Diego Maradona, l’uomo e la divinità del calcio in un racconto senza agiografia

Dal 23 al 25 settembre esce nei cinema, distribuito da Nexo Digital, il documentario del premio Oscar Asif Kapadia. Il tono è lucido, senza scandalismi e trionfalismi. Racconta l’uomo Diego, il campione Maradona e Napoli, la città che l’ha abbracciato fino a stritolarlo

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È stato l’amore per il calcio, dice Asif Kapadia, regista già premio Oscar e autore di documentari su Amy Winehouse e Ayrton Senna a spingerlo a misurarsi con Diego Maradona. Una sfida, per cercare di raccontare una contraddizione vivente che è stata, come recita il sottotitolo del film, “ribelle, eroe, sfrontato, dio”. E una sfida vinta, perché Kapadia è riuscito grazie a un lavoro certosino su materiali sterminati in gran parte inediti (500 ore di girato) a sottrarsi tanto all’agiografia quanto alla requisitoria moralista sul genio maligno che ha dissipato il suo talento.

Diego Maradona entra dentro la storia del “pibe de oro” svelandone dettagli che per gli appassionati di calcio suoneranno sorprendenti, smontando retoriche consolidate. Kapadia ha anche l’ambizione di costruire, attraverso un montaggio asfissiante, un racconto prettamente cinematografico, aspro e duro. È evidente sin dalla prima sequenza, con una macchina che corre all’impazzita tra le strade di Napoli come fossimo in un poliziottesco anni Settanta. Invece si tratta dell’auto del servizio d’ordine che accompagna Maradona al San Paolo il giorno in cui viene presentato alla città nel 1984, tra enormi aspettative e uno stadio con ottantamila fedeli venuti ad ammirare la sacra icona in attesa che compisse il miracolo.

Quel pubblico generoso, innamorato fino alla disperazione, lo venera con una dedizione esaltante e opprimente. Il film in ogni inquadratura straripa di volti e corpi che fanno costantemente corona al proprio idolo, cui non lasciano letteralmente spazio. C’è in quel sentimento totalizzante qualcosa di patologico: “Ai napoletani non interessa dei figli, della mamme, vivono per il Napoli”, commenta sgomento Diego Armando.

Quell’anima plebea partenopea però gli entra sottopelle e lui ne diventa con naturalezza testimone e portavoce: “Sentivo di rappresentare una parte dell’Italia che non conta nulla”, dice. Pure, ne soffrirà il peso stritolante. Un peso che non ha solo il volto della gente comune, ma anche quello della camorra e della famiglia Giuliano, che lo porterà velocemente verso la dipendenza dalla cocaina, con Maradona che fa stravizi dal lunedì al mercoledì e poi dal giovedì alla domenica si ripulisce per le partite. Diego Maradona è in questo un film senza sconti, che racconta il lato oscuro del campione ma senza brividi scandalistici, radiografando la vicenda per com’è realmente andata.

Il titolo apparentemente didascalico, Diego Maradona, va diviso in due. Come dice Fernando Signorini, il suo preparatore atletico, esistono due personalità differenti. Una è Diego, l’adorabile ragazzo argentino venuto dalla poverissima cittadina di Villa Fiorito. L’altra è Maradona, la maschera difensiva, capricciosa e autodistruttiva, che quel ragazzo ha indossato per venire a patti con una fama fagocitante. Emerge nel film l’immagine di un uomo schiacciato dalla forza di un abbraccio che ha finito per stritolarlo. Una divinità intossicata dalla venerazione che ne ha fatto esplodere le contraddizioni e l’umanissima fragilità.

Pur nei suoi difetti Maradona resta colui il quale ha letteralmente sacrificato la sua carne, e l’equilibrio mentale, per accontentare il suo popolo. Perciò il documentario mostra le dolorosissime infiltrazioni cui l’atleta sottoponeva il suo corpo martoriato prima di ogni partita pur di giocare. Prima che dal senso di responsabilità del professionista, Maradona era mosso dal bisogno di corrispondere allo smodato sentimento di devozione dei napoletani.

Un sentimento al quale non poteva resistere a lungo. È sorprendente la differenza tra la gioia straripante del Maradona del primo scudetto del 1987 e la sua soddisfazione moderata in occasione del secondo titolo, nel 1990, quando in realtà non vedeva l’ora di andarsene, stufo di quell’ambiente. Lo riconosce anche il presidente del Napoli Corrado Ferlaino, che non volle lasciarlo andare: “Sono stato il suo carceriere”.

“Mio fratello a 15 anni ha smesso di avere una vita”, dice la sorella. E contro di lui, dopo il campionato mondiale del 1990 in cui l’Argentina elimina l’Italia in semifinale, si scatena la giustizia sportiva. Il suo difensore, l’avvocato Siniscalchi, ricorda come alla sentenza di condanna non presenziò alcun rappresentante della società. Un eroe improvvisamente lasciato solo. Che per questo diventa una figura tragica. Impressionano i primi piani di una mestissima festa con i compagni di squadra in cui Maradona è sfatto e abulico. E immalinconiscono i toni lacrimevoli dell’ex calciatore, ingrassato, irriconoscibile, che confessandosi a una tv argentina nel 2004, al giornalista che lo sprona a reagire risponde a mezza voce: “Sto perdendo per ko”.

Diego Maradona è un ritratto di forti chiaroscuri, mosso da una sincera ammirazione per l’uomo e il campione, ma che non per questo fa sconti, né al protagonista né alla città di Napoli, raccontata tanto negli slanci di generosità quanto nella sua ruvida indifferenza. Un film lucido, senza trionfalismi, che potrebbe dispiacere a quei tifosi che accorreranno in massa per omaggiare l’idolo di gioventù.