Vis a Vis su Netflix, l’epopea carceraria al femminile da divorare in binge-watch (Recensione)

Dagli stessi autori de La Casa di Carta, Vis a Vis è una continua sfida per gli spettatori: perché guardarla su Netflix

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Da quando è arrivata su Netflix, Vis a Vis si è subito imposta all’attenzione degli amanti del genere come uno di quei titoli perfetti da guardare in binge-watch: la Orange Is The New Black in salsa spagnola, creata dagli ideatori de La Casa di Carta, è un pot-pourri di elementi che la rendono difficilmente inquadrabile in un unico genere, ma ne fanno una di quelle produzioni capaci di far fare alla serialità spagnola quel salto sulla scena internazionale che negli ultimi anni ha contribuito ad attirare investimenti ingenti sul mercato dell’audiovisivo iberico.

La mano degli showrunner de La Casa di Carta – gli sceneggiatori Iván Escobar, Esther Martínez Lobato, Álex Pina – e del suo regista Jesús Colmenar, anche qui dietro la macchina da presa, si sente e si vede in Vis a Vis: quella di Macarena Ferreiro (Maggie Civantos, rivelazione della tv spagnola degli ultimi anni e qui al suo apice in carriera) è la storia di una donna apparentemente ingenua e senza troppa personalità che aiuta il compagno in una truffa finanziaria di cui non capisce la portata penale, facendosi incastrare dall’uomo e finendo in un carcere femminile popolato da donne di estrazione molto diversa dalla sua. Inizia così la lotta per la sopravvivenza – fisica ma soprattutto emotiva – di una donna di buona famiglia che dovrà scavare dentro di sé per sviluppare un istinto di autoconservazione e la giusta dose di cattiveria necessari a difendersi da aggressioni corporee terrificanti, angherie psicologiche, molestie sessuali, abusi di potere di ogni genere e ad ogni livello, sia orizzontalmente tra le detenute che verticalmente da parte di dovrebbe, invece, tutelarle.

La trama di Vis a Vis si regge episodio dopo episodio su una concatenazione di eventi in cui la protagonista riesce a mettersi in un guaio sempre peggiore del precedente (come le fa notare uno dei personaggi più negativi e repulsivi, quello di Annabelle), facendo sprofondare in un baratro di reati a catena anche la sua famiglia medio-borghese che si trasformerà in un gruppo di potenziali assassini pur di tirarla fuori dal carcere. Le fa da contraltare, da nemica giurata ma anche da pungolo, in una costante sfida per la sopravvivenza, “il fottuto elfo dell’inferno” Zulema Zahir (una magnetica Najwa Nimri) che ben oltre il classico ruolo da villain di una storia è qui la personificazione del sadismo, ma anche un complesso essere umano che nella fede musulmana, nella cultura islamica e nella sua storia di ribellione familiare regala momenti di enorme pathos e drammaticità.

Il tutto all’interno di un microcosmo con le sue regole, i suoi tempi, i suoi rapporti di forza: il carcere di Cruz Del Sur fa quasi da palcoscenico teatrale per la fissità degli ambienti in cui si sviluppa la maggior parte dell’azione, contribuendo a trasmettere un senso di claustrofobia anche allo spettatore. Eppure il penitenziario non è un ambiente chiuso in se stesso, visto che interagisce con l’esterno attraverso le indagini della polizia, i tentativi di evasione delle detenute, i cosiddetti Vis a Vis – gli incontri coi familiari separati da un vetro o quelli “intimi” per fare sesso – da cui la serie prende il titolo.

Con personaggi femminili poco stereotipati, fuori dall’ordinario per inaudita ferocia, innata attitudine al crimine ma anche (in qualche caso) grande umanitàVis a Vis è un esperimento che pur coi suoi limiti – la rincorsa al colpo di scena ad ogni costo, il ribaltamento continuo di legami ed alleanze tra i personaggi, un certo retrogusto trash molto diffuso tra le produzioni spagnole – si fa guardare ponendo una sfida allo spettatore, chiamato ad un esercizio continuo di sospensione dell’incredulità fino all’accettazione del surreale. Ed è questa la sua forza e debolezza assieme: Vis A Vis gioca a “drogare” lo spettatore con una sequenza ininterrotta di eventi sempre più sorprendenti ed incredibili dei precedenti, procedendo di pari passo con l’introspezione dei suoi personaggi.

Come in ogni serie di successo che si rispetti, d’altronde, è proprio la forte caratterizzazione dei personaggi a rendere il racconto vivo: come un pesce fuor d’acqua la protagonista incontra dietro le sbarre la passionale ed istintiva Rizos (Berta Vázquez) con cui prova ad intraprendere una relazione pur essendo eterosessuale, la gitana Saray (Alba Flores, la Nairobi de La Casa di Carta), lesbica ma costretta dalle regole arcaiche della sua famiglia a sposare un uomo per interesse, la vittima di abusi domestici Sole (María Isabel Díaz) che ha dato fuoco al marito violento, la trafficante di droga ed esseri umani Anabel (Inma Cuevas), la tossicodipendente Tere (Marta Aledo), l’agente di sicurezza del penitenziario Fabio (Roberto Enríquez) con cui Macarena intavolerà una relazione complessa, il viscido medico del carcere Sandoval (Ramiro Blas), che abusa delle detenute e pratica loro ogni genere di violenza, l’ingenua e progressista direttrice di Cruz del Sur Miranda.

Zulema, Saray e Macarena in Vis a Vis

La terza stagione, col cambio di emittente da Antena3 a Fox, ha ambientato la vicenda in un nuovo carcere – Cruz del Norte – in cui le protagoniste vengono trasferite per il sovraffollamento del precedente. E ha quasi rinunciato alla sua protagonista, che esce di scena – ma non in modo definitivo – praticamente all’inizio della stagione. Ottiene così centralità assoluta quello di Zulema Zahir, nemica giurata di Macarena ma anche legata a lei a doppio filo dalle vicende delle prime stagioni, due vite le cui sorti sembrano inscindibili. Vis A Vis dimostra così di saper resistere all’assenza della sua protagonista e di essere una serie davvero corale. Ma a che prezzo? Nella terza stagione si riduce molto lo scambio con l’esterno, il mondo fuori dal carcere interagisce molto meno con le dinamiche del penitenziario, perfino i vis a vis stessi si riducono all’osso. Fino al finale che invece è ambientato quasi tutto all’esterno. Una stagione dunque sbilanciata in molti aspetti: nell’assenza di Macarena, nel racconto claustrofobico che privilegia l’interno piuttosto che l’esterno, nella mancanza di personaggi nuovi che siano in grado di rimpiazzare con lo stesso peso i precedenti archiviati troppo in fretta, nella perdita di alcuni volti cruciali. Il risultato è parso una stagione perlopiù di transizione verso una più grande, più inclusiva, che ripescasse i suoi personaggi principali per farli interagire di nuovo come se fossero legati indissolubilmente. Nella quarta stagione, infatti, tornano in scena volti delle prime due stagioni come il sempre più viscido e spietato Sandoval, l’agente buono Palacios e la stessa protagonista Macarena, che però appare solo in pochi episodi.

La serie perde indubbiamente in qualità col passaggio a Fox, perché seppur meglio fruibile nel formato da 50 minuti sembra avvitarsi su se stessa: i temi sembrano riproporsi nello stesso modo – i tentativi di evasione, le ingiustizie del sistema carcerario, la lotta impari tra le detenute e i loro controllori – con un accento particolare, però, sul tema della maternità. Anche i personaggi si appiattiscono e sembrano reiterare sempre gli stessi errori, senza un’evoluzione significativa, ad eccezione di Saray e Zulema. Quest’ultima, insieme a Macarena, è la protagonista di uno spin-off di Fox, Vis a Vis: El Oasis, che arriverà il prossimo anno e avrà il compito di dare un seguito a quest’epopea carceraria, ma stavolta fuori dalle mura della prigione.

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