Del perchè abbiamo bisogno di Ilaria Porceddu e della sua musica e altre cose

Mi piace Ilaria e la sua musica, so che ne abbiamo un dannato bisogno e so che se solo la ascoltaste con un minimo di attenzione lo sapreste anche voi

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Non ho la minima idea di quando mi sono accorto che mi piacevano le femmine. Nel senso, mi è capitato diverse volte, diciamo quasi tutte le volte in cui mi è capitato di parlare di questo argomento, che amici o conoscenti gay mi dicessero qualcosa come “sin da piccolo ho capito che mi piacevano i maschi”, e badate bene, uso i termini femmina e maschio, che suppongo potrebbero indurre qualcuno a esternare perplessità riguardo un mio ipotetico sessismo, solo perché so bene, usare le parole è il mio lavoro, che dovendo io collocare la mia azione, suppongo, durante l’infanzia o l’adolescenza, e dovendo quindi in caso parlare di bambine o ragazzine, avrei anche involontariamente tirato fuori suggestioni sbagliate, perché di un me bambino o ragazzino, suppongo, avrei dovuto parlare. Sia come sia, non ho la minima idea di quando mi sono accorto che mi piacevano le femmine. Posso andare per supposizioni, senza la medesima certezza dei miei amici e conoscenti gay, dicendo che lo so da sempre, ma questo mio sapere, magari, potrebbe essere stato indotto in maniera coatta da un comune sentire, diciamo da una cultura, decisamente votata all’eterosessualità. So, e lo so più perché me lo hanno raccontato che per una mia inesistente memoria di prima mano, che all’asilo, alla scuola materna diremmo oggi, avevo un certo numero di fidanzate, ma so anche che, proprio per questo avere un certo numero di fidanzate, non nel corso del tempo, ma contemporaneamente, lì, nella microcomunità della mia classe, un po’ tipo harem, questo non evidenziava certo una mia eterosessualità, quanto piuttosto il fatto che all’asilo usasse avere più fidanzate e io, almeno all’epoca, rientrassi perfettamente dei canoni di quello che segue le mode, il flusso, che si comporta esattamente come tutti gli altri. Ero anche avvantaggiato, in questo, perché ho frequentato solo due anni dell’asilo, il secondo e il terzo, e mi sono quindi trovato a fare il mio ingresso in quella microcomunità un po’ più grande dei miei compagni, molto più grande, perché parliamo di un anno per bambini che di anni ne avevano solo quattro, e mi sono quindi trovato a farmi forte di un po’ più di sicurezza, mi sono mostrato direttamente un pochino più maturo degli altri. Aspetto, questo, sul quale si potrebbe serenamente aprire dibattito, se avesse un minimo di presa sull’interesse comune, come invece suppongo non abbia, perché in realtà il mio entrare all’asilo a quattro anni era proprio figlio delle mie insicurezze, delle mie fragilità: non volevo andarci e ho fatto di tutto per non andarci, mi hanno raccontato, evidentemente vincendo questa mia personale battaglia. Insicuro e fragile, quindi, ma anche ostinato e caparbio, o quantomeno piuttosto convincente, vallo a sapere. Che poi, sul fatto che io fossi fragile e insicuro, nel tempo, mi sono anche fatto una mia teoria, che ovviamente, lo sapete già, andrò ora brevemente a esporvi. Non era tanto una questione di mia insicurezza personale o di mie fragilità, insicurezze che mi sono poi portato appresso a lungo, diciamo fino a buona parte delle superiori, se non anche oltre, quanto più un fatto di trovarsi costantemente protezione intorno e quindi di sapersi e volersi sapere protetto.

Mi spiego, come ho già avuto modo di raccontare in questa e in tante altre sedi, quando io sono nato, il 2 giugno del 1969, il mio fratello gemello, Francesco, è morto. Eravamo in epoca pre-ecografia, e nessuno si accorse, come avrebbero potuto, che il cordone ombelicale gli si era stretto come un cappio intorno al collo. Nascendo rimase strozzato, e a nulla valsero i tentativi, dai racconti di mia madre non esattamente professionali di quanti erano presenti al parto. Di fatto, mentre io nascevo, il mio gemello moriva. Considerate che anche scoprire che eravamo in due, in epoca pre-ecografia, non era stata cosa semplice. Certo, c’era la pancia enorme di mia madre, pancia della quale non ho mai visto immagine, per i motivi che potete a breve immaginare, ma si era dovuto ricorrere a strani sistemi per sentire il doppio battito cardiaco, insomma, non lo si era saputo da subito, come invece accade adesso. Questa faccenda che ora lo si sa subito ve la posso mettere nera su bianco, come sto facendo, perché, io gemello senza il gemello, sono poi diventato padre di due gemelli, Francesco e Chiara. Io e mia moglie Marina lo abbiamo saputo quando erano passate pochissime settimane dal concepimento, perché lei aveva una visita già fissata con la ginecologa, visita alla quale l’ho accompagnata proprio perché prima aveva fatto il test di gravidanza, anzi, i test di gravidanza, e era risultata incinta. Avevamo già due figli, Lucia, all’epoca di nove anni, e Tommaso, di cinque, e avevamo deciso di cercare il terzo. Andiamo a questa visita e Marina dice subito alla ginecologa, una signora di pochi anni più giovane di noi, che ha fatto il test e è risultato positivo. La ginecologa se ne rallegra e la invita a stendersi sul lettino, perché vuole subito farle una ecografia. Non che sia sicuro che si possa vedere qualcosa, viste le poche settimane, ci dice, ma tentar non nuoce. Sta lì che smanocchia con l’ecografo quando si lascia andare a una esclamazione buffa, tipo “Ohi”. Un Ohi detto molto forte, con voce sorpresa e felice, seppur piuttosto stralunata. Questo ce lo diremo poi, io e Marina, ma nessuno dei due, sul momento, ha pensato all’ipotesi dei gemelli. Perché Marina era alla terza gravidanza, e entrambi pensavamo, erroneamente che se non erano arrivati gemelli con le prime due figurati ora che aveva superato i quaranta, e perché c’era questa faccenda del “i gemelli non fanno gemelli”. Me l’ero sentita dire sin da piccolissimo, di questo sì ho memoria. I gemelli non fanno gemelli. O anche, i gemelli saltano una generazione. Cioè a rischiare, uso una brutta parola ma ci capiamo, di fare gemelli sarebbero stati i miei figli, o al limite mio fratello e mia sorella, perché anche nel caso mio e del mio gemello morto sul nascere, Francesco, eravamo fratelli minori di un maschio e di una femmina, esattamente come i miei gemelli. Comunque, sentiamo questo Ohi, e io, che confesso ero un po’ frastornato dalla notizia di questa gravidanza, come dire è abbastanza normale sia, ho pensato: vuoi vedere che con le nuove tecnologi si capisce già di che sesso è. Cioè, non avevo incamerato le parole della ginecologa, che solo pochi istanti prima aveva detto che probabilmente, così presto, non si sarebbe visto nulla, e già pensavo all’identificazione del sesso dell’embrione. In realtà, la scena che ho appena descritto è durata pochissimi secondi, anzi, millesimo di secondo, subito la ginecologa, una sorta di versione in camice bianco di Amelie, quella del fantastico mondo di, ci ha detto che di embrioni se ne vedevano due. Con due sacche distinte. Esattamente come nel caso mio e del mio gemello Francesco. Poi, va detto, ha anche aggiunto che, essendo così presto, magari uno dei due embrioni si sarebbe potuto riassorbire, mi sembra abbia usato esattamente questo termine. Capita spesso, ha aggiunto, come per non volerci illudere, perché le donne più mature, in genere, mettono a disposizione più ovuli, sparando per dirla con parole dure le ultime cartucce, e a volte capita che più ovuli vengano fecondati, ma non è detto che le gravidanze vadano avanti tutte. E qui torniamo alla faccenda del pensare che in età matura sia più difficile fare gemelli. È esattamente il contrario, ci dirà di lì a pochi secondi, le donne più mature restano più spesso incinte di gemelli, proprio per la faccenda dei più ovuli messi a disposizione, è una delle poche certezze scientifiche riguardo ai gemelli. Perché, invece, di certezze riguardo al “i gemelli non fanno gemelli” non ce ne sono. Lei, la ginecologa, non ha detto così, a dirla tutta. Quando io e Marina abbiamo esclamato all’unisono, “ma i gemelli non saltavano una generazione?”, ha semplicemente iniziato a ridere come una pazza, dandosi colpi sulle cosce, e lacrimando, finché non abbiamo capito che era una cazzata bella e buona. Credo stia ancora ridendo a distanza di anni. I gemelli possono fare gemelli, Francesco e Chiara, otto anni, al momento a scuola, ne sono prova provata. Tornando alla mia nascita, e relativa morte del mio gemello Francesco, sì, il mio gemello portava lo stesso nome di mio figlio, non a caso, il fatto che alla mia nascita sia seguito un lutto ha decisamente influenzato le dinamiche interne della mia famiglia, direi che non c’è niente di così strano nel rilevarlo. Dinamiche che potrei racchiudere in un semplice rapporto mamma chioccia-figlio iperprotetto, dando a quest’ultima affermazione i connotati che l’essere un figlio iperprotetto avevano negli anni Settanta. Cioè, con buona probabilità, oggi un qualsiasi figlio di una qualsiasi famiglia è più protetto di quanto non fossi io, che già alle elementari passavo come tutti buona parte delle mie giornate, almeno di quelle primaverili e estive, in giro, giocando a calcio, andando al mare, senza che i miei genitori ne avessero evidenza e ne fossero informati. Non solo, senza che potessero controllarci, raggiungerci, telefonarci. Non c’erano i cellulari, lo sanno anche le pietre, e più in generale non si pensava, credo, che tutti dovessimo sempre essere reperibili. Non solo, non eravamo proprio protetti nei confronti del mondo in generale, e non lo dico con senso critico, tutt’altro. Se c’era qualche faccenda da risolvere con altri, bambini o ragazzini che fosse, ce le risolvevamo noi, idem nei confronti della scuola. O della vita in generale. Io, però, ero un po’ più coccolato degli altri, almeno in quei primi anni, per tutta quella faccenda della paura di perdere anche me che ben potete immaginare. Intendiamoci, anche questi sono ragionamenti fatti ex post, non certo sul momento. Sul momento so che non andai all’asilo nel primo anno, perché così chiesi e ottenni, finendo per fare il mio ingresso in società direttamente a quattro anni, più maturo e sicuro di me. Sicuro di me, con uno stuolo di fidanzate che neanche Osho o Mao Tze Dong, ma senza uno straccio di memoria del momento esatto in cui ho capito, intendo capito davvero, ripeto, non per conoscenza indotta, che mi piacevano le femmine.

So, invece, quando per la prima volta ho visto una donna nuda, e stavolta uso il termine donna perché, ai miei occhi di preadolescente la ragazza, direi che al massimo avrà avuto una ventina d’anni, forse anche meno, era sembrata incredibilmente grande. Era estate, parliamo quindi dell’estate credo del 1978, quella che per noi era più che altro l’estate dei Mondiali di Argentina, al massimo quella successiva, del 1979, e stavo con il mio amico fraterno Giacomo a Portonovo. Ora, Portonovo è  stato a lungo il segreto meglio nascosto degli anconetani. Posto alla base del Conero, sul lato settentrionale, quindi dalla parte opposta rispetto ai pochi paesini turistici, come Sirolo e Numana, Portonovo è stato a lungo il mare di una parte degli anconetani, quelli amanti dello scoglio, dei sassi, quelli, soprattutto, che avevano modo di spostarsi, perché rispetto ai lidi con la sabbia a nord di Ancona, Portonovo è più distante, seppur sempre dentro i confini cittadini. Giacomo andava a Portonovo quando ancora non ci andava quasi nessuno, con tanto di ombrellone e capanno presso quello che oggi è uno dei ristoranti di pesce più noto della zona, Giacchetti, e io spesso lo accompagnavo, lui e la sua famiglia, per farci compagnia. Stando lì, ovviamente, ci aggiravamo alla ricerca di cose da fare, senza una meta precisa, spostandoci spesso verso la Torre, quella che oggi cito spesso come unico serio motivo per cui tornerei a vivere dalle quelle parti, e a volte anche fino al Molo, dall’altra parte di quella bellissima baia. Per andare dalla Torre al Molo si deve fare un percorso un po’ accidentato, oggi come ieri, su dei grossi blocchi di cemento posti a protezione della Torre stessa e anche del Fortino Napoleonico, un tempo forte e oggi hotel a cinque stelle di una certa fama. Oggi che Portonovo è diventato non solo più popolare, per dire a giorni Alessandro Borghese lo porterà in onda su Sky, avendo uno dei ristoranti della baia partecipato al suo Quattro Ristoranti, ma semplicemente più facilmente raggiungibile, tra autobus, navette e parcheggi vari, anche quei blocchi di cemento sono molto frequentati, e trovare posto per buttare un asciugamani, dopo una certa ora, è quasi impossibile. Allora erano praticamente terra di nessuno. Per questo, lo scoprimmo proprio in quell’occasione, erano terreno fertile per chi volesse prendere il sole senza costume. In realtà, questo lo sapevo anche io che non avevo mai visto una donna nuda, e che sinceramente non so se fossi poi così interessato a vederla, per capirsi, ero ancora poco più di un bambino, vicino a Sirolo c’era una spiaggia di nudisti, la spiaggia dei Sassi Neri, difficilmente raggiungibile, anzi, quasi impossibile da raggiungere, e indicata anche nei libri e nei siti al nudismo preposti, che anche Portonovo fosse terra di nudisti lo ignoravamo entrambi. Questo per dire che il nostro passare da quelle parti era del tutto ingenuo, senza malizia. Né io né Giacomo, che oltretutto era anche più piccolo di me, eravamo alla ricerca di donne nude da vedere.

Ci siamo noi due, io e Giacomo, che saltiamo da un blocco all’altro, attenti a non scivolare e a non farci male, quando a un certo punto, fatta la curva che si trova suppergiù proprio sotto la Torre, ci troviamo davanti questa ragazza completamente nuda e a gambe anche abbastanza larghe, rivolte verso di noi, che prende il sole. Una donna, sua madre, immagino, lì in piedi, i vestiti e il costume della ragazza in mano, a fare da guardia. A fare male da guardia, direi, visto che ci siamo quasi cascati sopra, perché, questo lo scoprirò più avanti nel tempo, quando prenderò la patente, il triangolo per segnalare un incidente o una macchina ferma va posto a una certa distanza dall’incidente o dalla macchina stessi, per dar modo a chi arriva di frenare. Se fai la guardia così a ridosso, signora mia, cosa mai vorrai impedire?

Nei fatti quella è stata la prima volta, a memoria, che ho visto una donna nuda. Dal vivo e anche non dal vivo. E l’ho vista anche piuttosto bene. Per dire, ho scoperto in quell’occasione che le donne avevano dei peli sul pube, ovviamente non sapevo si chiamasse pube, quello, e ho anche intuito, l’ho scoperto con una certezza più sfacciata più avanti, in piazzetta, io del resto peli ancora non ne avevo, e ho scoperto anche che gli organi genitali femminili, allora non la chiamavo né vagina né figa, non la chiamavo proprio, stavano sotto e non, come invece erroneamente pensavamo, davanti, dove io avevo il pisello. Discorsi che probabilmente oggi farebbero sorridere anche un bambino, ma allora di nudi non se ne vedevano proprio, né in televisione, né da nessuna altra parte, credo non sia necessario citare i cataloghi Vestro. E anche in casa, almeno in casa mia, c’era un pudore che non ci permetteva di circolare nudi, neanche da bambini o ragazzini. Non ho mai visto né mio fratello né mia sorella nudi, per dire, figuriamoci i miei genitori. Per quanto riguarda le scoperte successive, ho citato prima la piazzetta. Era un’ansa della strada dove abitava il mio amico Giacomo, un’ansa che congiungeva due capi della stessa strada con una discesa scoscesa che portava verso il centro, formando una piazzetta, appunto. Lì passavamo parte del nostro tempo giocando a calcio, utilizzando il sottoscala di una scala che portava in un’altra via, più sopra, come porta. Una porta che aveva quindi un incrocio dei pali alto circa due metri e mezzo e uno alto poco meno di un metro, perché la traversa era in diagonale, seguendo la scalinata. Lì, più avanti, alcuni ragazzi più grandi avrebbero nascosto dei giornalini porno che sarebbero serviti, a grandi linea, per fare una sorta di lezione di anatomia e educazione sessuale a tutto il quartiere. Lezioni che oggi, immagino, arriveranno molto prima, in solitaria, attraverso la rete, e stando così le cose, ricordando quella passeggiata sui blocchi di cemento di Portonovo, immagino che meraviglia proverebbero i ragazzi di oggi nello scoprire che in effetti sul pube ci possono anche essere peli, visto che ora le pornostar sono tutte depilate. A ogni generazione la propria scoperta sconvolgente, verrebbe da dire, ma questa è un’altra storia.

In quell’occasione chiedemmo scusa, più alla madre che alla ragazza, che non so se per narcisismo o per vergogna neanche si mosse, rimanendo immobile come se fosse morta, oh, magari era morta davvero, vallo a sapere, ma in caso credo fosse quantomeno ben conservata, nonostante si trovasse sotto il sole augustano, noi comunque chiedemmo scusa e proseguimmo la nostra passeggiata. Al ritorno, perché ovviamente non potevamo che passare di lì, delle due non c’era più neanche l’ombra, e della cosa, per ragioni che allora un po’ ci sfuggivano, ci rammaricammo. Sul perché quella ragazza stesse lì, nuda, a prendere il sole, e sul perché sua madre la sorvegliasse mi sono posto delle domande, allora. Forse neanche troppe. Ovviamente senza trovare altra risposta che non fosse che voleva prendere il sole nuda e aveva bisogno di qualcuno che facesse la guardia, come quelli che fanno il palo durante le rapine.

All’epoca la nudità mi sembrava una cosa poco naturale, proprio perché in casa la si vedeva come qualcosa da non esibire, di intimo. Alla faccia di quello che ci danno a intendere, che sono le sovrastrutture che ci facciamo crescendo a distorcere quello che dentro di noi in realtà sappiamo naturalmente. Oggi so che essere nudi significa appunto solo essere nudi, allora lo vedevo come qualcosa di strano, da non fare. Non che adesso io pratichi il nudismo, in casa come all’aperto, ma ho un’idea del nudo assai diversa da allora, e credo che chiunque abbia avuto la pazienza di seguirmi nel corso degli ultimi anni, leggendo i miei articoli, i miei articoli, e magari seguendo anche il mio spettacolo Cantami Godiva o il mio TedX Venere senza pelliccia, ben lo dovrebbe sapere. Non credo di aver mai raccontato questa storia a nessuno, e probabilmente nel farlo ora ho tradito un patto non detto con Giacomo, ma credo se ne farà una ragione. Ragazza di Portonovo, ormai quasi sessantenne, se ci sei sappi che è di te che ho parlato fin qui.

Tornando al tema di questo scritto, perché un tema questo scritto ce l’ha, magari non ve ne siete accorti, non ho la minima idea di quando mi sono accorto che mi piacevano le femmine, ma un giorno devo essermene accorto. Perché in effetti mi piacciono le femmine. Senza generalizzare, ovviamente, diciamo che sono eterosessuale. E sono eterosessuale non certo perché indotto a diventarlo da quell’improvviso incontro augustano, sempre che fosse agosto e non magari luglio, giugno o maggio, perché ai tempi si andava al mare sin dal primo mese del calendario senza erre, maggio, appunto. Né spinto a non esserlo da quell’improvviso incontro, a dirla tutta. Perché vedere una donna nuda, completamente nuda, addirittura incautamente a gambe aperte, io bambino che nulla sapeva delle donne, dell’anatomia femminile, figuriamoci del sesso, non ha causato in me turbamenti. Non mi ha creato ossessioni, non mi ha deviato, non mi ha plagiato.

Ho visto una donna nuda.

L’ho guardata, e ho proseguito oltre.

Che poi da quel momento, forse, io abbia iniziato a bramare la Torre di Portonovo, al punto di essere arrivato a chiederla pubblicamente alle autorità locali, ben sapendo che in realtà è di proprietà di privati, è altra faccenda. Lo giuro. Voglio la Torre perché credo sia un mio diritto di intellettuale essere vezzeggiato e coccolato dalla città che mi ha dato i natali e dalla quale sono dovuto scappare, e la Torre di Portonovo è oggettivamente uno dei posti più soggettivi della mia terra, donne nude sui blocchi di cemento antistanti o non donne nude sui blocchi di cemento antistanti.

È appurato, quindi, non ho la minima idea di quando mi sono accorto che mi piacevano le femmine, e so perché mi piace Ilaria Porceddu e la sua musica, e perché, nel non trovare minimamente scandalo nell’essere nudi, trovo invece scandaloso, ma scandaloso davvero, il fatto che se ne stia lì in attesa che una casa discografica le permetta di fare il suo prossimo album, l’ultimo uscito ormai tre anni fa, mentre produce musica conto terzi nella sua Sardegna, continuando a scrivere canzoni che, ho avuto il privilegio di sentirle, . Lei che è un concentrato di musicalità, seduzione, femminilità, talento, ironia, tragicità, l’ho già detto talento?, mestiere, arte, vita, fascino, meraviglia, classicità, contemporaneità, postmodernismo, realismo, senso della frase, senso della frase musicale, insomma, tutto quello che c’è, prova ne è l’esperienza non so se riuscita, in realtà lo so, ma devo fingermi modesto per non essere tacciato di megalomania, prova ne è l’esperienza di mimesi aristotelica cui vi ho sottoposto, riproposizione in prosa di quello che la sua musica è, seppur raccontata da un uomo, so perché mi piace Ilaria Porceddu e la sua musica, so che ne abbiamo un dannato bisogno, mai come oggi, e so che se solo la ascoltaste con un minimo di attenzione lo sapreste anche voi.

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