino all’allontanamento dei due a causa di alcune normative introdotte dal neopresidente. L’inclinazione a sinistra della politica governativa nell’universo di Watchmen è bilanciata però da manovre sempre più invasive nella vita del paese, come si intuisce dai severi avvisi che precedono la messa in onda dello show American Hero Story. Che il panorama politico americano stia per cambiare, infine, emerge già nel terzo episodio, quando l’Agente Blake menziona una possibile corsa presidenziale del senatore dell’Oklahoma Joe Keene.

I riferimenti storici di Watchmen

Tra gli elementi che in Watchmen traggono spunto dalla realtà storica c’è il massacro di Tulsa del 1921, in cui la potenza distruttiva delle bombe e la ferocia del Ku Klux Klan servono a rievocare una vicenda vergognosa del passato d’America. Oltre a trattarsi di un chiaro indicatore delle perenni lotte della società per l’accettazione delle identità altrui, la strage serve uno scopo narrativo nel contesto della serie. Come appare evidente col passare degli episodi, è infatti il nucleo originario della storia di un bambino sopravvissuto grazie al sacrificio dei genitori e vissuto per lunghi anni fino a manifestare la sua enigmatica presenza dinanzi ad Angela.

L’identità razziale oltre lo schermo

Per i produttori di Watchmen è sempre stato cruciale non trasmettere l’idea che la sofferenza degli afroamericani fosse un puro fattore di shock, una strategia messa in campo in nome dell’intrattenimento fine a sé stesso. Per questo è stato assemblato un team di dodici autori, otto dei quali non caucasici, responsabili di dare quante più sfumature ai temi legati all’identità e ai pregiudizi razziali. Certo, si potrebbe argomentare che una divisione netta fra buoni e cattivi e un ritratto della polizia come forza diametralmente opposta al crimine che combatte è, per l’appunto, fin troppo radicale. È la realtà dell’America contemporanea a rendere ben più labili questi confini. Tuttavia Watchmen non pretende di essere un racconto edificante della società né una riscrittura della storia – o del futuro – alla luce di principi più alti, dunque è certo che anche questo faccia parte del suo DNA.

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