L’Uomo Del Labirinto, il thriller con Servillo e Dustin Hoffman punta alto e vola basso

Donato Carrisi firma il suo secondo film da regista, tratto da un suo romanzo. Ci sono il noir, l’investigatore privato, la voce fuori campo, il criminale aguzzino, il thriller alla Dario Argento. Tanto, troppo. E i dettagli, sommati, non creano uno stile

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L’autore di bestseller Donato Carrisi, dopo il primo film da regista La Ragazza Nella Nebbia, raddoppia con L’Uomo Del Labirinto, sempre tratto da un suo romanzo. Un progetto sulla carta ancora più ambizioso, un thriller cupo e nelle intenzioni disturbante, cui, accanto a Toni Servillo, la presenza di una star come Dustin Hoffman dà immediatamente un tono, e aspirazioni, di sapore americano.

Samantha (Valentina Bellè) si risveglia in un letto d’ospedale. È stata tenuta prigioniera per quindici anni in un labirinto da un aguzzino, sottoposta a crudeli giochi con premi e punizioni. Accanto a lei ora c’è il dottor Green (Hoffman), un profiler che l’aiuta a ricostruire gli accadimenti, scavando nella sua mente traumatizzata per scovare tracce che portino al criminale. C’è anche un altro uomo interessato a dipanare la matassa, Bruno Genko (Servillo), investigatore privato esperto di recupero crediti che però, una volta nella vita, aveva accettato una missione diversa, ritrovare una quindicenne scomparsa. Samantha. Quando lei riappare, roso dal senso di colpa e di fallimento, Genko fa di tutto pur di trovare il colpevole. Naturalmente, ruotando intorno a un labirinto, tutta la storia è costruita come un rompicapo, in cui nulla è come sembra all’apparenza.

L’Uomo Del Labirinto guarda in alto, ma i risultati sono modesti. Carrisi lavora alla costruzione di atmosfere che si vogliono malsane, insinuanti, giocando su sequenze che partono sempre da inquadrature scioccanti o sorprendenti. La prima volta che incontriamo Servillo è ripreso sottosopra mentre, seduto squallidamente su di un water, si punta una pistola alla gola per farla finita. È affetto da un male che, secondo le previsioni dei medici, dovrebbe ucciderlo quella notte stessa. È un morto che cammina, come nel vecchio noir americano Due Ore Ancora. E Servillo è il classico private eye da film americano: sporco, lurido, inviso ai poliziotti, amico solo di prostitute, e però con un fiuto eccezionale e una insospettabile moralità.

Il film mette insieme un’ispirazione di fondo da cinema americano mescolata a stilemi italiani. Il problema è che invece di fondersi, questi elementi permangono ognuno precisamente riconoscibile, e così L’Uomo Del Labirinto resta un film patchwork, in cui la somma dei dettagli non si fa mai stile. Abbiamo detto del noir, ma l’asfissiante labirinto in cui la ragazza è costretta a vagare senza meta rimanda subito ai film sui serial killer costruiti come cervellotici giochi di pazienza. Le musiche invece da un lato occhieggiano al Silenzio Degli Innocenti, dall’altro a Morricone. E scopertamente italiano è il decor dai colori sovraccarichi, da thriller alla Dario Argento – pensiamo agli interni della casa della prostituta amica di Genko.

In generale, c’è di tutto e di troppo in questo film: bizzarri esseri con testa di coniglio (un po’ Donnie Darko, un po’ Lynch), esperti di fumetti con benda sull’occhio e accento indefinibile, uomini senza bocca e voce metallica, vecchie claudicanti in sottoscala minacciosi. Immancabile il voice over che fa sempre noir, e Servillo parla a un registratore a nastro per dare una spruzzata vintage, anche se l’ambientazione sembrerebbe contemporanea. Dustin Hoffman poi, nel controcampo delle sequenze d’ospedale, non si integra mai davvero col racconto, sempre serafico e mellifluo mentre interroga la ragazza sorseggiando eternamente una tisana. Così serafico e mellifluo da far scattare il campanello d’allarme nello spettatore che aspetta il colpo di scena.

E ce ne sono anche troppi di colpi di scena, nei numerosi sottofinali di un racconto non chiarissimo, cervellotico come lo spazio-rompicapo in cui è segregata la ragazza. Della metafora del labirinto questo film eredita il limite principale: perché è il tipo di gioco che tiene sulle corde finché si è dentro l’enigma. Una volta usciti, però, si tende a dimenticare rapidamente l’esperienza. Esattamente ciò che succede allo spettatore con L’Uomo Del Labirinto, non appena lascia la sala.

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