Achille Lauro al Club Tenco ha perso un’occasione per fare finalmente il punk

Achille Lauro, che viene spacciato per un dandy che si muove inseguendo una sua ispirazione è chiaramente figlio di un piano marketing piuttosto ben congegnato

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Ho conosciuto mia moglie Marina nel settembre del 1986.  Era il primo giorno di scuola, facevamo le superiori, io il secondo anno, avendo cambiato in corsa il mio corso di studi, addio ragioneria, benvenuto liceo classico, lei il terzo anno, e a presentarci fu una nostra comune amica. In realtà la comune amica era più amica sua che mia, allora, perché loro due si conoscevano dai tempi dell’asilo, mentre io l’avevo conosciuta solo pochi giorni prima. L’avevo conosciuta in uno dei primi incontri di GS cui avevo partecipato, quindi definirla amica era forse prematuro.

Ora, in questo mio incipit ho infilato una serie di informazioni che serviranno a me per proseguire in questo mio scritto, e a voi per farvi un’idea di quel che andrete a leggere. Se vi è capitato in precedenza di leggere cosa scrivo saprete che no, non troverete nell’incipit del mio scritto quelle indicazioni precise che di solito si trovano nelle prime righe degli articoli, e in fondo questo non è un articolo, quindi niente cinque W, niente di tutto questo.

Vi ho detto che a metà degli anni Ottanta, suppergiù, ho conosciuto quella che oggi è mia moglie, quindi mi sono connotato nel tempo, andando, è facile fare due conti, a iscrivermi d’ufficio nella Generazione X, quella degli attuali cinquantenni.

Vi ho detto che sono sposato, anche se ancora non vi ho detto che quella che oggi è mia moglie è diventata la mia fidanzata circa un anno e mezzo dopo quel nostro primo incontro, fatto che dimostra, ma questa è un’informazione supplettiva, che vi sto dando ora, che sono una persona piuttosto determinata, se non addirittura ostinata, perché, questo mancava nel vostro panorama ottico, è ovvio che io me ne sia innamorato follemente al primo sguardo, lì a Piazza Covour, in pieno centro di Ancona.

Vi ho detto, ma questa che forse è l’informazione più importante potrebbe esservi sfuggita, tirata via un po’ di fretta, che da giovanissimo ho per un po’ frequentato GS, sigla dietro la quale si nasconde Gioventù Studentesca, quella branca di Comunione e Liberazione che comprende chi frequenta appunto le superiori.

Visto che sto in qualche modo svelando gli ingredienti prima di andare a preparare il piatto, manco fossimo su Giallo Zafferano, potrebbe tornarvi utile il fatto che Comunione e Liberazione, nella mia città, Ancona, non era affatto quella potenza che era e forse in parte è ancora oggi a Milano, città nella quale vivo al momento. Come potrà esservi utile sapere che dentro Comunione e Liberazione sono rimasto per poco meno di un paio di anni, diciamo da quel settembre 1986 fino all’estate del 1988, portandoci per altro buona parte dei miei amici, e che ancora oggi buona parte dei miei più cari amici di Ancona stanno dentro CL, più o meno convintamente.

Ultima notazione, poi riprendo a raccontare, all’epoca frequentavo il Liceo Classico dei Cappuccini, scuola privata in capo alla Curia, e la frequentavo, credo di averlo già raccontato, perché per qualche tempo ho cullato in me l’idea di entrare in Seminario, figlio di una famiglia molto devota, padre diacono e entrambi i genitori responsabili nazionali di un gruppo in capo ai paolini dal nome Santa Famiglia.

Quest’ultima notazione, lo so, è atta a creare un certo scandalo. Altroché Achille Lauro che fa Achille Lauro andando a devastare banalmente Lontano Lontano al Club Tenco. Io, quello che scrive in maniera sboccata, politicamente scorretto, quello dei cavalli che affogano dal buco del culo, quello che ha suggerito a Laura Pausini di intitolare il suo prossimo album “A cazzo di cane”, quello considerato, forse a ragione, punk e irriverente, ho per un po’ pensato di farmi prete, e ho anche frequentato CL. Sono anche stato catechista, a volerla dire tutta, e questo in un passato molto prossimo, ho smesso due anni fa, quando ero già quello di cui ho appena scritto.

Scandalo quindi perché in un ambiente fintamente progressista come quello musicale essere uno che ha una fede, o più semplicemente uno che frequenta ambienti ecclesiastici è scandaloso, fuori moda, probabilmente addirittura alieno, come se stessi qui a dire che non mi sono mai fatto una canna in vita mia, cosa per altro rispondente al vero.

Scandalo perché, per chi invece nella chiesa ci vive, la presenza di un punk irriverente è sicuramente sbalordente, un Achille Lauro che, invitato per far parlare di sé al Club Tenco decide, invece di andare a fare il pagliaccio che stona e tentenna, va lì e canta alla perfezione, mettendo tutti a tacere, Elvis Costello che scrive e duetta con Burt Bucharach, per intenderci, tutto è stato già scritto.

Ho conosciuto mia moglie Marina nel settembre del 1986.  Era il primo giorno di scuola, facevamo le superiori, io il secondo anno, avendo da cambiato in corsa il mio corso di studi, addio ragioneria, benvenuto liceo classico, lei il terzo, e a presentarci fu una nostra comune amica. In realtà la comune amica era più amica sua che mia, allora, perché loro due si conoscevano dai tempi dell’asilo, mentre io l’avevo conosciuta solo pochi giorni prima. L’avevo conosciuta in uno dei primi incontri di GS cui avevo partecipato, quindi definirla amica era forse prematuro. Oggi è una delle nostre migliori amiche, questo lo posso dire senza ombra di smentite.

Mia moglie è diventata mia moglie tredici anni dopo quel nostro primo incontro, dopo essere diventata la mia fidanzata nel febbraio del 1988. Solo pochi mesi prima che ci fidanzassimo, a novembre, ho suonato con miei amici, tutti come me frequentatori di GS, al suo diciottesimo compleanno. Io, tecnicamente, non suonavo, cantavo. La musica, che già allora occupava una parte importante della mia vita, era rientrata in essa passando dalla finestra, dopo che l’avevo sbattuta fuori dalla porta per stanchezza, ai tempi delle medie. Anche questa è una storia che ho già raccontato, ho studiato per qualche anno musica classica, violoncello e i rudimenti di composizione, frequentando la locale scuola di musica dedicata a Pergolesi, quando però mi sono trovato a dover scegliere tra il continuare a suonare, io che ero stato il più giovane violoncellista marchigiano della mia generazione, e giocare a calcio avevo mollato l’archetto per i tacchetti. Ovviamente erano bastati pochi mesi per pentirmi del gesto iconoclasta, per questo avevo cominciato a cullare l’idea di tornare in qualche modo a suonare qualcosa, magari la chitarra. Cosa che avevo fatto, seguendo corsi piuttosto elementari. Poi, mentre frequentavo il liceo, proprio una settimana passata con i seminaristi presso una casa ecclesiastica di Tonezza, in montagna, mi aveva per la prima volta portato a imbracciare una chitarra elettrica, fatto che aveva definitivamente fatto mettere in soffitta l’idea di entrare in seminario, idea che probabilmente non avevo neanche mai realmente avuto, per seguire quella che sarebbe stata la mia vera strada, qualunque essa in effetti sia stata e sia. Avevo chiesto e ottenuto dai miei di poterne avere una mia, di chitarra elettrica, e l’ennesimo fallimento della locale casa di produzione di strumenti Eko aveva permesso ciò. Da lì al cominciare a strimpellare e cantare in band di amici era stato un tutt’uno. Con una di queste band, appunto, avevo suonato al diciottesimo compleanno di Marina, che ancora non era la mia fidanzata. Era una questione di settimane, lo sapevamo entrambi, ma ancora ovviamente non ce lo eravamo detti. Nel mentre, così, per la cronaca, l’essere il cantante di questa band di amici, con me Simone, ancora uno dei miei amici più cari, al basso, Alessandro alla batteria, e GianMarco alla chitarra, aveva fatto sì che diventassi piuttosto popolare per le ragazze che come noi frequentavano GS. Ho fatto prima cenno al fatto che molti miei amici mi avevano seguito in questa avventura, per onor di cronaca va detto che lo avevano fatto esattamente per questo aspetto, mentre tra noi si era soliti uscire sempre tra maschi, lì a GS c’erano anche parecchie femmine, e la cosa non aveva mancato di riscuotere un certo interesse. Il fatto che io che li avevo traghettati lì fossi stato poi il primo a andarmene, evidentemente, poco aveva influito nelle loro scelte future.

Nel momento in cui mi sono fidanzato con Marina non pensavo che nella vita avrei avuto professionalmente a che fare con la musica. Avevo ambizioni minime, non so esattamente neanche perché. Se qualcuno mi avesse chiesto come mi vedevo da adulto, e a volte capitava che qualcuno me lo chiedesse, rispondevo in genere che mi vedevo con un lavoro impiegatizio, ma con una bella famiglia. Un po’ come mio padre, a dirla tutta.

L’incontro con Marina, va detto, mi ha fatto deflagrare.

Intendiamoci, a questo punto, avendo giocato già diverse carte atte a spiazzarvi, ma avendo a più riprese buttato sul tavolo indizi che mi dovrebbero far passare non solo come un uomo innamorato follemente di sua moglie, quale sono, ma anche uno che lo è da una vita, insomma, qualcuno con cui empatizzare, e anche parecchio, uno per il quale tenere, in una ipotetica partita, dovrei capitalizzare il tutto e farvi definitivamente miei piazzando il tiro all’incrocio dei pali della modestia. Dovrei quindi dire che nel dire “deflagrare” non intendo certo dire che da quel momento in poi, da quando cioè Marina e io abbiamo dato vita a una coppia, io sia diventato chissà che, anzi, dovrei minimizzare, dire che certo quel poco che ho fatto è merito suo, ma in fondo non è che abbia fatto chissà cosa, così da passare per uno modesto, appunto, che non se la tira, anche perché, questo quello che dovrei far passare, non ha nulla per cui tirarsela.

Così non è.

Cioè, non sono modesto, nello specifico, ritenendo la modestia tipica dei modesti, appunto, e modesto non è necessariamente un complimento, andateci voi a mangiare in un ristorante modesto, per dire, e non credo che il mio deglafrare, questo sì dovuto all’incontro e alla vicinanza con Marina, non abbia sortito effetti poco adatti alla modestia.

Sono una cazzo di rockstar.

Lo sono nel mio ambito, certo, è un fatto. Ma lo sono in generale.

Lo sono molto più di buona parte degli artisti di cui scrivo, e questo lo sappiamo sia io che loro. Immagino lo sappiate anche voi.

Ho fatto cose, e senza star qui a sviscerarle, son lì, a futura memoria, e le ho fatte perché a un certo punto ho capito, questo sì grazie a Marina, o anche grazie a Marina, che certe cose erano da fare, e che le potevo fare, o addirittura le dovevo fare. Ho, cioè, mandato a cagare i canoni dentro i quali mi ero mosso nei miei primi anni di vita, iniziando a pensare che questo in generale si dovesse fare coi canoni, mandarli a cagare.

Questo, so che potrebbe non esservi del tutto chiaro, è il tema di questo mio scritto, il mandare a cagare i canoni e il farlo con consapevolezza, certo nella possibilità di farlo.

Perché oggi si fa un bel parlare di iconoclastia e di rockstarritudine. Si utilizzano queste parole per descrivere fenomeni, torniamo appunto al passaggio tenchiano di Achille Lauro, che con l’iconoclastia e la rockstarritudine nulla hanno a che vedere.
Lo dico senza entrare in meriti artistici, perché di Achille Lauro, in un mondo non dico giusto ma anche solo decente io non solo non dovrei scrivere, ma neanche dovrei essere stato messo a conoscenza della sua esistenza, ma solo soffermandomi su un paio di punti fermi, ineludibili.

Achille Lauro, che viene spacciato per un dandy che si muove inseguendo una sua ispirazione è chiaramente figlio di un piano marketing piuttosto ben congegnato, sebbene le vendite del suo ultimo lavoro e i biglietti strappati nel suo tour dicano altro. Venduto, è il caso di dirlo, come un nuovo punk, uno che rompe i canoni, che si presenta a Sanremo, trapper di lungo corso, con una canzone definita bonariamente, immagino, rock, con un look che richiama smaccatamente il Sid Vicious di The Great Rock ‘n’ Roll Swindle, presente My Way?, uno che dovrebbe poter riportare in vita il giovane Vasco, uno che, sotto le critiche anche eccessive intorno al suo essere stato chiamato ospite al Tenco, addirittura incaricato di aprirlo cantando Lontano Lontano, si è autoproclamato “incompreso, come Tenco, ecco, lui che in effetti negli ultimi tempi ha avuto a disposizione solo un programma in prime time come Pechino Express, il palco di Sanremo, quello del Primo Maggio e ora quello del Club Tenco, senza contare i selfie con Mara Venier e tutti i passaggi radio e tv, uno venduto come un nuovo punk, nel momento in cui deve calcare quel palco blasonato cosa fa? Il punk. Cioè esattamente quello che il canone che il suo essere punk dovrebbe distruggere in realtà impone. Perché magari avrà pensato che vestirsi buffo, mettersi il mascara, riempirsi la faccia di tatuaggi e cantare a cazzo una canzone che richiedere un minimo di preparazione sia qualcosa di figo, di irriverente, di eversivo, ma in realtà, se sei lì esattamente per fare quello, e tirarti quindi dietro tutte quelle polemiche, che ti consentiranno di poter promuovere il nuovo imminente singolo e il nuovo imminente album, e consentiranno al Club Tenco, da una vita ormai esiliato in un boschetto di autoriferimento, di tornare per qualche ora sulla bocca di tutti, come se esistesse un Club Tenco anche fuori dalle poche poltrone dell’Ariston di Sanremo, di punk o eversivo non hai davvero un cazzo. Sei scontato, banale, telefonato, questo è quanto.

Lo dico così, sfrontatamente, sapendo di essere a mia volta a grande rischio “Punk chiamato a fare il punk e che quindi fa il punk”, perché ho passato le ultime giornate a ricevere messaggi indignati che richiedevano una mia discesa in campo a riguardo, e perché so che da me, quello cattivo, irriverente, politicamente scorretto, ci si immagina esattamente questo. Questo che però non arriva, e non arriva non per un andare ancora una volta contro corrente, destino del bastian contrario, cioè per una volontà ferrea di fare esattamente l’opposto di quel che ci si aspetterebbe, a sua volta un canone, converrete, ma perché se i canoni vanno distrutti vanno distrutti davvero, mica per finta.

Quindi ecco questa partenza, in cui parlo dei miei trascorsi in Comunione e Liberazione, partenza libera dai dettagli che avrebbero sì in qualche modo potuto confermare che già da giovanissimo ero uno tosto, come sarebbe stato se avessi inserito nel racconto che me ne sono andato quando il prete che guidava quel gruppo ha provato a mettere in discussione proprio il mio fidanzamento con Marina, perché non ero prima passato da lui a chiedere una sua opinione, e perché quel fidanzamento era una distrazione rispetto al mio essere, nel mentre, diventato uno dei responsabili di quel gruppo di studenti.

Non vi ho mica raccontato di come, io sia passato dal votare Democrazia Cristiana, perché dopo soli quattro giorni dal mio diciottesimo compleanno, il 6 giugno del 1987, ci furono le elezioni e io, fidandomi proprio di quel prete, votai Democrazia Cristiana, per altro votai un giovane Formigoni, ancora lontano da diventare Il Celeste, al votare Democrazia Proletaria.

Non vi ho mica raccontato di come io, figlio del primo diacono proclamato da non so quanti secoli nella mia regione, per molti semplicemente “il figlio del prete”, visto che mio padre di colpo era quello che stava di fianco al prete durante la messa, con tanto di paramenti sacri, sia finito sulla prima pagina del Corriere Adriatico, il quotidiano più letto nella mia città, seppur con il nome d’arte di Il Bugiardo’, per una certa tendenza a inventarsi le polemiche di chi ci scriveva, e ci sia finito con una foto della gradinata della giunta comunale della mia città, piena di ragazzi del neonato centro sociale, gradinata che dominavo, le mani lungo i fianchi in gesto vagamente mussoliniano, un cappello da rasta coi colori della Jamaica in testa, noi giunti lì, ingenui che non eravamo altro, per chiedere il permesso di poter occupare la dismessa sede della polizia di Posatora, quartiere di Ancona sgomberato per la frana del 1982, occupazione sarebbe durata poche ore, sufficienti però a farmi entrare in quel modo nell’immaginario cittadino: il capo dei rivoluzionari. Fatto, quello, che ha creato non pochi problemi a mio padre, il diacono, appunto, non meno di quanti non gliene abbia procurati un mio articolo a favore della Pantera, il neonato movimento universitario che prendeva il nome da una pantera scappata da un circo nel centro Italia, articolo apparso su Presenza, il giornalino della diocesi diretto dal mio ex professore di Storia del liceo. Articolo che mi costò il licenziamento, sempre che si possa parlare di licenziamento per uno che non ha mai visto una lira per i suoi articoli, direttamente per voce del vescovo, quel Tettamanzi che all’epoca presiedeva la curia di Ancona e che, dopo un rockeggiante passaggio a Genova, proprio nei giorni del G8 del 2001, è diventato il Cardinale di Milano, licenziamento avvenuto nell’auto che mio padre, diacono, era solito guidare per il vescovo, in una torrenziale giornata di pioggia.

Non vi ho raccontato tante cose, ma sono passato da essere quello che vi ha detto tra le righe di essere stato un ciellino, mentre vi metteva al corrente di quanto lunga e bella fosse la sua storia d’amore, un uomo dal passato discutibile, quindi, e dal presente poco conciliabile con quel passato, ma al tempo stesso un uomo da sposare, o quantomeno col quale simpatizzare, a essere quello che vi sta pesantemente sui coglioni perché si vanta di essere una rockstar, si vanta di quel che ha fatto, lui sì coerente, altroché chiacchiere, senza neanche star qui a specificare cosa poi avrebbe fatto e al tempo stesso vi ha snocciolato alcuni episodi discutibili che dovrebbero dimostrare come lui sia uno vero e Achille Lauro un pupazzo. Il tutto nell’arco di poche righe, poche si fa per dire, quelle contenute in questo scritto.

Ecco, questo si chiama abbattere i canoni. Farli a brandelli. Prendere il politicamente corretto, quello stesso politicamente corretto che manda ai matti Bret Easton Ellis, andatevi a leggere il suo ultimo bellissimo Bianco, e pulircisi il culo, chi se ne frega se mi defollowate, come se essere defollowati contasse realmente qualcosa, persone fragili e bisognose di conferme che non siete altro.

Questo si chiama abbattere i canoni, prendete nota.

Per tutto il resto c’è Mastercard, chioserei se fossi un uomo banale e canonico come uno di voi.

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