Sanremo Giovani 2020: anche quest’anno, se sei donna, allora non ci sei

Di fronte a questo continuo sessismo culturale serve uno choc: le candidate si presentino nude come Silvia Gallerano ne "La merda", disposte a tutto. Sarà questo l'unico modo per far capire ai giurati che hanno pestato un'ennesima mer*a?

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Ormai un po’ più di venti anni fa abbiamo avuto modo di incontrare la musica di Piotta. Era maggio, giugno del 1999, ricordate, e tutti, ma proprio tutti tutti parlavano dei superfaconi. Ci fecero addirittura uno speciale su Rai 1, non esattamente il pubblico di riferminento di Piotta, allora ancora Er Piotta, né tantomeno del rap, ancora lì dall’essere sdoganato anni dopo da artisti quali Mondo Marcio, prima, e Fabri Fibra, poi, che portarono alle classifiche rispettivamente Dentro la scatola e Tradimento sancendo la fine del rap come genere di nicchia. Il programma in questione era condotto da Verdone, quindi da un artista ultramainstream, e intendeva omaggiare non solo e non tanto la poetica di Piotta, quanto quel coattismo che la canzone in questione andava a prendere bonariamente per il culo, con la scusa di esaltarlo. Ricordo perfettamente il periodo in cui il Supercafone esplose perché coincise con due momenti differentemente importanti della mia vita professionale e privata. Nel volgere del giugno 1999, infatti, pubblicai il mio secondo romanzo, aironfric, un romanzo in cui mi ispiravo dichiaratamente a Nanni Balestrini, come scrittura, e al mondo dei supereroi incarnato da Frank Miller e Alan Moore, storia di un trans obeso anconetano che tentando di dimagrire diventa di titanio, e per di più comincia a soffrire di priapismo. Insomma, una cosa di cui oggi un po’ mi vergogno, anche perché all’epoca ero già trentenne. Il libro, detto così en passant, aveva la quarta di copertina firmata da Frankie Hi NRG Mc, che solo pochi anni prima aveva provato a sdoganare il rap con il suo Fight the faida e Quelli che benpensano, forse precorrendo i tempi, e la copertina era dipinta da Roberto De Angelis, il copertinista di Nathan Never, ma non è di questo che voglio parlarvi. Vi ho citato aironfric perché all’epoca, tale era diventato pervasivo il supercafonismo, che Angelo Guglielmi, l’inventore della Rai 3 che tutti abbiamo amato, recensendolo su L’Espresso mi definì appunto “il supercafone della letteratura italiana”, e ancora oggi fatico a capire se fosse un complimento o una stroncatura violenta. La recensione, e arriviamo all’altro evento importante della mia vita, molto più importante dell’aver pubblicato un romanzo per Mondadori, primo in quella che diventerà la storica collana Strade Blu, uscì esattamente il giorno prima del mio matrimonio, il 9 luglio 1999, e non fosse che mi stavo appunto per sposare oserei dire che in qualche modo era stato uno degli eventi più significativi della mia esistenza fin lì. L’indomani, il 10 luglio, mi sposai con Marina e subito dopo partii per il viaggio di Nozze, un mese tra Messico e Cuba, per cui di aironfric mi disinteressai completamente. Di Piotta no, perché qualche mese dopo mi capitò di conoscerlo, tramite suo fratello Fabio, che è a sua volta un interessante saggista che opera nel campo dei cultural studies, e sarebbe diventato, quale è, uno dei miei più cari amici nel mondo della musica.

Bene, quando tutti, ma proprio tutti conoscemmo il Supercafone di Piotta, a agevolarci l’azione fu sicuramente un video folle e geniale dei Manetti Bros. Lo ricordete tutti, e se non lo ricordate potete sempre sopperire tramite la rete (se invece non lo conoscete siete delle merde, quindi potete sempre sopperire, ma con una certa vergogna, sappiatelo). Nel video, ripeto, folle e geniale come tutti gli artisti coinvolti, oltre al buon Piotta, ancora giovanissimo, c’era anche un altrettanto giovanissimo Valerio Mastandrea. Passato velocemente dal salotto buono di Costanzo al cinema, Mastandrea era già Mastandrea, quindi il suo era un cameo che avrebbe comunque arricchito i video, ma nei fatti le parole dette, lì sul divanetto del privè dove parlava con Piotta nel video, sono in qualche modo diventate tutte iconiche. A un certo punto, guardando di sguincio Piotta gli chiede, così a bruciapelo, “Ma te de corpo vai regolare”, entrando direttamente nel mito. Una domanda, questa, da nonna, o più che altro da discorso tra anziani nella sala d’aspetto del dottore, non certo tra gente che sboccia nel privè, per dirla con un gergo che poi Piotta perculerà amabilmente nel suo capolavoro Piotta è morto.

Te de corpo vai regolare.

Ecco, riparto da qui.

Io di corpo vado regolare.

Da sempre, a memoria.

Ho avuto forse dei problemi a riguardo nel periodo in cui stavo un po’ impantanato con l’università, ma credo fosse più che altro qualcosa di nervoso, dovuto anche al fatto che all’epoca soffrissi in qualche modo, in un modo cioè tutto mio, personalizzato, di attacchi di panico.

Ma per il resto tutto regolare, per dirla alla Mastandrea.

Mangio e vado di corpo. Non dico in un rapporto di uno a uno, ma quasi.

Tutto questo per dire che ho con la mer*a, la mia nello specifico, ma avendo quattro figli anche con la loro, almeno nei rispettivi primi anni di vita, un rapporto piuttosto quotidiano, familiare, naturale.

Niente di morboso, intendiamoci, e lo dico perché lavoro nel mondo della musica e a riguardo girano leggende metropolitane piuttosto note che preferirei non diventassero anche leggende metropolitane legate al mio, di nome. A differenza di chi a quelle leggende è legato non potrei mai permettermi di stipendiare qualcuno che mangi determinate pietanze al fine da insaporire la mer*a che mi troverò a mangiare, e più in generale l’idea di mangiare mer*a, fisicamente o metaforicamente, mi sembra poco interessante, non vogliatemene.

Mangio e vado di corpo, tutto qui, con una certa regolarità.

Quando quindi parlo di musica demmerda, usando esattamente questa parola, crasi tra “di” e “mer*a”, crasi carica di strafottenza, con quel riferimento coatto, appunto, so di cosa parlo. Di qualcosa che non mi fa paura, perché fa parte della mia quotidianità, ma che è appunto mer*a, non certo qualcosa cui guardare con stima o, addirittura, appetito o desiderio. Diciamo che mi fa familiarmente schifo, come immagino succeda un po’ a tutti voi.

L’unica mer*a che mi sembra degna di nota, a parte quella inscatolata da Manzoni, idea geniale che però temo abbia dato il via a un sacco di emuli che, senza averne capito il gesto, ha continuato a inscatolare mer*a senza chiamarla direttamente così, in maniera decisamente più ambigua, è quella portata in scena da Silvia Gallerano, su testo di Cristian Ceresoli. Solo che la mer*a di cui Silvia Gallerano porta sul palco, lei nuda, perfetta perché imperfetta, e non credo sia necessario star qui a spiegare questa semplice frase, è una mer*a a suo modo poetica, perché nella sua crudezza riesce a farci passare l’anomalia per normalità, l’anomalia del dover affrontare quella mer*a, nello specifico le difficoltà che chiunque di noi affronta ogni giorno, ancora di più nello specifico le difficoltà che la protagonista, non a caso una donna, affronta ogni giorno provando a confrontarsi col mondo dello spettacolo. La solita mer*a, in sostanza, questo il concetto che regala il titolo a quello che credo sia il monologo più importante uscito dal teatro italiano negli ultimi anni a livello mondiale. Qualcosa che conosciamo, appunto, pur dicendoci che non è poi così sempre, che non può essere sempre così, perché noi siamo diversi, quelli che conosciamo noi sono diversi. La mer*a del come una donna, nello specifico, pur di arrivare si predisponga a fare di tutto, facendo diventare naturale qualcosa che naturale non è, o meglio, passando per bello qualcosa che bello non è, perché che la mer*a sia naturale lo abbiamo già detto e ridetto. E nel raccontare questo, appunto, si mette a nudo e ci fa mettere a nudo, in una intimità quindi non erotica, ma naturale, imbarazzante per quello che ci dice, non per quello che sottintende l’essere nudi. Nudi di fronte a chi è disposto a starci a ascoltare, nonostante non sia poi così naturale stare nudi a parlare di fronte a una platea, se non metaforicamente parlando.

Uno a questo punto potrebbe anche chiedersi, ok, ci stai parlando da qualche minuto di mer*a, anzi de La mer*a, bene, grazie. Ci hai in precedenza parlato del tuo andare di corpo in maniera regolare, meno bene, ma andiamo avanti. Sei partito però parlando di Piotta, e abbiamo capito che ormai partire da lontano fa parte della tua cifra, anche se onestamente hai un po’ rotto i coglioni. Ma per stavolta passi, è andata così. Va bene tutto, ma esattamente dove stai andando a parare?

Sto andando a parare a Sanremo Giovani, ovviamente. Perché ieri sono usciti nomi dei sessantacinque concorrenti selezionati per passare alle semifinali di questo concorso che poi porterà cinque artisti sul palco dell’Ariston, durante il Festival della Canzone Italiana di Sanremo 2020, in gara con la vincitrice di Sanremo Young e con i due vincitori di Area Sanremo. Sono usciti i sessantacinque nomi selezionati dalla commissione presieduta dal direttore artistco e prossimo conduttore del Festival, Amadeus, e che vede al suo fianco il dirigente Rai Claudio Fasulo, il direttore d’orchestra Leonardo De Amicis, l’autore tv Massimo Martelli e da Gianmarco Mazzi, promoter già direttore artistico di Festival passati, da quelli di Bonolis a quello della Clerici, passando per Morandi e Panariello, tutti immancabilmente uomini. Era così anche l’anno scorso, del resto, e il fatto che non ci sia mai stato un direttore artistico di un Festival in settanta edizioni ci deve obbligatoriamente dire qualcosa, ma anche non voler rivangare nel passato, è così quest’anno. Bene, o male, a seconda di come la si voglia vedere, la commissione artistica tutta al maschile presieduta da Amadeus ha dovuto scegliere sessantacinque nomi su oltre ottocento iscritti, questo ci è stato detto, con un certo vanto. Ottocento iscritti sono in effetti molti, moltissimi. Le iscrizioni chiudevano il sedici ottobre, ieri, ventidue ottobre, solo sei giorni dopo, sono stati dati i nomi. Fare i conti è anche troppo facile, e non è neanche questo il punto esatto di questo articolo. Ma facciamoli. Mettiamo una media di tre minuti e quindici a canzone, che è poi la media dei pezzi editati oggi per le radio e Spotify. Arrotondiamo al ribasso quel numero di iscritti, e facciamo che non siano oltre ottocento, ma solo ottocento. Tre minuti e quindici per ottocento fanno un totale di duemilacinquecentoventi minuti, quaranta due ore precise precise. Mettiamo che si lavori a tempo pieno, anche se Amadeus è in onda con un suo programma, Martelli è autore del programma di Barbarossa, Fasulo è il vicedirettore di Rai 1, insomma, tutti hanno anche altro da fare, non fosse altro gli ascolti e gli incontri per i Big di Sanremo, che dopo la bufera dell’anno scorso sono, ci dicono, molto più trasparenti e aperti a tutti. Ma mettiamo che lavorino a tempo pieno, diciamo facendo dieci ore di ascolti al giorno, e dieci ore di ascolti al giorno sono uno sproposito, perché sfido chiunque a rimanere lucido e obiettivo dopo nove ore e cinquanta minuti di ascolti di inediti, bene, se tutti hanno lavorato dieci ore di al giorno per ascoltare le canzoni, se tutti avessero lavorato dieci ore al giorno per ascoltare le canzoni, ci avrebbero dovuto mettere poco più di quattro giorni solo per un primo fugace ascolto. Vuoi decidere in un solo ascolto il destino di un ragazzo o di una ragazza, ma no, dai, diciamo genericamente di un ragazzo? Cioè, vuoi decidere in tre minuti e quindici il lavoro di mesi, tra scrittura, composizione, arrangiamento, incisione, masterizzazione, per non dire la ricerca di un’etichetta, il video da scrivere, da girare, da confezionare? No, dai, diciamo che ogni canzone è stata ascoltata almeno due volte, e che poi dopo una prima scrematura si è almeno ascoltata un’altra volta che so?, un paio di centinaia di canzoni. Insomma, avete capito, i giorni non bastano. Perché tra il sedici e il ventidue sono passati pochi giorni. E siccome chiunque ha lo stesso diritto, questo dice il regolamento, anche chi si è iscritto all’ultimo minuto, e non vogliamo pensare che qualche canzone sia stata ascoltata per tempo e qualche altra all’ultimo minuto, beh, c’è davvero un bel punto di domanda su come sia stata fatta la selezione.

Punto di domanda che, questa è una storia col lieto fine, scompare quando si vedono i sessantacinque nomi.

Perché ancora una volta i nomi ci dicono almeno un criterio scelto per le selezioni, se sei una donna non passi. O ne passa una ogni tot. Questo facilita molto, perché è come mettere il famoso metro e quaranta a Aquafan sotto il quale non si possono fare i giochi più pericolosi. Sei donna, Sanremo te lo guardi in tv.

Perché su sessantacinque nomi, anche stavolta, di donne ce ne sono poche, pochissime. Sei. Sei su Sessantacinque, avete capito bene. Magari ce n’è qualcuna nelle band, è vero, ma contro quelle sei donne, alcune delle quali, lo dico subito, notevolessime, ci sono quarantasei uomini. Avete letto bene, quarantasei.

Uno potrebbe dire, ma erano di più gli uomini delle donne, tra gli iscritti. E grazie al cazzo, se tanto poi passano solo gli uomini, come sempre nelle ultime edizioni, le donne perché mai si dovrebbero iscrivere?

Ok, si chiederà sempre quell’uno, un cagacazzi, evidentemente, ma mica vorrai le quote rosa in un ambito artistico?

Fino a ieri avrei risposto di sì, pur facendomi le quote rosa profondamente cagare. E le avrei volute, per questo da anni mi sbatto sulla parità di genere in musica, il mio progetto Anatomia Femminile parla per me, perché credo che di fronte a un’emergenza va bene anche una soluzione impropria, purché l’emergenza diventi evidente e si cominci a lavorare sul fronte culturale, prima ancora che su quello pratico. È evidente che il sessismo nella musica è strisciante, mica una cosa dichiarata. Nel senso, non credo che nessuno dei membri della commissione sia sessista, ma che agiscano mossi dal sessismo in maniera naturale, e torniamo al discorso fatto sopra sulla mer*a.

Fino a ieri avrei quindi risposto di sì, ma oggi ho cambiato idea.

Perché se sessismo deve essere sessismo sia.

E allora, non potendo, immagino, contare su una delle sei artiste selezionate tra gli ottocento, quelle che se la andranno a vedere coi quarantasei maschi e le rimanenti band, penso già all’anno prossimo. Nella speranza, però, che Simona Severini, Giulia Mutti, entrambe davvero bravissime, Federica Abbate, che a mio avviso poteva pure andare tra i BIG, Cristina Cafiero, Roberta Finocchiaro e Alessandra Coli magari facciano loro questa mia idea già quest’anno.

Non è possibile giocarsela alla pari coi maschi, perché per loro le porte sono sempre spalancate e per le donne no? Anche la giuria è sempre e costantemente costituita solo da maschi, come i direttori artistici e quasi sempre anche i conduttori?

Bene, le candidate si presentino nude come Silvia Gallerano ne La merda, e disposte a tutto. Lo diceva Giorgio Montanini nel suo monologo a Le Iene, tempo fa, sul MeToo, questo è il solo modo per abbattere il sessismo, “il sesso è la sola cosa che vi da potere sugli uomini, datela via e nel giro di un mese ci portate al guinzaglio come uno schnauzer”.

Andate nude alle audizioni, e ditevi disposte a tutto, recitate un monologo de La merda, o fatene uno vostro, tanto vi sarà sicuramente capitato che qualcuno vi chieda di essere carine per ottenere qualcosa. Non che io pensi che chi è passata l’abbia data via, intendiamoci, sono certissimo che non è così, conosco bene sia le cantanti in questione sia i membri della giuria, e so che non è andata così. Ma penso che di fronte a un sessismo culturale, strisciante, addirittura talmente strisciante da essere involontario, perché sono sicuro che nonostante si stia gridando da anni al problema i giurati se ne saranno accorti adesso leggendo questo articolo di aver pestato una ennesima mer*a, ecco, di fronte a un sessismo culturale occorre uno choc, e più scioccante di trovarsi una donna nuda di fronte, palesemente donna e palesemente disposta a scendere a quei compromessi che un sistema sessista a volte, spesso, genera, non trovo ci sia molto altro.

Se non ve la sentite, vi capisco, spero l’anno prossimo ci sia un qualche grande autore disposto a scrivere una canzone per Silvia Gallerano,e un artista BIG disposto a duettare con lei, perché è troppo grande per andare tra i giovani e solo tra i BIG ci potrebbe essere posto. Pago tutto io, studio, hotel, ufficio stampa, promozione, incisione, tutto. Voglio che la mer*a, non il monologo La merda, ma proprio la mer*a vera, quella che quel monologo ha mosso, salga sul palco dell’Ariston, sotto gli occhi di tutti. So che Silvia Gallerano potrebbe farlo. Spero lo faccia.

Fosse la volta buona che qualcuno capisce che esiste un vero problema di parità di genere anche nella musica. La merda, appunto.

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