L’eredità di Friends 25 anni dopo, punti di forza e debolezze di una comicità intramontabile

Il tempo passa, l'amore per Friends resta; ciò non toglie che alcune leve della sua comicità siano oggi alquanto problematiche

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Nel 1994 David Crane e Marta Kauffman hanno sottoposto a NBC una serie sul sesso, l’amore, le relazioni, le carriere, in una fase della vita in cui tutto è possibile. E certo non potevano immaginare che a distanza di 25 anni saremmo stati ancora qui a parlarne, anzi a celebrarla quale fenomeno culturale a tutto tondo. Perché è questo che Friends è stata e che continua a essere agli occhi di chi ne ripercorre le stagioni per l’ennesima volta.

Rachel, Monica, Phoebe, Ross, Chandler e Joey sono ancora gli adorati protagonisti di avventure tragicomiche fra relazioni travagliate, amicizie sincere o di convenienza, rapporti familiari imperfetti, carriere altalenanti e… il divano del Central Perk. I loro fallimenti sono i nostri fallimenti, le loro gioie le nostre gioie. Ed è ancora più incredibile che fin dall’inizio la natura dei personaggi sia stata influenzata così profondamente dai modi di essere e dagli atteggiamenti di chi li ha interpretati. Un legame inscindibile, insomma, che potrebbe essere celebrato con una reunion del cast agli Emmy Awards 2019.

Tutto, in Friends, ha funzionato così agevolmente da regalarci tanti piccoli momenti capaci di reggersi autonomamente, eppure è come sitcom da maratona che dà il meglio di sé. Il merito è della sua semplicità; una semplicità curata e non banale, frutto dell’accostamento di espedienti narrativi lineari e percorribili in lungo e in largo. Avremmo potuto avere altre due, tre, cinque stagioni di Friends e il ciclo di chiacchiere, scherzi, litigi, allontanamenti e riavvicinamenti dei sei personaggi della serie sarebbe rimasto perfettamente plausibile. Perché ognuno di essi si è presentato come un tipo ben preciso, per poi scomporsi e ricomporsi in base alle interazioni sociali o alle circostanze vissute.

Se è così che i protagonisti hanno conquistato l’affetto e la – ancora vivissima – devozione degli spettatori, è per gli stessi motivi che col tempo è emerso ciò che in Friends non è invecchiato poi così bene. Oggi i suoi difetti strutturali sono evidenti, e il fatto che almeno alcuni di essi siano legati a doppio filo al periodo in cui è stata concepita non ci impedisce di prenderne nota. Pensiamo anzitutto alla scarsa varietà etnica dei personaggi, cioè a come nel corso di dieci stagioni la stragrande maggioranza di essi fosse bianca. Oppure alla diversità di trattamento riservata all’omosessualitàpassabile quella femminile, molto meno quella maschile – o a come il padre di Chandler sia stato oggetto di scherno costante senza possibilità di replica.

Alcune note stonate di Friends possono essere percepite diversamente in base alla sensibilità individuale, ma è indubbio che la serie abbia avuto più di un problema con la rappresentazione femminile e dei rapporti fra i generi. In un episodio, ad esempio, Ross ha mostrato serie difficoltà nel comprendere come un uomo eterosessuale potesse voler essere un baby sitter professionista, chiedendosi se non fosse gay o almeno bisessuale. Altrettanto offensivo è che per l’intera durata della serie Monica sia stata ridicolizzata per il suo passato da ragazzina sovrappeso: oggi quel body shaming non sarebbe accettato così docilmente. Che dire poi dell’antiquata visione delle priorità femminili attribuita al personaggio di Rachel, costantemente alla ricerca di un uomo da sposare e fin troppo succube delle aspirazioni di Ross.

La comicità di Friends, insomma, rimane intramontabile per l’appeal che i personaggi e le loro storie esercitano sugli spettatori, ma non c’è dubbio che la problematicità della serie esista e sia ben visibile. Il fatto che a distanza di 25 anni se ne continui a parlare non va inteso come un delirio pseudofemminista di chi non ha nulla di meglio da fare, ma come una sana riflessione che prova l’evoluzione della società su temi sociali così sensibili.

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