54 anni fa usciva My Generation degli Who, una dinamite pronta ad esplodere in televisione

Il brano entrò nella storia dopo la detonazione rock durante lo show per gli Smothers Brothers

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Dal titolo profetico, My Generation degli Who era già un inno generazionale che rompeva le corde, le righe, gli schemi e i timpani. Era qualcosa di diverso, talmente eterogeneo rispetto a quanto girava nelle radio che divenne addirittura una sorta di manifesto del movimento mod nato in Gran Bretagna sul finire degli anni ’50.

Se tutti conosciamo gli Who, tutti pensiamo a Keith Moon, la vera anima della band che ancora oggi, con non poche polemiche, viene riconosciuto come il primo vero batterista rock della storia della musica. Al suo stile disordinato e violento si coniugava, per forza di cose, il suo tenore di vita condotto sempre all’eccesso, e per la prima volta al mondo la vera rockstar non imperava dietro un microfono ma sedeva sullo sgabello, dietro le pelli.

My Generation è ancora oggi il brano del giro di basso di John Entwistle e del canto tartagliato di Roger Daltrey. Quest’ultimo, infatti, aveva dato unicità al brano con il suo canto indeciso e disturbato:

People try to put us d-down,
just because we g-g-get around.
Things they do look awful c-c-cold.
I hope I die before I get old

Se da una parte si attribuisce la scelta a una parodia di un mod sotto effetto di anfetamine, dall’altra parte Keith Moon raccontò che quando il chitarrista Pete Townshend presentò il testo per la prima volta a Roger, quest’ultimo balbettò le prime frasi perché era affetto da raffreddore. Alla band questa naturale imprecisione piacque, e si decise di portarla in registrazione.

Il risultato era un brano apparentemente spensierato, ma My Generation degli Who è il ritorno ossessivo della frase: “Talkin’ ‘bout my generation” ma soprattutto il sinistro proclama: I hope I die before I get old, ovvero: Spero di morire prima di invecchiare, un adagio destinato a diventare una scuola di pensiero per il decadentismo new wave che avrebbe trovato terreno fertile dalla fine degli anni ’70.

Il brano, tuttavia, entrò di prepotenza nella memoria collettiva in quel 17 settembre 1967, una data che odorava di capelli bruciati, polvere da sparo e disinfettante. Quella sera gli Who erano ospiti allo show The Smothers Brothers Comedy Hour dei fratelli Tommy e Dick Smothers, un format che per quegli anni era già eversivo per gli ospiti politicamente scorretti e per i contenuti. Non era un caso, infatti, se i fratelli Smothers entrarono più volte in conflitto con l’emittente CBS per il loro programma che occupò la rete per almeno 3 anni.

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Il mio nome è Keith, ma i miei amici mi chiamano John, disse Keith Moon al conduttore poco prima dell’esibizione. Il brano partì e i quattro ragazzi erano carichi ma, insieme a loro, era carica anche la grancassa di Moon. Non era un atto inusuale, ma per l’occasione il batterista aveva esagerato con il quantitativo di esplosivo, pronto a farlo detonare alla fine dell’esecuzione.

C’è da dire, inoltre, che gli Who furono i primi a distruggere gli strumenti alla fine dei concerti, una pratica che subito fu presa in simpatia da Jimi Hendrix e da tutte le rockstar “maledette” che negli anni a venire avrebbero posto la firma alla loro esperienza onstage. Lo studio della Smothers Brothers Comedy Hour non era un palcoscenico, ma alla squadra di Pete Townshend questo non importava. Al termine dell’esecuzione – la band suonò I Can See For Miles e, appunto, My Generation – il chitarrista impugnò il suo strumento e lo brandì come un’ascia per scagliarlo ripetutamente sul pavimento e contro gli amplificatori, in un clima di ordinata confusione che faceva parte del gioco pirotecnico del rock che, in quegli anni, stava cambiando perimetro.

Poi vi fu l’esplosione: Keith Moon avviò la carica e dalla doppia cassa partì il colpo che investì in pieno Pete Townshend sul cuoio capelluto – e per diverso tempo si disse che accusò problemi all’udito – ma anche lo stesso Moon, che fu raggiunto dalla scheggia partita come un proiettile da uno dei piatti sul braccio.

My Generation degli Who era l’essenza degli stessi Who, forte nel contenere il primo assolo di basso del mondo del rock e il primo oltraggioso, feroce, sfrontato e provocatorio messaggio di libertà anarcoide tradotto in performance che tutto il mondo metal e alternative avrebbe adottato nei decenni a venire.

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